Biotech: 319 aziende in Italia, 8 su 10 ottimiste nonostante la crisi

Adelaide Terracciano | 30/04/2010 11:28

farmindustria

Un parterre di 319 aziende biotech, di cui 187 (59%) 'pure' cioè totalmente concentrate sulle biotecnologie, e 197 (61%) 'red' ossia attive nell'area salute. Per un totale di oltre 50 mila addetti (5.800 impegnati in Ricerca e Sviluppo), un fatturato pari a 6,8 miliardi di euro e investimenti in R&S per 1,1 miliardi (più altri 200 milioni in ricerca commissionata a terzi). E' "solido, strutturato e molto efficiente" il comparto biotecnologico in Italia, secondo il Rapporto 2010 (su dati 2009) presentato oggi a Milano da Ernst & Young-Assobiotec. Un settore che sfida la crisi e dichiara ottimismo: oltre l'80% delle imprese censite prevede di mantenere o di aumentare il proprio fatturato.
Il Rapporto, realizzato in collaborazione con Farmindustria e Istituto nazionale per il commercio estero (Ice), grazie all'adozione della metodologia d'analisi targata Ernst & Young permette quest'anno un confronto omogeneo fra le biotecnologie italiane e quelle di altri Paesi. E se nel paragone con Danimarca, Francia, Uk e Svezia il pure-biotech 'tricolore' non brilla ancora per investimenti in R&S, fatturato e numero di addetti, "dal punto di vista del rapporto fatturato per addetto siamo molto più efficienti", afferma Antonio Irione di Ernst & Young.
 

Considerando il ritardo che il biotech italiano è costretto a scontare rispetto ai competitor, "essere partiti da zero ed essere arrivati in poco tempo a una piattaforma così importante è motivo di orgoglio e soddisfazione per tutti", osserva il presidente di Farmindustria Sergio Dompé. Non solo. "Le potenzialità delle biotecnologie italiane sono anche 10 volte più alte", assicura il presidente di Assobiotec Roberto Gradnik. Che sottolinea come il nuovoRapporto non rappresenti "una 'fotografia' statica", bensì "il quadro di un settore dinamico" che ha ancora tanto da dimostrare. Il biotech made in Italy si conferma giovane: la maggior parte delle imprese è nata tra fine anni '90 e inizio 2000, perlopiù come start-up (53%) e spin-off da università (24%). Con il 36% del totale aziende (114), la Lombardia resta la 'Silicon Valley' della Penisola, e con Piemonte (39 imprese), Toscana (28), Veneto (25) e Sardegna (23) ospita il 72% delle realtà censite.
Zoomando sulle aziende pure-biotech, queste risultano soprattutto di dimensioni 'micro' (41%, meno di 10 addetti) o piccole (27%, meno di 50 dipendenti). Nel 2009 mostrano una crescita del 4,6% (più della media delle imprese che operano nel settore biotech, 3%) e contano 4.314 addetti (di cui 1.996, quasi la metà, impegnati in R&S),un fatturato superiore a 1,2 miliardi di euro e investimenti in R&S pari al 28% dei ricavi.
Driver di settore sono le biotecnologie 'red' (con 110 imprese pure-biotech, delle 197 dedicate alla R&S di nuovi farmaci), anche se un'azienda italiana su 5 (20%) di quelle a core business biotech ha attività nei comparti 'green' (agro-alimentare, 13%) e 'white' (industriale, 7%): numeri superiori alla media europea. E si comincia a investire anche nelle nanobiotecnologie (100 milioni di euro in R&S). In futuro potranno giocare "un ruolo estremamente importante", è convinto Gradnik, con obiettivi ambiziosi soprattutto sul fronte medico-scientifico: "Per esempio riparare le lesioni articolari senza il bisogno di impiantare protesi artificiali".
"Le biotecnologie red determinano oltre il 90% dell'occupazione e del fatturato del biotech in Italia", evidenzia Dompé. Vantano ricavi per 6,3 miliardi di euro (contro i 6 milioni delle white e i 19 milioni delle green), 4.982 addetti a R&S (200 rispettivamente per white e green) e investimenti in R&S per 1,19 miliardi (contro gli 11 e i 29 milioni degli altri due settori). Le red biotech contano inoltre 69 prodotti in 'discovery' (agli screening di laboratorio) e un totale di 233 in sviluppo: 89 in stadio preclinico e 144 già ai test sull'uomo (36 in fase clinica I, 62 in fase II e 46 in fase III).
E poiché 10 delle molecole in fase III sono 'figlie' delle sole imprese red-pure-biotech, "nell'arco di tre anni - fa notare Irione - potrebbero essere lanciati sul mercato nuovi farmaci fortemente innovativi" per la cura di gravi malattie. Considerata anche l'attenzione dell'industria farmaceutica italiana alle malattie rare ancora orfane di cure: "Quindici aziende attive in Italia hanno almeno una designazione di farmaco 'orfano' per un totale di 31 prodotti", dice Dompé. E "quanto a specializzazione delle pubblicazioni, il biotech italiano percentualmente è primo in assoluto", aggiunge.
"Miglioramento del sistema dei finanziamenti alla ricerca, ancora poco efficiente sia dal punto di vista qualitativo che da quello quantitativo; rafforzamento della capacità di proseguire la crescita e il consolidamento", anche grazie a risorse 'rastrellate' dal mondo economico e finanziario, e "adeguamento della normativa fiscale a sostegno della ricerca ai principali Paesi Ue". Queste, secondo Ernst & Young, le principali sfide per il futuro del biotech a firma italiana. Sfide da vincere "facendo crescere l'integrazione" fra tutti gli attori coinvolti, conclude Irione, e promuovendo la formazione di nuove figure come i "manager della scienza".
Fonte: Adnkronos