Da ricerca Chieti-Londra speranze contro cancro pancreas

| 21/10/2010 12:25

chemioterapia

Passa per l'università e l'ospedale di Chieti una scoperta che potrebbe aprire la strada a nuovi farmaci in grado di bloccare la diffusione del cancro del  pancreas. Una ricerca ha infatti identificato uno dei possibili  meccanismi responsabili dello sviluppo di tale patologia. Lo studio, pubblicato su 'Clinical Cancer Research', è stato guidato da Marco Falasca del Barts and The London School of Medicine and Dentistry, Queen Mary University of London, in collaborazione con Federico Selvaggi dell'università di Chieti, e con Paolo Innocenti, direttore della Patologia chirurgica dell'ospedale di Chieti, nonché del Dipartimento di scienze chirurgiche sperimentali e cliniche dell'ateneo teatino. In questa ricerca - spiega una nota dell'Asl 2 di Chieti - è stato trovato per la prima volta un legame tra una proteina, P110gamma, e il tumore del pancreas.

I ricercatori hanno scoperto il legame con P110gamma studiando se particolari proteine sono collegate alla crescita cellulare nel tessuto pancreatico normale che in quello tumorale. Circa la metà di tutti i tipi di cancro sono legati ad alterazioni della funzione svolta da un membro di una famiglia di queste proteine a cui appartiene p110gamma, chiamata fosfoinositide 3-chinasi. Questa proteina potrebbe essere utile per lo sviluppo di nuovi trattamenti o per consentire una diagnosi più precoce della malattia.Il tumore al pancreas - ricordano gli esperti - ha uno dei più bassi indici di sopravvivenza tra tutte le forme tumorali, a causa della mancanza di una sintomatologia specifica che comporta una tarda diagnosi e della sua resistenza alla chemioterapia e radioterapia. In questa ricerca è stato evidenziato che in circa tre quarti dei tumori pancreatici sono presenti alti livelli di P110gamma. Negli esperimenti di laboratorio, quando la produzione di questa proteina è stata bloccata, si è manifestata contemporaneamente l'interruzione della crescita delle cellule cancerose. Gli autori della ricerca sottolineano che si tratta di un promettente punto di partenza, anche se sono necessari ulteriori studi prima che questa scoperta posso tradursi in un'applicazione diretta sui pazienti.

Fonte: Adnkronos