Lanzetta, pronto a trapiantare la mano sui neonati

Pediatria | Redazione DottNet | 18/09/2008 18:47

E' pronto per eseguire trapianti su bambini, anche di un anno di vita, con gravi malformazioni agli arti superiori, Marco Lanzetta, lo specialista in microchirurgia della mano che prese parte 10 anni fa a Lione al primo trapianto di mano al mondo e che due anni dopo eseguì il primo intervento di questo genere in Italia, all'ospedale San Gerardo di Monza. 

Lo ha detto egli stesso incontrando i giornalisti a Milano. Da quel 23 settembre 1998 a Lione sono stati operati in tutto il mondo 33 pazienti, per un totale di 43 trapianti di mano (19 monolaterali e 12 bilaterali) e 2 di dita, afferma Lanzetta, che al San Gerardo ha trapiantato la mano a tre italiani e che oggi a Monza è direttore dell'Istituto Italiano di Chirurgia della Mano. ''In questo campo - aggiunge - sono stati fatti passi enormi in tutto il mondo, dalla Cina all'Australia, dal Canada agli Stati Uniti e i regolari controlli dei soggetti operati hanno permesso di verificare a distanza di anni l'efficacia di questo tipo di interventi: tutti i pazienti stanno bene (a parte il primo che dopo varie vicissitudini ha chiesto che gli venisse asportato l'arto trapiantato) e hanno recuperato una buona sensibilità e funzionalità della mano trapiantata, tanto che a 7-10 anni dall'intervento essa riesce a fare almeno la metà di ciò che sa fare una mano normale''. ''E anche qualcosa in più - conferma Domenico D'Amico, 39 anni, a cui Lanzetta sei anni fà trapiantò una mano -. Faccio il magazziniere in una ditta di prefabbricati vicino a Reggio Emilia e uso entrambe le mani per lavorare. C'è voluto un po’ di tempo, ma ora sono in forma come prima''. D'Amico è ricorso al trapianto dieci anni dopo l'incidente stradale che gli costò la mano. ''Naturalmente - spiega Lanzetta - il recupero è più rapido quanto minore è il tempo intercorso fra l'incidente e il trapianto e quanto più si è giovani''. Una cosa che gli fa pensare al trapianto su pazienti pediatrici, intervento a cui si dice pronto: ''Mi sono sempre chiesto - dice Lanzetta - perchè non operare bambini con gravi malformazioni alla nascita, che hanno dei moncherini al posto delle braccia. La terapia antirigetto oggi non dà problemi, ma dicevano che il cervello di questi bambini non avrebbe memoria del braccino mancante. E' esattamente il contrario: il cervello di un bambino è talmente plastico che si adatta presto a ogni condizione. E' logico pensare che nel giro di qualche mese cominci a usare il nuovo arto come se fosse sempre stato suo''. Ma lo specialista - che comunque nega di avere in programma un intervento del genere a breve - non si ferma qui: pensa agli interventi in utero: ''Questa possibilità, fino a oggi di carattere sperimentale - annuncia Lanzetta - rientra in un approccio che eviterebbe le terapie di immunosoppressione. Si tratta di identificare le gravi malformazioni mediante un' ecografia, operare il feto in utero e far proseguire la gravidanza fino al parto, quando il bambino nascerà normale''. Lanzetta, che ha imparato le tecniche dell'intervento in utero negli Usa, è però affascinato da un'operazione che in America hanno fatto alcune decine di volte, che consente il normale sviluppo degli arti in un feto geneticamente sano ma il cui sviluppo è limitato dalle 'briglie amniotiche', lunghe fibre in grado di impigliarsi attorno a qualche parte del feto, costituendo una costrizione meccanica allo sviluppo di quella parte. L' intervento dura un'ora, si fa tra il 3/o e il 4/o mese e consiste nel prelevare il liquido amniotico, estrarre il feto, correggere il difetto e reintrodurre il tutto in utero. ''Con altri specialisti in microchirurgia - conclude Lanzetta - sto pensando di proporre questo intervento in Europa. Abbiamo anche pensato a un Centro unico europeo, per non disperdere le energie, e mi piacerebbe che fosse in Italia''.

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