In visita oculistica anche esami per cheratocono

Oculistica | Redazione DottNet | 18/09/2008 15:16

“Ogni visita oculistica effettuata su pazienti tra i 10 ed i 40 anni dovrebbe includere esami specifici per l’individuazione del cheratocono”, patologia della cornea che colpisce un italiano su 300. Ne è convinto il professor Jean Marc Vergati, tra i primi ad utilizzare in Italia la tecnica del cross linking: un trattamento che, se eseguito in tempo, riesce a scongiurare il trapianto di cornea. Il cheratocono, che può comparire in vari periodi della vita, normalmente nei primi 40 anni, comporta infatti il lento, ma spesso progressivo e invalidante incurvamento e assottigliamento della cornea, con pesanti conseguenze sulle capacità visive.
“Le cause del cheratocono – spiega in una nota lo specialista in oftalmologia e chirurgia oculare – sono ancora sconosciute anche se la componente ereditaria viene considerata la più rilevante. Non conosciamo, però, né il tipo di ereditarietà né quali cromosomi siano implicati. Altri fattori sembrano avere una qualche rilevanza nella sua insorgenza: quelli maggiormente sospettati sono l’utilizzo di lenti a contatto e congiuntiviti allergiche di particolare intensità e durata”.
 

Gli effetti sulla visione si manifestano all’inizio con la sensazione di una visione peggiorata, soprattutto la sera, in attività come la guida o la visione della televisione. Con il progredire della deformazione corneale si assiste a un ulteriore progressivo peggioramento delle qualità visive. Negli stadi avanzati la visione è scadente in tutte le condizioni di luminosità e spesso può essere migliorabile solo con lenti a contatto rigide”. Dunque “una visita oculistica accurata, in cui vengano eseguiti esami specifici come la topografia e la pachimetria, consentirà la diagnosi”.
“E’ importante considerare – sottolinea Vergati – che non sempre il cheratocono ha tendenza evolutiva: in un numero abbastanza rilevante di casi, soprattutto se l’insorgenza è tardiva (dopo i 30 anni), la deformazione prodotta da un’iniziale debolezza strutturale della cornea non è poi seguita da ulteriori peggioramenti”.
“Il trattamento di cross-linking- continua l’esperto – sembra aver rivoluzionato la prognosi della malattia consentendo, nella quasi totalità dei casi, di arrestare l’evoluzione della degenerazione. Tenendo presente però – avverte – che esso è in grado di congelare la progressione della malattia ma non sanare i danni e le deformazioni che il cheratocono aveva già determinato sulla cornea. Ecco perché è estremamente importante riuscire a fare la diagnosi il più precocemente possibile: in fasi molto iniziali, infatti, i sintomi sono pressoché assenti e il cross-linking è in grado, arrestando la patologia, di garantire una visione ottimale”. Ma in cosa consiste la tecnica? “L’intervento è abbastanza semplice e si esegue in anestesia locale (in gocce). Consiste nell’applicazione sulla cornea di un collirio a base di vitamina B2 (riboflavina). Questo farmaco viene lasciato sulla cornea per 10 minuti, in modo da permettergli di penetrare negli strati profondi; successivamente viene instillato con regolarità per altri 30 minuti, periodo durante il quale viene utilizzata una sorgente di raggi ultravioletti che ha lo scopo di attivare la riboflavina. Lo scopo del trattamento è quello di uccidere le cellule malte della cornea, azione che determina l’attivazione di cellule staminali in grado di produrre nuove cellule sane che andranno a colonizzare le aree trattate in modo da bloccare lo sfiancamento corneale”.
 

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