Negli ospedali si muore: pazienti rischiano la vita tra virus e errori in corsia. Più esposti di tutti i malati oncologici. In Lombardia record di rimborsi

Professione | Silvio Campione | 25/11/2010 12:28

Fra gli abitanti delle corsie degli ospedali i più assidui sono proprio quelli che non ci si aspetta. Virus e batteri la fanno da padroni, mietendo più vittime degli incidenti stradali, e nonostante tutti gli sforzi la loro presenza è una costante degli ultimi anni. A gettare una luce sull''epidemia silenziosa' sono gli esperti riuniti nel 9° Congresso annuale della Società italiana di Malattie Infettive e Tropicali (Simit), che si è aperto ieri a Roma. Il ''bollettino di guerra'' fornito durante il congresso afferma che in Italia il 5-8% di tutti i pazienti afferenti alle strutture sanitarie sviluppino una infezione associata a procedure assistenziali (Ipa), pari a 450.000-700.000 casi con 4500-7500 decessi direttamente attribuibili e circa 3.750.000 giornate di degenza per le complicanze infettive acquisite a seguito del ricovero.

Contrariamente a quanto si possa pensare il fenomeno è distribuito abbastanza uniformemente sul territorio, senza il solito gradiente nord-sud. I reparti più pericolosi da questo punto di vista sono le terapie intensive e i reparti di chirurgia. "Questo numero è costante negli ultimi anni - spiega Giuseppe Ippolito, presidente del congresso e direttore scientifico dell'Istituto Malattie Infettive Spallanzani di Roma - ma potrebbe essere ridotto del 30% con un piccolo investimento. Purtroppo le infezioni ospedaliere fanno più vittime degli incidenti stradali". Secondo i dati del Centro Nazionale di Epidemiologia, Sorveglianza e Promozione della Salute circa l'80% di tutte le infezioni ospedaliere riguarda quattro sedi principali: il tratto urinario, le ferite chirurgiche, l'apparato respiratorio, le infezioni sistemiche (sepsi, batteriemie). Le più frequenti sono le infezioni urinarie, che da sole rappresentano il 35-40% di tutte le infezioni ospedaliere. Tuttavia, negli ultimi quindici anni si sta assistendo a un calo di questo tipo di infezioni (insieme a quelle della ferita chirurgica) e a un aumento delle batteriemie e delle polmoniti. "Le cause di questa epidemia sono varie - spiega Ippolito - si va dalle carenze strutturali, come la mancanza di lavandini nei reparti per lavarsi le mani, a cattive pratiche da parte degli operatori, che ad esempio non capiscono che lavarsi le mani è un obbligo morale e lo fanno solo nel 20% dei casi. Inoltre per abbassare la quantità di infezioni servirebbero infermiere e medici dedicati al problema, che in ogni reparto studino i casi che si presentano e correggano gli errori. Un infermiere ogni 250-300 pazienti e un medico 'ad hoc' ogni 400 pazienti". Intanto scatta il balletto di cifre sugli errori in corsia, e a far la differenza è soprattutto il numero di morti. Secondo i dati in possesso dell'Aiom (Associazione italiana di oncologia medica), sarebbero 90 i decessi al giorno dovuti a sviste, con un bilancio di oltre 32 mila morti l'anno. A questi si aggiungono le 320 mila persone che, nel nostro Paese, finirebbero per esserne danneggiate. Secondo l'Aaroi (l'associazione degli anestesisti rianimatori), invece, le morti per errori medici e problemi organizzativi si attesterebbero a 14 mila l'anno, mentre per l'Assinfom raggiungerebbero quota 50 mila, e di questi il 50%, secondo l'associazione, poteva essere evitato. Dati discordanti, ma che comunque lasciano di sasso. A fornirli Gianluca Daino, del Dipartimento di ingegneria dell'informazione dell'università di Siena, che, nel corso del V Forum sul Risk Management di Arezzo, ha ripercorso vari studi condotti sullo scottante tema. Mostrando, tra le altre cose, che gli errori in corsia finirebbero per 'rosicchiare' l'1% del nostro Prodotto interno lordo, con una spesa di 10 miliardi l'anno tra costi diretti (ad esempio spese legali e assicurative), indiretti (danno di immagine e demotivazione del personale responsabile) e nascosti (cattiva organizzazione che, ad esempio, produce sprechi). L'errore è più frequente, afferma lo studioso citando dati del Tdm, nei reparti di chirurgia (32%), degenza (28), pronto soccorso (22%), ambulatorio (18%). Ma aleggia anche in aree specialistiche come ortopedia e traumatologia (16,5%), oncologia (13%), ostetricia e ginecologia (10,8%) e chirurgia generale (10,6%). Ma se i numeri italiani preoccupano, gli altri Paesi non sembrano cavarsela certo meglio, dimostrando che il problema non ha confini geografici. In Usa e Australia fino al 16,6% dei pazienti ricoverati è colpito da un evento avverso: oltre 770 mila sono stati vittime di errori medici. Nel Regno Unito gli errori in corsia costano 2 miliardi di sterline l'anno solo per problemi legati all'errata identificazione nel paziente; in Nuova Zelanda e Olanda viaggiano su percentuali pari al 12% e al 15%. "L'introduzione di soluzioni di innovazione tecnologica per l'identificazione del paziente e la tracciabilità del percorso terapeutico - secondo Daino - costituiscono una chiave significativa per la riduzione del rischio clinico". Tra le soluzioni identificate dall'esperto, "l'utilizzo di braccialetti identificativi", espediente "in grado di ridurre in maniera significativa gli errori in ambiente sanitario". E peggio di tutti stanno i malati oncologici che sono vittime di omessa compilazione dell'anamnesi e errori nella prescrizione dei farmaci e degli esami ai malati di tumore. Sono gli errori più frequenti, il 50% del totale, commessi dai medici nei confronti dei pazienti oncologici, stando ai risultati della prima indagine condotta in Italia sugli errori in oncologia, presso l'ospedale Cardarelli di Napoli. A descrivere i risultati dell'indagine è stato Claudio Clini, direttore generale della Fondazione Policlinico Tor Vergata, intervenuto anch’egli al Forum Risk Managment in Sanità. “Si tratta di un'indagine basata sulle cartelle cliniche di 315 pazienti - ha affermato Clini - per i quali, sul totale dei record ospedalieri (cioè il totale delle prescrizioni mediche singole fatte per ogni paziente) sono stati riscontrati 614 errori. Il 50% degli sbagli avviene in fase prescrittiva, per l'omessa compilazione, sia dell'anamnesi che della terapia farmacologica”, il 14,5% avviene in fase trascrittiva, “ovvero si verifica una mancanza di trascrizione da parte del medico - ha proseguito Clini - della terapia in cartella clinica.

Modifiche che vengono trasmesse solo per via orale all'infermiere”. Il 23,9% degli errori, poi, avviene in fase di preparazione della terapia.

Da una seconda indagine, sempre svolta dall'ospedale Cardarelli, nell'ambito della chirurgia oncologica basata sulle cartelle cliniche di 81 pazienti è emerso che il 36,4% degli errori riguarda le prescrizioni, il 35,5% la somministrazione dei farmaci, il 21,5% la loro preparazione e il 6% la trascrizione. Negli Stati Uniti esiste una banca dati che raccoglie le segnalazioni di errori medici in ambito oncologico chiamata Quantros MedMarx dalla quale emerge che un errore su quattro riguarda le dosi sbagliate di farmaci (oncologici e non), per il 20,4% dei casi si tratta di errori di trascrizione, per il 7,5% è la somministrazione di farmaci non autorizzati e per il 5,7% si tratta di sbagli nella preparazione del farmaco. Sono dati, secondo Clini, utili ma parziali, dal momento che solo il 30% degli oncologi segnala gli errori commessi. E così 630 milioni di euro in 10 anni hanno dovuto spendere  29 aziende lombarde per risarcire i pazienti da errori e sviste in corsia, spiega  Anna Levati, risk manager dell'azienda ospedaliera della provincia di Pavia. I numeri, spiega l'esperta, sono raccolti in un database della Regione Lombardia, e riguardano il decennio 1999-2009. "Sono state 22.605 le richieste di risarcimento - spiega Levati - non necessariamente correlate a eventi avversi. Il 34% è stato liquidato". Il risarcimento massimo, per un problema avvenuto in sala operatoria, ammonta a 3,5 milioni di euro. Segue l'indennizzo per un errore di prescrizione, di ben 3 milioni euro. "Ma siamo comunque lontani - fa notare l'esperta - dai numeri statunitensi. Negli Usa, infatti, il risarcimento medio si aggirava nel 2003 a 4,5 milioni di dollari". Ma cosa vogliono i pazienti che si rivolgono a un Urp scontenti del trattamento a loro riservato? "Il 37% - spiega Levati citando uno studio della Cineas - vorrebbe la testa del medico servita su un piatto d'argento e chiede giustizia per il torto subito. Il 49% vorrebbe delle scuse, il 74% esige spiegazioni, l'80% più attenzione da parte degli operatori. Il 90%, infine, vorrebbe essere sicuro che l'episodio che ha generato il suo malcontento non si ripeta mai più in futuro". Clicchi qui per commentare.

Secondo i dati raccolti attraverso i suoi pazienti che hanno subito un ricovero, è verosimile quanto affermato dall'inchiesta pubblicata? Clicchi qui per rispondere

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