Le ferie e i medici liberi professionisti

Giovanni Vezza | 31/08/2010 15:18

L’estate è il periodo normalmente dedicato alle ferie e quindi fioriscono dubbi, quesiti e interpretazioni su questo istituto. In particolare, è pervenuta all’Enpam la richiesta di un medico che desidera sapere se esiste una normativa specifica riguardo al diritto alle ferie dei lavoratori medici in libera professione.  In sostanza – prosegue l’interessato – esiste anche per i medici in libera professione un numero minimo di settimane consecutive nelle quali svolgere il periodo di ferie? A questo proposito occorre dire che l'istituto delle ferie, costituzionalmente garantito (art. 36 Cost), è tuttavia tipico dei lavoratori subordinati, ed è normalmente disciplinato in sede di contratto collettivo di categoria. Esiste in questo campo una normativa generale, secondo cui il prestatore di lavoro ha diritto a un periodo di ferie retribuite non inferiore a 4 settimane, che non possono essere liquidate con una indennità sostitutiva (art.10 del decreto legislativo n° 213 del 2004). Il minimo di 20 giorni annuali, previsti da tutti i contratti collettivi, è stato introdotto dal D.lgs. n. 66 del 2003.

Secondo gran parte della dottrina giuslavorista, dovrebbero essere maturi i tempi per estendere tali benefici a tutti i lavoratori, anche autonomi o liberi professionisti,come già si sta facendo in materia di congedo retribuito per gravidanza e allattamento. Pertanto secondo questa parte della dottrina sarebbe auspicabile mettere a carico della previdenza sociale anche il periodo di ferie del lavoratore autonomo, definendone limiti e benefici, anche a garanzia della salute del lavoratore stesso. Ma i tempi di attuazione di un simile beneficio non si prevedono né brevi, né tantomeno certi. Al contrario, se è vero che il libero professionista può articolare come crede l'alternanza fra lavoro e riposo, è altrettanto vero che il medico, anche se lavoratore autonomo, svolge una funzione di interesse pubblico di eccezionale rilevanza, sicché, pur restando libero professionista, deve conciliare le sue pur legittime esigenze di ristoro psico-fisico con l'interesse della collettività. In questo senso, l'arbitraria interruzione dell'attività potrebbe in astratto comportare conseguenze (ad esempio disciplinari o di interruzione del rapporto di accreditamento) laddove il contratto, anche se libero professionale, intercorresse con strutture rappresentative del diritto alla salute dei cittadini nel loro complesso (nello specifico, ad esempio, gli Istituti del Servizio Sanitario Nazionale).

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