Angioplastica, il tempo è relativo

Cardiologia | | 13/07/2010 12:34

''In caso di infarto miocardico acuto il limite di un'ora non è assoluto: la soluzione di intervento più adatta e il tempo disponibile per intervenire sul singolo paziente vanno valutati in base al livello di rischio clinico del paziente infartuato''. Lo afferma il dott. Giuseppe Tarantini, della Divisione di Cardiologia della Clinica Cardiologica di Padova, in uno studio sulla relatività del tempo di intervento. La ricerca, diretta dal prof. Sabino Iliceto e  pubblicata sull' 'European Heart Journal', dimostra come la scelta della terapia da eseguire con urgenza sul paziente con infarto possa modularsi ''non più solo in base al tempo a disposizione per l'intervento di angioplastica, che le linee guida internazionali fissano in un'ora, bensì in base al rapporto tra il rischio del paziente e il tempo di ischemia''.

''Esistono, nella pratica clinica corrente, due possibilità terapeutiche per intervenire in caso di infarto miocardico acuto - rileva Tarantini - e sono: la terapia riperfusiva con farmaco, detta trombolisi, o la terapia meccanica tramite utilizzo di palloncino e stent, detta angioplastica primaria''. Ma, ''nonostante l'angioplastica offra al paziente benefici maggiori, sul territorio nazionale meno del 20-30% dei pazienti viene di fatto trattato con tale procedura, sia per l'esigua disponibilità dei centri che rispettano gli standard di sicurezza, sia per problemi di logistica''. Lo studio ipotizza ''il trasporto di pazienti con infarto ad alto rischio direttamente in ospedali pronti e adeguatamente attrezzati e con cardiologi interventisti esperti ad eseguire l'angioplastica primaria, evitando così ritardi legati alla necessità di dover ritrasferire il paziente instabile in diversi ospedali''.

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