Exenatide è destinato al trattamento del diabete di tipo II. Monitoraggio per 17mila italiani

| 10/06/2010 11:41

terapia

Sono stati oltre 17mila i pazienti italiani che hanno assunto in due anni il 'farmaco della lucertola', nuovo medicinale per i malati di diabete di tipo 2 monitorato attentamente fin dal suo arrivo in Italia. Sviluppato grazie all'osservazione del Gila Monster, una particolare lucertola dell'Arizona, l'exenatide è destinato al trattamento del diabete di tipo II. In quanto farmaco innovativo, la molecola è stata oggetto di un monitoraggio da parte dell'Agenzia italiana del farmaco, che ha raccolto la casistica di pazienti più ampia in tutta Europa: in due anni 17.298 pazienti osservati. "Gli studi clinici - ricorda Francesco Dotta, docente di endocrinologia e malattie metaboliche all'Università di Siena, in occasione del Congresso nazionale della Sid (Società Italiana di Diabetologia) al via a Padova - avvengono su pazienti selezionati, 'in serra', diversamente dalla condizione di 'real life', in cui intervengono altri fattori come l'accesso al farmaco, altre terapie concomitanti o la compliance del paziente.

Per valutare se un farmaco, specialmente di una nuova classe, incontri le aspettative dei

risultati degli studi clinici anche in condizioni reali bisogna solitamente aspettare molti anni. Grazie al monitoraggio dell'Aifa abbiamo, invece - dice Dotta - già la verifica di come gli incretino mimetici agiscano nella pratica quotidiana. La fotografia scattata dai dati ci conferma i dati che sono emersi dagli studi clinici, per alcuni aspetti li migliora". Secondo l'analisi dell'ultimo report pubblicato, "exenatide - ricorda Lilly in una nota - ha mostrato un miglioramento progressivo e costante dei parametri del paziente, nel corso dei follow-up a 4 mesi e a 1 anno, una progressiva perdita di indice di massa corporea, di peso, della circonferenza vita, una stabilizzazione della glicemia". Inoltre su 17.298 pazienti trattati, la percentuale di ipoglicemie riportate è stata di 2.2%. Mentre ad aver interrotto la terapia per reazioni avverse (per la maggior parte patologie gastrointestinali, nausea e vomito) è stato il 4% dei pazienti, contro l'8% di quelli negli studi clinici "perché il medico - conclude la nota - ha gestito con maggior dimestichezza gli eventi avversi".

Fonte: Adnkronos