Quattro case farmaceutiche risarciscono 443 italiani per aver contratto epatite C e aids

Redazione DottNet | 05/12/2010 11:58

Quattro grandi multinazionali farmaceutiche risarciscono un gruppo 443 italiani infettati dai virus dell'epatite C e dell'Aids. La Bayer, la Baxter, la Aventis-Bering e l'Alpha sborsano milioni per chiudere una causa legale avviata a Chicago da migliaia di malati sparsi in 22 Stati diversi. L'accusa era di quelle gravissime: avere distribuito, tra il 1978 e il 1995, medicinali (quelli destinati agli emofilici) preparati utilizzando sangue guasto raccolto nelle carceri, in Paesi del Terzo Mondo o da sacche di plasma reperite in un vero e proprio mercato fra Messico e Texas.

Era una class action, quella avviata negli Stati Uniti, alla quale avevano partecipato anche gli italiani. Malati o parenti di persone ormai decedute: l'ultima vittima è stata registrata lo scorso 5 settembre. Il sospetto era che l'Hcv e l'Hiv, i responsabili delle due patologie, si nascondessero proprio nei farmaci che dovevano assumere per il trattamento dell'emofilia. Gli italiani si sono affidati - in via autonoma o per il tramite dei rispettivi avvocati - allo studio legale specializzato Ambrosio & Commodo di Torino, che ha mobilitato un'intera squadra (composta da Renato Ambrosio, Stefano Commodo, Stefano Bertone e Marco Bona) per seguire la pratica negli States. Il Tribunale di Chicago ha sancito una sorta di 'non luogo a procedere' applicando il principio del 'forum non conveniens': in pratica, secondo i giudici a stelle e strisce, gli interessati dovrebbero ricorrere nei Paesi in cui risiedono. Ma prima le quattro multinazionali hanno dovuto aprire il salvadanaio. Si tratta di novemila dollari per chi ha contratto l'epatite e 37 mila per chi è stato infettato dal virus Hiv o da entrambi. Cifre che gli avvocati, vincolati al segreto professionale, oltre a non voler rivelare, non vogliono nemmeno confermare. Cifre decisamente modeste per un europeo, ma di tutto rispetto per chi vive in qualche parte del mondo in cui il reddito pro-capite è basso. L'esercito delle parti lese, nell'accettare i termini dell'accordo, ha tenuto conto anche di questo. Il commento di Luigi Ambroso, 48 anni, presidente del comitato (si chiama 216/90 dalle coordinate della prima legge italiana sulla materia) che ha svolto un ruolo molto attivo nella vicenda, è in chiaroscuro. 'Dal punto di vista economico non possiamo dire di essere soddisfatti, e dal punto di vista giudiziario avremmo preferito che i colpevoli fossero inchiodati alle loro responsabilità. Resta comunque un risultato storico: dimostra che, se non ci si arrende, se non ci si rassegna, se si combatte, anche a distanza di trent'anni si possono ottenere dei riconoscimenti. E non e' finita qui. Ci sono altre partite da giocare'. 'Noi - dice l'avv. Renato Ambrosio - lavoriamo per la giustizia, per affermare i diritti, per tutelare le vittime. Non siamo spinti da motivazioni o obiettivi diversi. E ogni passo in avanti ci serve per compierne un altro nella stessa direzione'.

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