Epidemia diabete: ogni due giorni si ammala 1 bimbo. In Italia sono ormai più di 15 mila

Diabetologia | | 09/06/2010 12:09

In Italia sono oltre 200 mila i pazienti con diabete di tipo 1, di cui circa 60 mila fra i 15 e i 30 anni. In continuo aumento i casi anche fra i più piccoli: sono ormai più di 15 mila. La dice lunga il fatto che ogni due giorni in Italia un bambino si ammala di diabete di tipo 1. Questi alcuni dati emersi dallo studio Ridi, che raccoglie i numeri dei registri italiani sul diabete di tipo 1 in collaborazione con i servizi diabetologici pediatrici. Il lavoro sara' presentato durante il XXIII Congresso nazionale della Società italiana di diabetologia. Sono più di 180 ogni anno, nei bimbi fra 0 a 14 anni, le nuove diagnosi di questo tipo di diabete di origine autoimmune, in cui cioè gli anticorpi del paziente distruggono le cellule che producono insulina. Negli ultimi 20 anni l'incidenza del diabete giovanile è aumentata, passando da 9 a 14 casi ogni centomila abitanti. 

L'incidenza del diabete in Italia presenta, inoltre, forti differenze geografiche: il rischio infatti è circa 4 volte superiore alla media in Sardegna e circa doppio nella Provincia di Trento. Anche se il picco di incidenza è evidente nell'età pediatrica, il pericolo resta alto almeno fino ai 30 anni, con un maggior numero di casi nel sesso maschile. Gli esperti rivelano anche che le nuove diagnosi di diabete di tipo 1 riguardano in un caso su 10 figli di migranti. "Il diabete tipo 1 è una malattia autoimmune in cui fattori non ancora individuati scatenano nei soggetti geneticamente suscettibili la risposta immunitaria diretta contro lo cellule pancreatiche che secernono l'insulina - spiega Paolo Cavallo Perin, presidente Sid - Alcuni dati suggeriscono che il miglioramento delle condizioni di igiene nei primi anni di vita possa aver reso i giovani più esposti alle malattie autoimmuni, tra cui il diabete tipo 1. Nei figli di migranti questo effetto potrebbe essere ancor più dirompente, perché le abitudini alimentari drasticamente cambiate rispetto al Paese d'origine potrebbero far emergere più facilmente la malattia". "Il dato - fa notare Cavallo Perin - implica anche che l'immigrazione dai Paesi in via di sviluppo potrà contribuire in misura rilevante all'incremento del numero di pazienti con diabete di tipo 1, rendendo necessario programmare interventi sanitari che tengano conto anche dei peculiari aspetti sociali correlati. Di certo questi dati ci devono spingere a creare un maggior numero di strutture diabetologiche dedicate specificamente al diabete tipo 1, per poter fronteggiare al meglio tutti i nuovi casi". In accordo coi dati raccolti da Registri simili nel resto del mondo occidentale, l'incidenza del diabete di tipo 1 risulta in continua e costante ascesa, con un incremento annuo del 3% pressoché ovunque. I dati dello studio Ridi confutano inoltre un'ipotesi accreditata in passato: quella secondo la quale l'incremento dei nuovi casi di diabete di tipo uno dipenderebbe soprattutto da una comparsa più precoce della malattia, che si presenterebbe sempre più spesso nella prima infanzia. L'aumento dei casi, invece, è analogo in tutte le fasce d'età: l'incidenza è cresciuta nella fascia 0-14 anni come in quella 15-29 anni, con un incremento lineare nel tempo e un'assenza di picchi di incidenza che suggeriscono l'effetto di determinanti ambientali a distribuzione uniforme, tuttora ignoti. "L'aumento dell'incidenza si è verificato nel corso degli ultimi 20 anni, e certo non si può ipotizzare che i nostri geni siano cambiati in un periodo così breve - spiega Graziella Bruno, epidemiologa del dipartimento di medicina interna dell'università di Torino e coordinatrice dello studio - Tuttavia i 'classici' fattori ambientali studiati da anni quali possibili responsabili dell'inizio del processo autoimmune, ovvero gli enterovirus e l'introduzione precoce nella dieta del neonato delle proteine del latte vaccino, non sembrano imputabili dell'incremento dei casi: le infezioni da enterovirus non sono aumentate, l'allattamento al seno è in crescita". "Sembra perciò più probabile - prosegue Bruno - che il 'colpevole' sia da cercare in fattori drasticamente più frequenti negli ultimi anni, prima fra tutti l'obesità: in Italia il 25-30% dei bambini e degli adolescenti è sovrappeso od obeso. L'obesità potrebbe facilitare l'insulino-resistenza, ovvero la resistenza periferica dei tessuti quali muscolo e fegato all'azione dell'insulina: tutto ciò si tradurrebbe, in soggetti geneticamente predisposti, in uno sforzo maggiore per le cellule che producono insulina, che potrebbero di conseguenza esprimere proteine verso cui poi si scatena la reazione immunitaria". "Una parte di responsabilità - prosegue Raffaella Buzzetti, docente di endocrinologia all'università Sapienza di Roma - potrebbe averla anche il peso alla nascita: neonati di 4 chili e oltre hanno un rischio aumentato di sviluppare il diabete tipo1. Anche l'età della madre sembra importante: una recente analisi che ha preso in considerazione 89 studi ha dimostrato che per ogni incremento di 5 anni nell'età della madre al momento del parto, il rischio di diabete tipo 1 per il nascituro aumenta del 5%". L'epidemia di diabete ha anche importanti risvolti economici. In Italia i diabetici hanno 'consumi sanitari' 2,5 volte superiori rispetto a quello delle persone non diabetiche di pari età e sesso. Ogni anno sono oltre 70 mila i ricoveri per diabete, principalmente per complicanze quali ictus e infarto, retinopatia diabetica, insufficienza renale e amputazioni degli arti inferiori. "Il costo diretto annuo di un diabetico è pari a 3.349 euro, mentre nel non diabetico ammonta a circa 830 euro; un eccesso di costi che si verifica per tutte le voci di spesa, dalle cure ambulatoriali ai farmaci, dai ricoveri alle cure in emergenza - fa i conti Bruno - Oltre il 50% dei costi diretti è attribuibile ai ricoveri ospedalieri. I diabetici, inoltre, consumano farmaci tre volte di più rispetto ai non diabetici di pari età e sesso: la quota principale è rappresentata da molecole per il trattamento delle complicanze cardiovascolari, ma tutte le categorie farmacologiche sono più spesso utilizzate dai pazienti rispetto ai sani. Il diabete determina, a tutt'oggi, il 10-15% dei costi dell'assistenza sanitaria in Italia: il suo impatto sociale sarà quindi sempre più difficile da sostenere, in assenza di una efficace prevenzione", conclude Bruno.

Fonte: Adnkronos

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