Studio a Montreal sulla relazione tra zen e spessore di alcune aree della corteccia cerebrale e sensibilità al dolore

Adelaide Terracciano | 01/04/2010 17:43

La meditazione zen cambia la struttura della corteccia cerebrale, al punto da rendere chi la pratica meno sensibile al dolore. È il risultato di uno studio pubblicato su Emotion, una delle riviste dell’American Psychological Association. A condurre gli esperimenti, un gruppo di ricercatori dell’Università di Montreal guidato dal dottorando Joshua A. Grant. Il team ha valutato la sensibilità al dolore causato da una sorgente di calore in 17 cultori dell’antica pratica orientale e 18 persone che non l’avevano mai praticata. Il passo successivo è stata l’analisi della struttura del cervello dei due gruppi con la risonanza magnetica.

Oltre a una maggiore capacità di sopportazione in quanti praticavano la meditazione, «abbiamo scoperto una relazione tra lo spessore di alcune aree della corteccia cerebrale e la sensibilità al dolore. Chi si dedicava a questa pratica, in particolare, aveva un maggiore spessore nella corteccia cingolata anteriore dorsale e nella corteccia somatosensoriale secondaria», ha illustrato Grant, che già in un precedente studio aveva analizzato la capacità di sopportare il dolore di adepti zen con più di mille ore di pratica. Era emerso che, mediamente, tolleravano una temperatura di 53 gradi Celsius sulla pelle, con una riduzione della sensibilità del 18 per cento rispetto alla popolazione generale. I ricercatori si dicono per nulla stupiti della scoperta. «Le posture spesso dolorose associate con la meditazione - ha commentato il dottorando canadese - possono produrre a lungo andare un ispessimento della corteccia e ciò potrebbe ridurre la sensibilità al dolore». La meditazione, infatti, a dispetto delle apparenze, comporta un intenso sforzo di sopportazione per mantenere per lunghi periodi di tempo la postura corretta. Ciò a lungo andare potrebbe indurre una sorta di adattamento del cervello. Né è l’unico caso in cui una condizione dolorosa si associa a cambiamenti strutturali della corteccia cerebrale: da tempo i ricercatori hanno per esempio osservato cambiamenti nel suo spessore nelle persone affette da emicrania. Ma non è questa l’unica ragione per cui chi medita sente meno il dolore. La meditazione comporta infatti un rallentamento della respirazione: 12 respiri al minuto - è stato osservato dai ricercatori - rispetto ai 15 degli altri. «Ridurre la frequenza del respiro - ha dichiarato Grant - inducendo un rilassamento del corpo produce indubbiamente una riduzione del dolore». Visti i risultati, secondo il team, si potrebbe pensare di impiegare le pratiche di meditazione come strumenti utili non soltanto nella gestione del dolore, ma anche per prevenire la normale perdita di materia grigia associata all’età o qualunque condizione in cui sia compromessa. Tuttavia, viste le deboli prove scientifiche e il dolore che può comportare star seduti per ore a gambe incrociate e con la schiena dritta, è difficile che qualche medico decida di prescrivere la meditazione zen come analgesico.

Fonte: Grant, Joshua A.; Courtemanche, Jérôme; Duerden, Emma G.; Duncan, Gary H.; Rainville, Pierre. Cortical thickness and pain sensitivity in zen meditators. Emotion. Vol 10(1), Feb 2010, 43-53.
 

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