“La cardiologia italiana: quale futuro?”

Cardiologia | | 26/04/2010 15:32

Dal XII Convegno Nazionale, una tavola rotonda con i rappresentanti delle Istituzioni, delle principali Società Scientifiche dell’ambito cardiologico e delle Associazioni pazienti per discutere dei punti di forza e delle criticità della cardiologia italiana. La Cardiologia italiana costituisce un patrimonio assai importante nel Servizio Sanitario Nazionale. La qualità dell’assistenza erogata nelle oltre 800 strutture cardiologiche del nostro Paese è di buon livello. L’organizzazione delle rete interospedaliere per la gestione del paziente con infarto miocardico acuto, ha portato negli ultimi anni una significativa riduzione della mortalità per infarto. Le reti cardiologiche sono diventate un modello di riferimento per altre in fase di costituzione come quelle per lo stroke. Un altro valore della cardiologia in Italia è oggi costituito dalla stretta alleanza tra Società Scientifiche e Associazioni Pazienti, che rappresentano le necessità dei pazienti e accrescono la forza della richiesta ai rappresentanti del mondo politico di una maggiore attenzione per la cura e la prevenzione delle malattie cardiovascolari. Grande competenza professionale dei cardiologi italiani, dunque, ma per una progettualità di ampio respiro è opportuno rivedere alcuni aspetti organizzativi e formativi. Al futuro della cardiologia italiana e all’analisi dei suoi punti di forza e di debolezza è dedicata una Tavola Rotonda all’interno del XII Convegno Nazionale CONACUORE (Coordinamento Operativo Nazionale Associazioni del Cuore) in corso a Modena (Hotel Baia del Re, 23/24 aprile 2010), che vede protagonisti rappresentanti istituzionali quali il senatore Giuliano Barbolini, presidente del Gruppo “Parlamentari del Cuore”, delle principali Società Scientifiche del settore, quali il dottor Salvatore Pirelli, Presidente dell’AMCO-Associazione Medici cardiologi Ospedalieri, il Professor Paolo Marino, Presidente della Società Italiana di Cardiologia, il Dottor Giuseppe Di Pasquale, Presidente della Federazione Italiana di Cardiologia, il Dottor Giovanni Zito Presidente dell’Associazione Regionale Cardiologi Ambulatoriali, il Dottor Paolo Teoni, in rappresentanza della ANCE-Cardiologia Italiana del Territorio e per le Associazioni pazienti, il Professor Gianni Spinella, Presidente CONACUORE.

 

Una delle principali criticità della cardiologia italiana riguarda innanzi tutto il problema delle risorse. Se è vero che le malattie cardiovascolari continuano ad essere anche nel nostro Paese la causa principale di morte e di invalidità, gli investimenti in termini di prevenzione, innovazione tecnologica, cura e riabilitazione dovrebbero essere significativamente diversi. Oggi in cardiologia si ha la disponibilità di interventi terapeutici (angioplastica, defibrillatori, pacemaker per lo scompenso) in grado di modificare in misura importante la prognosi e la qualità di vita dei pazienti. Si tratta di procedure costose, che tuttavia, quando sono utilizzate con appropriatezza risultano associate a un favorevole rapporto costo-efficacia: tutto questo nella certezza che il servizio sanitario nazionale nasce e si evolve sulla figura e nell’interesse del paziente e della collettività (articolo 32 della Costituzione). Un altro punto problematico è rappresentato dall’identità del cardiologo che oggi molti tendono a delimitare in “superspecialista di procedure tecnologiche”. La recente tendenza alla frammentazione della cardiologia in “superspecialità” tecnologiche rappresenterebbe un pericoloso ritorno al passato, a scapito, in primo luogo dei pazienti. L’ipotesi emergente, in alcune Regioni di una riorganizzazione dell’assistenza ospedaliera secono il modello di intensità di cura, se non viene governata può seriamente minare la specificità e la qualità dell’assistenza cardiologica del paziente con patologia cardiovascolare acuta. Il sistema delle reti cardiologiche integrate e il Dipartimento cardiovascolare sembra, invece, essere modello organizzativo più congruente per evitare costose duplicazioni di servizi e allo stesso tempo offrire equità di assistenza cardiologica al paziente che afferisce in qualsiasi punto della rete indipendentemente dal livello di complessità del singolo presidio ospedaliero.

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