La qualità e stabilità nel tempo dei generici/copie di ramipril presenti sul mercato sono davvero inferiori a quelle del ramipril di riferimento (Tritace®)?

Farmacia | Alberto Donzelli | 10/06/2010 09:51

Una ricerca (Galli Angeli D, Trezza C. Clin Drug Investig 2009; 29:667) su 22 generici/farmaci copia confrontati con ilramipril di marca Tritace®, riporta queste conclusioni:

• in partenza il 24% dei generici o copie non rispetta il livello di ramipril (90-105% della quantità di prodotto) dichiarato nelle specifiche del Tritace®; e non rientra nelle sue specifiche sui tempi di dissoluzione: ≥80% in 30’;

• il 32% non rispetta il limite di impurità dichiarato da Tritace®(≤5% di DKP, che è il maggior metabolita di ramipril);

• e le suddette percentuali salgono di molto dopo tre mesi di conservazione in condizioni di stress (40° C e 75% di umidità relativa).

Ma questa ricerca NON dovrebbe avere alcun peso sulle prescrizioni di ramipril generico-equivalente in Italia, per i motivi che seguono.

• Gli autori non hanno esplicitato (neppure dopo formali richieste) nomi e marche dei 22 farmaci testati. Ciòsignifica ad es. che non si può sapere se i 7 campioni che non raggiungevano la soglia inferiore di principio attivo dichiarato dal prodotto di riferimento (cioè il 90% del ramipril dichiarato) fossero farmaci generici (con dossier di bioequivalenza), e prodotti da chi, oppure farmaci copia, e con quale nome di fantasia. Lo stesso vale per gli altri due confronti riportati nella ricerca.

• Conoscere nomi e produttori di tutti i farmaci testati poteva essere interessante, perché dai grafici si ricava che alcuni generici/copie sono risultati sostanzialmente stabili quanto il ramipril di riferimento, e sei addirittura più stabili, non sviluppando affatto DKP (che per altro non è una sostanza nociva, ma ha solo perso attività.

• Un limite, riconosciuto dagli autori, è l’analisi di un solo lotto per ogni generico, con conseguente ampio margine di errore campionario (a scapito dei generici confrontati) e poca potenza statistica per trarre conclusioni.

• Inoltre le date di produzione differivano nei prodotti testati, e non era noto in quali condizioni né a cura di chi fossero stati conservati prima di essere spediti al laboratorio che ha fatto le misurazioni: gli autori ammettono che i bassi profili di dissoluzione di alcuni campioni di generici possano essere dovuti a condizioni improprie di conservazione prima della loro raccolta per la ricerca.

• Ma soprattutto, leggendo più attentamente e chiedendo conferma, è emerso che i 22 campioni confrontati non erano in vendita in Italia! bensì acquistati in varie parti del mondo (tra cui India, Pakistan, Thailandia, Repubblica Dominicana…), e da lì spediti al laboratorio italiano che ha effettuato le analisi.

Il primo autore dell’articolo ha dichiarato che non erano stati confrontati generici in vendita in Italia, perché i prodotti sul nostro mercato sono controllati dall’AIFA, e per definizione del tutto equivalenti al farmaco di riferimento. Chissà se questo particolare (che i farmaci confrontati con il farmaco di riferimento non erano in vendita in Italia) era chiaro a tutti i medici che sono stati destinatari della campagna di “informazione” del produttore di Tritace®.

• E per finire, la ricerca era finanziata da Sanofi-Aventis, produttore del farmaco di marca di riferimento e gli autori avevano relazioni finanziarie con lo sponsor, o erano suoi dipendenti. Nella letteratura medica queste condizioni sono costantemente associate alla produzione di studi e di risultati molto più favorevoli agli interessi dello sponsor commerciale1-5).

Si ricorda che in Italia i generici (non necessariamente farmaci copia con marchio di fantasia!) devono essere sottoposti a prove di bioequivalenza. Questa ricomprende, come gli affluenti di un unico fiume, vari parametri (disgregazione, dissoluzione, diversi eccipienti, impurità...) che presi a sé possono anche in parte differire, ma nel loro complesso sfociano in un risultato essenzialmente simile.

A prescindere dalla chiarita irrilevanza della ricerca citata per la realtà italiana, si ribadisce che le conclusioni che si pretende di trarre da ricerche come questa sembrano pretestuose. È come soffermarsi a sottolineare le diverse caratteristiche di un gruppo di corridori giunti insieme al traguardo: l’uno è più basso, l’altro più alto, questo è più muscoloso, quello ha la pelle scura, e via cavillando. Così si perde di vista ciò che conta per curare il paziente: è provato e attestato dalle nostre Autorità regolatorie che arrivano tutti al traguardo,e che vi arrivano costantemente in un gruppo compatto, quanto basta per ricevere tutti… la medaglia della bioequivalenza.

Articolo tratto dalla raccolta 2009 delle "Pillole di Buona Pratica Clinica". CIS Editore, Milano.

 

Dott. Alberto Donzelli

Direttore Servizio Educazione all’Appropriatezza

ed EBM – ASL di Milano

CIS EDITORE

 

Bibliografia

1. Als-Nielsen B et al. Association of funding and conclusions in drug RCTs. JAMA 2003; 290:921.

2. Lexchin J et al. Pharmaceutical industry sponsorship and research outcome and quality: systematic review. BMJ 2003; 326:1167.

3. Perlis RH et al. Industry sponsorship and financial conflict of interest in the reporting of clinical trials in psychiatry. Am J Psychiatry

2005; 162:1957.

4. Bero L et al. Factors associated with findings of published trials of drug-drug comparisons: why some

statins appear more efficacious than others. PLoS Medicine 2007; 4:e184.

5. Yank V et al. Financial ties and concordance between results and conclusions in meta-analysis: retrospective cohort study. BMJ 2007; 335:1202. 

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