Alzheimer, il ruolo del medico di medicina generale per la cura e l’assistenza

Professione | Redazione DottNet | 15/09/2010 10:01

Più pazienti, meno medici. La carenza di 'camici bianchi' preparati a gestire l'epidemia di cronicità, a cominciare dal dilagare di Alzheimer e demenze, rischia di diventare l'emergenza sanitaria italiana del futuro. A lanciare il monito è Marco Trabucchi, presidente dell'Associazione italiana di psicogeriatria, intervenuto a Milano a un incontro organizzato dalla Federazione Alzheimer Italia per presentare la 17esima Giornata mondiale dedicata alla malattia (21 settembre). "Se oggi scarseggiano gli infermieri, domani mancheranno i medici - avverte Trabucchi - Quei pochi che avremo saranno sempre più 'tecnocrati', ma sempre meno in grado di arginare la cronicità" con le sue conseguenze sociali, sanitarie ed economiche.

Maghi dell'hi-tech cresciuti in laboratorio, più che in corsia. Per non lasciare 'orfani' i malati dell'Italia che invecchia, la formazione va ripensata, sostiene l'esperto. Così come vanno potenziati i percorsi assistenziali, aggiunge, investendo anche sulla rete delle Residenze sanitarie assistenziali (Rsa). "Solo a Milano, su una popolazione di circa un milione di abitanti si contano 210 mila over 75, di cui 130 mila donne - ricorda il geriatra - Ciò significa che in città i malati di demenza ammontano a 25-30 mila, e arrivano a 100-120 mila in tutta la Lombardia". Numeri destinati a lievitare, di fronte ai quali "è davvero arrivato il tempo di agire insieme come recita lo slogan della Giornata Alzheimer 2010". "Le grandi sfide richiedono alleanze, perché la sofferenza in solitudine è più grave e meno sopportabile della sofferenza condivisa", dice Trabucchi. "Il primo fronte sul quale agire insieme è la ricerca, da mettere in rete - chiede il geriatra al ministero della Salute - non tanto per dare ai centri specializzati più fondi, quanto per offrire loro una cornice al cui interno operare" in modo costruttivo. Senza doppioni, ma remando nella stessa direzione per il bene di malati e famiglie. Il secondo punto sul quale giocare l'alleanza anti-Alzheimer è "l'organizzazione dell'assistenza. Il percorso deve andare dalla famiglia, l'unica che può intercettare i primi segni della malattia - precisa l'esperto - alle Unità di valutazione Alzheimer (Uva), passando per il medico di medicina generale". Altro momento delicatissimo è "il ricovero in ospedale, che soprattutto per questi pazienti va gestito in modo multidisciplinare". E in questo senso è cruciale "agire insieme anche all'interno della stessa equipe. Medico di famiglia, infermieri, specialisti: tutti hanno una funzione chiave, ma devono parlarsi", esorta lo specialista. Fondamentale, poi, è "il dialogo con la famiglia che da sola non ce la fa. I bisogni di questi malati cambiano, cambiano le domande e guai se non trovano risposte. Dalla sanità, ma anche dai Comuni che con la sanità devono cercare soluzioni condivise". Infine c'è il problema economico, tutto sulle spalle delle famiglie. "Chi ha un parente con l'Alzheimer in fase grave non può fare a meno delle badanti. La loro regolarizzazione è sacrosanta - tiene a puntualizzare Trabucchi - Ma questa operazione aumenta anche i costi". E poiché le badanti sono in stragrande maggioranza straniere, "i soldi usati per poter contare sul loro aiuto (oltre 9 i miliardi di euro spesi dalle famiglie) per forza di cose escono dall'Italia senza poter rientrare in un circolo virtuoso che migliori l'assistenza". Un'emorragia inevitabile. Ma "anche queste - conclude l'esperto - sono cose che in un sistema Paese vanno considerate". Per il gruppo Libertà professionale, clicchi qui.

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