Test di ammissione a medicina: la politica continua a fare danni alla categoria

Silvio Campione | 01/09/2010 16:04

C’è stata una levata di scudi contro i test di ammissione alla facoltà di medicina. Tutti sono contro i criteri imposti dalla normativa, ma nessuno, tuttavia, ha proposto, almeno finora, qualcosa di nuovo. La ratio del concorso sta nell’evitare che la politica – come fa in quasi tutti i campi – possa determinare a tavolino chi è meritevole di fare il medico o meno al di là delle sue capacità, anche se non è del tutto escluso che manchino le possibilità d’influenzare le prove d’ingresso alle facoltà.  E sono moltissimi i medici che hanno sperimentato sulla propria pelle e sulla propria carriera i danni che ha fatto e sta continuando a fare l’intervento della politica. La discrezionalità del potere  è un esempio evidente, per esempio, nei  concorsi di primario, dove la scelta è ancora del solo direttore generale nominato, appunto, dalla politica.

Una piaga che nelle regioni del Sud è ormai endemica e compromette la qualità delle prestazioni: non è un caso che da Roma in giù la malasanità impera perché ai vertici delle aziende ospedaliere sono stati “sistemati” gli amici degli amici, come dimostrano i casi di queste ultime settimane con Messina in prima fila. Un discorso che tocca anche la medicina generale e tante altre specializzazioni che pure risentono del peso dei piani alti. "Giustamente da più parti si chiede di cambiare il criterio di ammissione alle facoltà di Medicina. L'importante è non trovare un rimedio peggiore, cioè il ritorno alla  discrezionalità del potere politico e baronale", dicono  Rita Guariniello, segretaria nazionale Flc Cgil, e Massimo Cozza,  segretario nazionale Fp Cgil medici, alla vigilia della prove. "Con un test - sottolineano Guariniello e Cozza  -  di 80 domande, che vanno dalla cultura alla scienza, a fronte di  circa 90 mila richieste saranno selezionate contemporaneamente in  tutte le università italiane le 8.755 matricole destinate a diventare  i medici del futuro. In sostanza solo uno studente su 10 sarà ammesso, ma con criteri penalizzanti per chi si troverà a concorrere in un ateneo con pochi posti e con tanti studenti bravi, e per chi ha minori conoscenze di cultura generale".      Per i due sindacalisti è quindi giusto cambiare il sistema, a patto però di non trovare un rimedio peggiore, ovvero l’influenza della politica. Per Guariniello e Cozza, la domanda da farsi è "se è ancora necessario il numero chiuso per l'accesso alla facoltà  di Medicina, a fronte dei successivi abbandoni da parte degli studenti che superano i test e della carenza di medici che si prospetta nei prossimi anni nel Ssn con le uscite previste per pensionamento. Sempre - concludono - nella massima trasparenza e senza nessun pertugio di arbitrarietà". Critiche anche dall’Anaao: ''Una formula di selezione assolutamente inadeguata''. Definisce così Costantino Troise, segretario nazionale dell'associazione medici dirigenti Anaao Assomed, l'attuale test per l'ammissione alla facoltà di Medicina alla vigilia della prova che vede coinvolti circa 90mila giovani. ''Il nostro giudizio negativo finalmente condiviso da più parti - spiega Troise - appare giustificato anche dalla mancanza di una graduatoria nazionale, per cui il punteggio necessario per l'ammissione presenta una estrema variabilità da una sede all'altra: studenti esclusi in una facoltà sarebbero stati largamente ammessi con lo stesso punteggio in diverse altre''. ''La formazione del medico di domani e lo sviluppo delle sue qualità professionali - commenta il segretario - rappresentano un tema troppo importante per essere lasciato in via esclusiva nelle mani dell'Università''. Per questi motivi l'associazione chiede al ministro della Salute Ferruccio Fazio di ''rivendicare ed esercitare un ruolo attivo nell'abolizione di una ipocrita lotteria e nella sperimentazione di nuove modalità di selezione che tengano conto delle attitudini e delle capacità dei singoli, da valutare, magari, non con bizzarri e cervellotici quesiti, ma dopo l'acquisizione di specifici crediti formativi''. Infine, conclude Troise, ''le Regioni dimostrino di avere a cuore il governo del sistema sanitario ponendo la formazione dei medici di domani al centro dei protocolli di intesa con le Università''. Per il gruppo La sanità che vorremmo, clicchi qui.

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