Leucemia mieloide cronica, una molecola abbatte la mortalità

Redazione DottNet | 06/12/2010 19:29

La molecola bosutinib e' in grado di ridurre la mortalita' e di rallentare la progressione di un particolare tumore del sangue, la leucemia mieloide cronica, che colpisce in Italia 15 mila persone e provoca ogni anno mille nuovi casi. Lo annunciano i ricercatori dell'Universita' di Milano-Bicocca, che hanno condotto uno studio su oltre 500 pazienti di tutto il mondo affetti dalla malattia. I risultati sono stati presentati nel corso del meeting della Societa' americana di ematologia (Ash) a Orlando (Usa). La ricerca, coordinata dal dipartimento di Medicina clinica e prevenzione dell'Universita' di Milano-Bicocca e dall'unita' di Ematologia dell'ospedale San Gerardo di Monza, e' durata 14 mesi e ha messo a confronto su circa 500 pazienti di tutto il mondo il bosutinib con l'imatinib, ''il farmaco attualmente piu' usato per contrastare questo tipo di tumore''.

 In particolare, dai dati emerge che con bosutinib ''si e' verificata la ricrescita del midollo osseo normale nel 79% dei pazienti, contro il 75% di quelli trattati con imatinib. La molecola, inoltre, ha dato una diminuzione piu' profonda del numero di cellule leucemiche residue: quasi la meta' dei pazienti trattati con bosutinib (il 47%) ha ottenuto una risposta molecolare maggiore (ovvero presentava meno di 1 cellula leucemica su 1.000), rispetto a solo un terzo (il 32%) dei pazienti in cura con imatinib. Con la nuova terapia, infine, le morti sono passate dal 4% all'1% e la malattia e' progredita solo nel 2,8% dei pazienti, contro il 10% di quelli trattati con imatinib''. ''I risultati - commenta Carlo Gambacorti Passerini, professore associato di Medicina interna alla Bicocca e responsabile del gruppo di ricerca - fanno sperare che con bosutinib si possa giungere alla completa eradicazione della malattia e quindi alla sospensione della terapia in una frazione consistente di pazienti, cosa che invece non e' possibile con imatinib''. In ogni caso, sottolinea il ricercatore, per definire il farmaco di prima linea ''sono necessari follow-up piu' lunghi e una valutazione molto attenta del rapporto tra costi e benefici''.

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