Fegato: terapie integrate contro i tumori

Gastroenterologia | | 28/01/2010 12:25

Oltre 450 pazienti affetti da tumori primitivi del fegato sono stati trattati nell’anno 2009 con successo al Gemelli: questo il bilancio dell’attività del team coordinato dall’epatologo Antonio Gasbarrini, dal chirurgo epato-biliare Gennaro Nuzzo e dal radiologo Lorenzo Bonomo. Il Gruppo Multidisciplinare HepatoCatt dell’Università Cattolica di Roma, che si occupa del trattamento dei tumori del fegato, ha sottolineato in un recente meeting la necessità di una gestione interdipartimentale del paziente epatopatico, in particolare per il trattamento del carcinoma epatocellulare (Hcc) che rappresenta oltre il 90% di tutti i tumori epatici maligni in costante crescita. Tale incremento si è registrato soprattutto negli ultimi decenni, tanto da rappresentare fino al 4-8% di tutti i tumori solidi negli Usa e in Europa e fino al 20-40% in Africa e Sud-Est Asiatico.

Il carcinoma epatocellulare si associa alla cirrosi epatica nell’80-90% dei pazienti che vivono in Occidente e in Giappone; nella maggior parte dei casi si tratta di cirrosi post-epatitiche (da Hcv e Hbv), meno frequentemente di cirrosi alcoliche o secondarie a emocromatosi. L’epatocarcinoma è una patologia estremamente complessa, una sfida per medici e chirurghi epatologi, dalla diagnosi al trattamento. Il paziente epatopatico richiede una gestione clinica multispecialistica, che vede impegnati insieme epatologo, chirurgo, radiologo e oncologo indispensabile per ottenere efficaci risultati clinici. «L’epatocarcinoma - spiega Antonio Gasbarrini - presenta molte caratteristiche che possono suggerire l’efficacia di un programma di screening soprattutto nei soggetti cirrotici, che possono usufruire di strumenti diagnostici non invasivi a basso costo come il dosaggio della fetoproteina sierica e l’ecografia; sono possibili inoltre trattamenti curativi, che possono consentire un’eccellente sopravvivenza a lungo termine come i trattamenti percutanei di iniezione di etanolo e di termo ablazione, le resezioni chirurgiche e il trapianto di fegato. Per tale motivo i pazienti con epatopatia cronica - dice l’epatologo del Gemelli - devono essere sottoposti a programmi di sorveglianza ad intervalli semestrali». «L’individuazione precoce di un nodulo sospetto - continua Gasbarrini - consente di inviare il paziente a un processo di approfondimento diagnostico mediante metodiche radiologiche di secondo livello quali l’ecografia con mezzo di contrasto, la tomografia computerizzata e la risonanza magnetica, quest’ultima potenziata dai mezzi di contrasto epatospecifici, che consentono di effettuare un inquadramento clinico precisissimo». Per la gestione del paziente Hcc sono state standardizzate specifiche linee guida - come quella Bclc 2008 -; tali dati sono ben sintetizzati e razionalizzati in algoritmi. A seconda delle condizioni cliniche generali del paziente si decide il trattamento sempre più personalizzato: i pazienti con un nodulo di piccole dimensioni possono essere candidati alla resezione epatica o, in taluni casi, a trattamenti loco-regionali ablativi come l’alcolizzazione o la termoablazione; il paziente oncologico è deputato al trapianto di fegato purché le caratteristiche tumorali rientrino in criteri dimensionali predefiniti, già individuati dai ricercatori al fine di limitare i casi di recidiva tumorale e ottimizzare le risorse (i cosiddetti trapianti futili); mentre per le forme oncologiche più avanzate, che presentano già alla diagnosi dimensioni superiori ai limiti per il trapianto di fegato o un’invasione vascolare ed extra-epatica, si prendono in considerazione terapie antiblastiche per via arteriosa. La più comune è sicuramente la chemioembolizzazione, che consiste nell’iniezione in corso di angiografia epatica di un chemioterapico veicolato da mezzo di contrasto oleoso, direttamente nell’arteria afferente più vicina alla massa neoplastica.

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