Da Ilsole24ore: Medicina sul Tetto del Mondo. Diario di HighCare

Cardiologia | Redazione DottNet | 13/09/2008 16:54

Una spedizione italiana in alta quota per studiare i problemi legati alla scarsità d'ossigeno

Sono partiti il 9 settembre da Milano-Malpensa, volo Thai Airlines, alle 14.05 alla volta di Bangkok. Poi si sono imbarcati di nuovo con tutte le loro attrezzature di ricerca medica verso Kathmandu. Hanno preso un areo Kathmandu a Lukla (altitudine 2.600 metri) e quindi un elicottero da Lukla a Syangbuche sulla via di Namche Bazar (3.500m.). E' la missione High Care (acronimo ricavato da "High altitude cardiovascular research", ricerca cardiovascolare d'alta quota), che vede impegnate 46 persone per una ricerca biomedica promossa dall'Istituto Auxologico Italiano e dall'Università di Milano-Bicocca.

Due mesi sulla montagna
Un gruppo anomalo, singolare, assortito in modo improbabile. Italiani, ma anche stranieri, tra cui tedeschi, polacchi, russi. Poco più che ragazzi e più che maturi, dai 20 ai 65 anni. Medici-cardiologi, internisti, neuropsicologici, bioingegneri, alpinisti, persino metereologi che, grazie a una stazione meteo trasportabile, studieranno al millimetro il momento migliore per salire verso l'Everest, il tetto del mondo. Senza rischi di imbattersi in una bufera di neve, o comunque condizioni che rendono proibitivi sia il tragitto, ma anche tutto il lavoro che i 46 dovranno svolgere in un mese di permanenza (il primo gruppo, il secondo che tenterà di raggiungere la vetta, due mesi) nella zona hymalaiana del Nepal. Da Kathmandu, capitale del Nepal, la spedizione prosegue (con mezzi locali, vale a dire yak, vecchi elicotteri russi, minuscoli aerei ad elica, il sostegno dei famosi sherpa locali) verso il primo e i successivi campi base alle varie altezze previste (5300 e quindi 6400 metri) portandosi appresso, è il caso di dirlo, un'altra "montagna" di attrezzature e materiali per lo studio dell'ipossia (la carenza di ossigeno circolante nel nostro sangue e disponibile per tutte le nostre funzioni vitali).

Dove il respiro si spegne
Sì perché, non si tratta di semplici escursionisti tra i molti attratti da fascino dell'Everest, ma di scienziati che cercheranno di indagare i processi fisiologici che si attivano nel nostro corpo quando l'ossigeno diventa scarso. Per farlo hanno già fatto, negli anni scorsi, varie tappe al rifugio più alto d'Europa, a Capanna Margherita, sul Monte Rosa. Qui si sono allenati a fare ricerca in altitudine, nonché a testare, su se stessi, le varie apparecchiature che rilevano (nell'arco delle 24 ore, persino durante il sonno) le funzioni vitali alterate dalla carenza di ossigeno. A cosa serve tutta questa fatica e dispiego di mezzi e persone (un milione di euro, raccolti tra vari sponsor, il costo complessivo dell'operazione)?

In quota per capire le malattie croniche
"Molte delle variazioni fisiologiche che avvengo alle alte quote", spiega Gianfranco Parati, primario di cardiologia all'Auxologico e docente di medicina interna all'Università di Milano-Bicocca, ricercatore-capo della missione scientifica, "sono causate dalla diminuzione della pressione atmosferica che conduce a ipossia e ipossiemia. Lo studio dell'esposizione all'ipossia in alta quota è importante non solo perché permette di comprendere meglio i meccanismi che regolano l'adattamento all'alta quota e l'eziopatogenesi del male acuto di montagna (Ams), ma anche perché questa condizione potrebbe servire da modello per esplorare la fisiopatologia di alcune malattie croniche connesse con l'ipossia tissutale, quali lo scompenso cardiaco, la malattia polmonare ostruttiva cronica, l'ipertensione arteriosa associata alla sindrome delle apnee notturne e l'obesità severa e per provare l'efficacia di alcuni interventi terapeutici, sia farmacologici sia non faramacologici, utili a curarle. "Di notevole interesse", prosegue Parati, "è proprio la possibilità di valutare, su volontari sani esposti a condizioni molto simili a quelle di pazienti affetti da frequenti e gravi patologie croniche, strategie di trattamento farmacologico e non farmacologico, che potrebbero essere applicate non solo in quota per contrastare i sintomi legati al male acuto di montagna, ma anche e soprattutto per curare alcune condizioni croniche patologiche che si accompagnano ad ipossiemia. La ricerca in alta quota è quindi interessante come modello sperimentale per meglio comprendere i meccanismi responsabili di tali condizioni patologiche, per valutare nuove tecnologie diagnostiche e terapeutiche e per identificare nuovi e più adeguati interventi terapeutici".

Quando il laboratorio non basta
Ma non poteva bastare proseguire le ricerche sul Monte Rosa, oppure a Pratica di Mare - come hanno fatto nei mesi scorsi - grazie alla camera ipobarica messa a disposizione dall'aeronautica militare? "L'esposizione all'ipossia possibile sulle Alpi", commenta vivacemente Gianfranco Parati, "è pure un modello interessante che abbiamo utilizzato e utilizzeremo ancora. Questa volta l'obbiettivo è una esposizione a uno stimolo ipossico maggiore, da parte di un numero più grande di soggetti (cosa non possibile simultaneamente in un rifugio alpino). Inoltre l'esposizione all'ipossia sarà raggiunta più gradualmente, e mantenuta più a lungo di quanto fatto sulle Alpi, per studiare l'adattamento a questa condizione. In camera ipobarica si possono fare solo studi "acuti": non si possono tenere 50 persone sigillate in un cilindro per due settimane !". Auguri allora, per la missione Highcare. E aspettiamo di avere notizie dai 46 Indiana Jones, lassù. Per comprendere come il nostro organismo reagisce e si ammala a causa della carenza di ossigeno. Del resto, grandi città come Milano o Roma, per non parlare di altre megalopoli straniere, non scherzano nel lasciarne carenti i nostri poveri alveoli polmonari.


 

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