Farmaci generici, analisi della bioequivalenza

Redazione DottNet | 27/07/2010 15:11

La questione equivalente, pro o contro, ha suscitato molto interesse tra i medici del nostro Social Dottnet. In particolare si è parlato di bioequivalenze, tema molto dibattuto e che inevitabilmente conduce alla discussione sull’efficacia dei generici rispetto a un prodotto di brand. I farmaci equivalenti rappresentano quasi la metà del consumo italiano e circa il 28% della spesa, anche se la maggiore prescrizione si concentra ancora sui prodotti branded. Nel 2009 hanno perso il brevetto alcuni principi attivi molto prescritti come il pantoprazolo e il perindopril. Saffi Giustini, medico di mmg, sulla rivista della Simg ha analizzato il problema della bioequivalenza, appunto. Ecco il risultato:

A norma di legge il farmaco generico/equivalente è un prodotto che ha la stessa composizione qualitativa e quantitativa in principi attivi e la stessa forma farmaceutica del medicinale di riferimento nonché una bioequivalenza con il medicinale di riferimento dimostrata da studi appropriati di biodisponibilità. Grazie ai controlli di bioequivalenza e di qualità imposti dalla legislazione vigente, i profili farmacologici di un farmaco generico risultano essere sovrapponibili a quelli del corrispondente farmaco originatore (brand name). Il farmaco con brevetto scaduto costituisce un’alternativa efficace ed economica rispetto ai medicinali della stessa classe ma ancora soggetti a tutela brevettuale. Ad esempio, lisinopril e ramipril, nifedipina e amlodipina, pravastatina e simvastatina, lansoprazolo e omeprazololo non hanno certo caratteristiche di efficacia e sicurezza inferiori rispetto ad altri ACE inibitori, calcio-antagonisti, statine o inibitori di pompa. Sarebbe utile, dato il notevole utilizzo di queste molecole negli anni della protezione brevettuale, che il loro impiego si incrementi nel tempo, perché la vita di un farmaco deve proseguire fintanto che non risulti superato in termini di efficacia e sicurezza. Ricordiamo che, mentre di un nuovo farmaco conosciamo i benefici solo su outcome surrogati, di quelli in commercio da anni conosciamo anche i benefici su outcome primari e sulla loro sicurezza d’uso. In Italia le cose sono più complicate perché la strategia del comarketing ha fatto si che la stessa molecola fosse commercializzata in concessione brevettuale da varie industrie, con diversi nomi di fantasia. Sono i cosiddetti farmaci “copia”, per i quali è importante sottolineare che, in assenza della documentazione di bioequivalenza, è tutt’altro che scontata l’equivalenza terapeutica con l’originatore. Una non corretta informazione sui farmaci equivalenti porta a ritenere che l’efficacia dei farmaci equivalenti possa oscillare entro un range del ±20%. Ammettere una variabilità dell’intervallo di confidenza del ±20% nel confronto tra le biodisponibilità di due farmaci non significa mai che una compressa può contenere il 20% in più o in meno di principio attivo; questo requisito di variabilità si riferisce esclusivamente al range di oscillazione dell’intervallo di confidenza del rapporto tra le biodisponibilità medie dei due farmaci in confronto. Tale intervallo è stato scelto dalle Agenzie Regolatorie internazionali: Food and Drug Administration (FDA), European Medicines Agency (EMEA) e Australian Regulatory Guidelines for Prescription Medicines (ARGPM) ed è della stessa portata di quanto si può riscontrare tra lotti diversi dello stesso farmaco brand-name (originatore), tra diversi individui trattati con lo stesso farmaco e nello stesso individuo che assume il farmaco in condizioni diverse. Tecnicamente si confrontano i parametri farmacocinetici principali (AUC e Cmax), sia come media, sia come variazione delle singole misure e si va a verificare se gli intervalli di confidenza al 90% (IC  90%) dei quozienti della media delle AUC e delle Cmax del farmaco originatore e dell’equivalente da testare, rientrino nel limite prefissato del ± 20% rispetto al rapporto tra le biodisponibilità, tutto ciò equivale ad un limite da 0,8 a 1,25 in scala logaritmica. In studi pubblicati (JAMA 1999;282:1995) la differenza media osservata tra farmaci di riferimento e rispettivi equivalenti era del 3,5% ed in uno studio pubblicato nel 2004 su 5000 generici (J Pharm Pract Res 2004;34:165-200) non si è trovato nessun caso di insuccesso terapeutico o di tossicità attribuibile a differenze di biodisponibilità rispetto ai farmaci comparatori. Non è ragionevole quindi l’affermazione che è possibile una variazione  tra biodisponibilità media fino al 40% (come scarto compreso tra -20 a +20%) tra due prodotti equivalenti che si sono confrontati separatamente con il farmaco originatore, considerando che uno sia al limite superiore ed uno al limite inferiore del  range, oppure la convinzione che i farmaci equivalenti possono avere un’efficacia fino al 20% inferiore. Ciò non toglie però che la bioequivalenza è garantita solo tra un generico ed il suo originatore, ma non necessariamente tra due generici diversi, se non sono stati preventivamente testati tra loro. La problematica relativa alla bioequivalenza riguarda anche i prodotti originali dato che gli studi precommercializzazione sono eseguiti di solito con formulazioni del prodotto farmaceutico diverse da quelle successivamente introdotte sul mercato e spesso le aziende produttive modificano il procedimento industriale di produzione. Anche in tutte queste circostanze si applicano le regole che sono richieste per valutare la bioequivalenza di un prodotto generico. Per il gruppo Generici, pro o contro, clicchi qui.

I Correlati

I Correlati

Widget: 91798 (categoria) non supportato