Legge 104: l’assistenza ad un handicappato grave è riservata ai genitori

Giovanni Vezza | 05/07/2010 16:01

In ordine all’applicazione della legge 104, il semplice affidamento di un bambino, seppure in gravi condizioni di disabilità, non consente la fruizione dei benefici previsti in favore dei congiunti del disabile. L’Enpam si è trovato recentemente a dare riscontro alla richiesta di un medico dipendente ospedaliero, inserito in un reparto di neonatologia. L’interessato ha una figlia riconosciuta come persona disabile ai sensi della legge 104, e con riferimento ad essa la sua Azienda gli ha riconosciuto i benefici di legge. Nell’agosto 2009 ha preso in affidamento un neonato abbandonato nel suo reparto: si tratta di un prematuro con malformazione cerebrale, che necessita di continue cure, per cui il Presidente del Tribunale dei Minori di Firenze ha nominato il medico, insieme a sua moglie, tutore del minore in questione. Il bambino è stato anch’esso riconosciuto dalla Asl come persona handicappata in situazione di gravità ex Legge 104. Quindi il medico ha chiesto anche per lui alla propria Azienda i relativi benefici, ma la sua istanza è stata respinta

La Fondazione Enpam, nella risposta al quesito del medico, ha purtroppo dovuto concordare con l’impostazione tenuta dalla Asl. L’art. 33 della legge 104/92, infatti, indica, quali beneficiari delle agevolazioni lavorative previste per assistere una persona con grave disabilità, i genitori, i parenti e gli affini entro il terzo grado di parentela. Il comma 7 dell’articolo citato, peraltro, estende tali benefici anche in favore degli “affidatari di persone handicappate in situazioni di gravità”. Tuttavia, il Ministero del Lavoro, interpellato in merito alla possibilità di applicare la suddetta disposizione ai tutori o amministratori di sostegno di persone con handicap in situazioni di gravità, si è espresso in senso negativo, dichiarando che l’individuazione, fra i possibili beneficiari dei permessi, degli “affidatari” va interpretata in maniera restrittiva, circoscrivendola ad una determinata categoria di soggetti quali i “genitori affidatari”. Il tutore e l’amministratore di sostegno, infatti, sono chiamati ad assolvere altre funzioni e non possono essere annoverati tra i parenti o affini. A parere del Ministero, i benefici lavorativi non possono essere concessi nemmeno nel caso in cui il tutore o l’amministratore di sostegno dimostrino di assistere con continuità ed in via esclusiva la persona con disabilità, priva di genitori o parenti prossimi, anche per gli aspetti esistenziali e della vita quotidiana. Con un recente parere, inoltre, il Dipartimento della Funzione Pubblica si è espresso sull’argomento in modo conforme al Ministero del Lavoro, escludendo ogni indicazione volta ad ampliare il novero dei soggetti in parola. Si afferma, infatti, in questo parere che la platea dei beneficiari è rigidamente disciplinata dal legislatore e tra le figure previste non compaiono il tutore o l’amministratore di sostegno. Pertanto, la facoltà di ammettere altri soggetti a godere delle medesime agevolazioni rimane in capo al solo legislatore, che finora non ha ritenuto di doverla esercitare. 

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