IL "MECCANISMO DI DIFESA" NELL'ORGANIZZAZIONE BIOLOGICA

Psichiatria | Enrico Venga | 23/01/2010 17:43

 

È definitO “meccanismo di difesa” l’operazione psichica, in parte inconscia, talvolta coatta, messa in atto per ridurre o sopprimere ogni turbativa che possa mettere in pericolo l’integrità dell’Io ed il suo equilibrio interno.
Esso è rivolto contro: a) l’angoscia dovuta ad aumento di tensione istintuale promossa da impulsi che premono per ottenere gratificazione; b) l’angoscia dovuta a pressione morale o minacce del Super-io; c) l’angoscia dell’Io di fronte a un pericolo reale.
Definito da S. Freud come “designazione generale per tutte le tecniche di cui l’Io si avvale nei suoi conflitti che possono eventualmente sfociare nella nevrosi” (1925), la difesa utilizza determinati meccanismi che differiscono per il relativo grado di coerenza con la realtà così come viene percepita.
In base a questo principio si distinguono difese ego-sintoniche se il meccanismo è coerente con le esigenze dell’Io, e difese ego-distoniche, o, come le definisce O. Fenichel, «patogene», quando la funzione egoica di esame della realtà si interrompe per lasciar spazio alla riutilizzazione di modi arcaici di pensare, di percepire e di rapportarsi alla realtà.
Il CONCETTO DI DIFESA fu la prima grande scoperta della psicoanalisi e resta uno dei suoi contributi principali.
Esso venne formulato nel saggio sulla Neuropsicosi da difesa (1894), che avanzava l’ipotesi che il nevrotico e lo psicotico, allora poco distinti, si difendano dalle rappresentazioni incompatibili.
Freud, in primis, descrive tre metodi di difesa in tre forme di malattia: la rimozione come caratteristica dell’isteria, la formazione reattiva come caratteristica della nevrosi ossessiva, e l’esclusione come caratteristica della fobia.
In Inibizione, sintomo e angoscia (1925) Freud scrive: «In rapporto con le discussioni sul problema dell’angoscia, ho ripreso un concetto – o più modestamente, un termine – del quale mi ero servito esclusivamente trent’anni fa, all’inizio dei miei studi, e che poi avevo lasciato cadere. Intendo il termine ‘processo di difesa’. Lo sostituii in seguito col termine ‘rimozione’, ma il rapporto tra i due termini rimase indeterminato. Adesso sono del parere che ritornare al vecchio concetto di difesa presenti un sicuro vantaggio a patto che si stabilisca che esso dev’essere una designazione generale per tutte le tecniche di cui l’Io si avvale nei suoi conflitti che possono eventualmente sfociare nella nevrosi; mentre ‘rimozione’ rimane il nome di uno speciale fra questi metodi di difesa, che abbiamo conosciuto in un primo tempo meglio degli altri in conseguenza della direzione presa dalle nostre ricerche» (1925).
Dopo Freud, la figlia, Anna Freud, pubblicò l’ "Io e i meccanismi di difesa " (1936), dove sono elencati nove meccanismi di difesa che S. Freud aveva già descritto in modo non sistematico nelle sue opere.
Nel 1966 Anna Freud scrive: «Se nel 1936 era sufficiente enumerare e illustrare i meccanismi dell’Io, studiarne la cronologia e valutare la portata svolta dall’organizzazione delle difese nell’insieme per il mantenimento della salute o della malattia, non si può più fare questo oggi senza porre le acquisizioni difensive dell’Io in relazione con i suoi altri aspetti, cioè con le sue deficienze primarie, i suoi apparati e le sue funzioni, le sue autonomie ecc.».
Dopo Anna Freud sono intervenuti sui meccanismi di difesa O. Fenichel che elencò i meccanismi «patogeni», M. Klein che specificò quelli «primari"  quali la scissione dell’oggetto, la negazione della realtà psichica, l’identificazione proiettiva; K. Horney che rese noti altri meccanismi come la ricerca del potere, del prestigio, il possesso, la competitività nevrotica, e H. P. Laughin  ne aggiunse altri quali l’idealizzazione, la compensazione e la fantasia.
Per quanto concerne il rapporto difesa-malattia, la storia della psicoanalisi registra due posizioni che hanno entrambe le loro radici nell’opera di Freud.
La prima, sostenendo una corrispondenza tra qualità della malattia nevrotica e qualità della difesa, assume la difesa come criterio distintivo della nevrosi (dove le forme difensive assumerebbero le caratteristiche della rimozione, della formazione reattiva e della regressione) e della psicosi (dove le forme difensive sarebbero negazione, isolamento e scissione).
La seconda posizione rinuncia a questa corrispondenza in base al principio enunciato da Freud nel 1912, quando afferma: «In nessuno di essi si realizza in forma pura uno dei quattro modi tipici di ammalarsi», per poi concludere: «la psicoanalisi ci ha invitato a rinunciare alla sterile contrapposizione tra fattori esterni e interni, tra destino e costituzione, e ci ha insegnato a trovare regolarmente la causa della malattia nevrotica in una situazione psichica determinata, che può prodursi in diversi modi.»
Da quanto affermato ne consegue che il concetto di ‘difesa’ è insito nell’organizzazione strutturale di chi l’esprime e lo rappresenta, per cui il ‘meccanismo’ non può essere eletto a supporto della rappresentazione.
Ad esempio: se la ‘proiezione’ – meccanismo di difesa – esprime il supporto per un evento psicopatologico – paranoia – è lo stesso meccanismo di difesa, fisiopatologico, senza passaggio oggettuale – sintomatico.
Quindi, dobbiamo imparare a vedere questi meccanismi non come ‘difesa’, ma come esplicazione, in sé, di una fisiopatologia.
In tal modo, possiamo dimostrare che gli stessi ‘meccanismi di difesa’ rappresentano una fisiopatologia avulsa dalla rappresentazione oggettuale – sintomatica.
È chiaro, quindi, che questa ricerca ci induce a rivedere sia i parametri della nosografia sia l’interpretazione della fisiopatologia.
Alla luce di questa indagine perveniamo alla conclusione che non possiamo eleggere un ‘meccanismo’ e razionalizzarlo per rappresentare una patologia, poiché è la stessa struttura biologica a rappresentarsi.
Renderli avulsi dalla struttura biologica ci ha consentito di creare una nosografia oggettuale e non biologica-strutturale, con tutte le derivazioni fisiopatologiche, facendoci cadere nel miraggio del terzo principio della dinamica.
Bisogna anche tener presente che gli stessi “meccanismi di difesa” vengono rappresentati contemporaneamente e allo stesso modo in qualsivoglia “fisiopatologia”.
Dato che non vi è una patologia prioritaria rispetto ad un’altra non evidente.
Ecco perché il discorso va comunque e sempre rapportato alla fisiopatologia della stessa organizzazione biologica.
Il sistema immunitario, che rappresenta e viene ritenuto una importante struttura biologica di difesa e che ci ha consentito di approfondire lo stesso concetto della “difesa”, è stato diviso in sistema immunitario naturale (“innato”) e sistema immunitario “reattivo” e rappresenta per la Specie (o le Specie) una linea di difesa contro gli agenti “infettivi” e la maggior parte degli agenti “patogeni”.
Tale sistema è composto da una varietà di molecole e di cellule distribuite in tutto il corpo.
Tuttavia, lungo il cammino della Specie ciò che è acquisito può essere innato e ciò che è innato può essere acquisito, poiché tutto ciò che occupa la Specie appartiene alla Specie.
La stessa “infiammazione” – flogosi – rappresenta anch’essa una difesa reattiva dell’organismo ad un attacco, quale l’invasione da parte di un cosiddetto agente esterno.
Ma ciò che è interno è esterno e ciò che è esterno è interno, per lo stesso principio della constitutio della Materia.
Tre sono i maggiori eventi che si verificano durante questa risposta:
1) un aumento del flusso sanguigno nell’area d’infezione;
2) un aumento della permeabilità capillare, dovuto a reazione delle cellule endoteliali;
3) i leucociti, in particolare i neutrofili polimorfonucleati e in minor misura i macrofagi, migrano fuori dai capillari ed invadono il tessuto circostante.
Una volta che raggiungono il tessuto si dirigono verso l’area d’infezione mediante un processo chiamato chemiotassi – processo attraverso il quale i fagociti vengono attratti nelle aree di infiammazione – per il giuoco delle parti e per lo stesso principio della constitutio della Materia.
I fagociti devono riconoscere l’agente infettivo per poterlo neutralizzare.
Quando essi non sono in grado di riconoscere l’agente infettivo sorgono problemi.
Il riconoscimento deve essere già inscritto a livello recettoriale, altrimenti non si ha la fagocitosi.
Quindi, il soggetto dispone e mette in essere la propria organizzazione strutturale.
I meccanismi devono già essere innati alla specie o acquisiti o fatti propri, in rapporto alla propria compatibilità organizzativa biologica.
Naturalmente, tutto questo lascia ben intendere come il “meccanismo difensivo” è parte del soggetto e quel “meccanismo” opera nel soggetto al di là della logica rappresentativa, per cui ci si trova a rappresentare un proprio “meccanismo”, che può essere definito sia innato sia acquisito.
Sotto questo aspetto, la fisiopatologia è già insita nel soggetto che l’esprime, al di là di ogni considerazione a posteriori.
Il sistema immunitario è governato dal principio del riconoscimento del self/non self, anche se, in alcuni casi, la tolleranza ad antigeni self si interrompe e possono sorgere malattie autoimmuni.
L’autoimmunità – rivolgimento contro il sé – processo difensivo che sposta l’oggetto della pulsione dall’esterno all’interno, da un’altra persona a sé – è un errore che l’organismo fa nel riconoscere come estranee delle cellule che invece sono sue.
La conseguenza è la produzione di auto-anticorpi con danni ai tessuti e agli organi.
Ogni cellula del nostro corpo può essere aggredita da auto-anticorpi: i diversi nomi della malattie autoimmuni dipendono da quale organo o tessuto sia stato colpito.
La distinzione tra processi autoimmuni ed eteroimmuni è soltanto scolastica, poiché tutti i processi sono e devono riflettere e riverberare l’organizzazione biologica strutturale.
A tal proposito, la stessa distinzione self/non-self è inadeguata, poiché i due sistemi coesistono sempre e si autogovernano a seconda della struttura organizzativa biologica, per cui possiamo avere deficit immunitari o eccessi reattivi insiti nella stessa organizzazione, che, a livello logico interpretativo, si rappresentano come uno dei tanti meccanismi di difesa descritti nella letteratura psicopatologica.

Enrico Venga
 

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