Da gennaio a rischio lavoro 4mila medici precari: è l’effetto della manovra economica. Ai più giovani non resta che andare all'estero. Cisl: allarmismo esagerato

Silvio Campione | 16/12/2010 18:50

Capodanno 'da brividi' per circa 4 mila medici precari del Servizio sanitario nazionale. Non solo per il gelo che sta investendo il Belpaese. Dal primo gennaio, circa la metà dell'esercito dei camici bianchi con contratti di lavoro a termine potrebbe ritrovarsi senza lavoro. Su di loro potrebbe infatti abbattersi uno degli effetti delle norme sul pubblico impiego contenute nella manovra della scorsa estate, provvedimento che oltre a bloccare i rinnovi contrattuali, e a congelare per tre anni le retribuzioni di tutti i dipendenti pubblici, richiede alle amministrazioni di dimezzare nel 2011 la spesa per tutte le forme di lavoro flessibile. Quindi, anche quella per i medici precari che prestano servizio nelle Asl e negli ospedali pubblici. Un esercito difficile da contare ma che, secondo un'indagine realizzata dalla Fp Cgil Medici, potrebbe arrivare a circa 8 mila camici bianchi.

 La riduzione del 50% della spesa potrebbe quindi significare posto a rischio per circa 4 mila di loro. Professionisti che operano soprattutto nei pronto soccorso, giovani ma non troppo (35-45 anni), nel 60% dei casi donne. La difficoltà di identificare il numero esatto di questi precari è dovuta al fatto che, come spiega il segretario nazionale della Fp Cgil Medici, Massimo Cozza, "non esistono dati certi a livello nazionale. Anche perché diversi precari sono 'invisibili' in quanto svolgono solo saltuariamente prestazioni orarie o fanno capo a organizzazioni private, ma lavorano con contratti a prestazione negli ospedali pubblici. E' il caso dei cosiddetti camici rossi, medici privati che prestano servizio in diversi pronti soccorso degli ospedali del Veneto". Nel dettaglio, secondo l'indagine della Cgil Medici - che in alcune regioni ha raccolto dati certi e in altre solo stime - i camici bianchi con contratto a tempo sono circa 8 mila. Suddivisi così: circa 1.000 in Lombardia; 800 in Veneto; 150 in Liguria; 500 in Emilia Romagna; 500 in Toscana; 1.200 nel Lazio; 800 in Campania; 300 in Abruzzo; 200 in Umbria; 100 nelle Marche; 500 in Puglia; 200 in Calabria; 700 in Sicilia; qualche decina in Piemonte e in Basilicata, regioni dove i medici precari sono stati quasi tutti stabilizzati. "A questi - precisa Cozza - vanno poi aggiunti i professionisti a tempo determinato che operano in Sardegna, Friuli Venezia Giulia, Molise, Valle d'Aosta e Trentino Alto Adige, dove però non siamo riusciti ad avere numeri affidabili". Gli 8 mila camici bianchi precari del Servizio sanitario nazionale stimati dal sindacato rappresentano circa l'8% dei medici che lavorano nella sanità pubblica. Un numero in crescita rispetto all'ultimo rendiconto annuale (2008) della Ragioneria generale dello Stato, secondo il quale i medici a tempo determinato sono invece 6.544, di cui 3.725 donne.Ma l'8% è solo la percentuale media nazionale dei camici bianchi precari. In realtà il dato varia da regione a regione. E' il caso, ad esempio, del Lazio, dove - secondo le tabelle 2007 del ministero della Salute, relative al personale medico che opera nelle strutture di ricovero pubbliche - si contano 10.658 professionisti. I 1.200 precari registrati dalla Cgil Medici rappresentano quindi circa il 12%. Stessa cosa in Abruzzo, dove su 2.287 medici, 300 risultano 'a tempo': circa il 13%. E se da una parte ci sono Regioni ormai avanti sulla strada della stabilizzazione - è il caso del Piemonte e della Basilicata che hanno praticamente azzerato il numero dei medici precari - di contro ci sono realtà in cui la situazione è assai più critica. "E' il caso delle Regioni alle prese con i piani di rientro, il Lazio su tutte", spiega Cozza. "Con il governatore Polverini - aggiunge - abbiamo aperto un tavolo di trattativa per cercare di risolvere la situazione. L'impegno che la Polverini si era presa in campagna elettorale era quello di stabilizzare i precari che operano nella sanità. Adesso chiediamo che venga rispettato". Intanto, nel nostro Paese, la spettro della carenza di medici si fa sempre più concreto. Secondo la Federazione nazionale degli Ordini dei medici (Fnomceo) circa 4 camici bianchi su 10 nei prossimi dieci anni andranno in pensione. Perdere per strada altri medici, ora precari, non farebbe che anticipare l'allarme. "Da questo punto di vista - spiega il segretario nazionale della Fp Cgil Medici - i problemi maggiori li vivono i reparti di emergenza-urgenza. La maggior parte dei medici precari lavora infatti nei pronto soccorso degli ospedali pubblici. E una loro uscita dal servizio metterebbe a rischio la garanzia dell'assistenza ai cittadini". Dal primo gennaio 2011 gli effetti della manovra economica varata a luglio potrebbero quindi avere riflessi negativi non solo sui singoli medici ma anche sul funzionamento stesso di alcuni servizi di assistenza. Anche se, a differenza di altri settori del pubblico impiego, per quanto riguarda il Ssn la legge non è tassativa, ma rappresenta un "principio generale di coordinamento" al quale gli enti si adeguano. Il mancato rispetto dei limiti costituisce comunque illecito disciplinare e determina responsabilità erariale.In altri termini, quindi, le Regioni, presumibilmente, si muoveranno in ordine sparso: quelle con sufficienti soldi in cassa riusciranno forse a prorogare i contratti, le altre dovranno invece trovare il modo di far quadrare i conti. Per Cozza, però, serve un provvedimento di proroga dei contratti in scadenza. "Tutte le Regioni interessate - spiega - dovrebbero avviare un percorso di stabilizzazione. In caso di licenziamenti generalizzati - conclude - si potrebbero anche determinare le condizioni per azioni di denuncia per interruzione di pubblico servizio". "Il precariato è uno dei motivi che stanno spingendo sempre più giovani medici, soprattutto del Centro-Sud, a scegliere di andare a lavorare all'estero. Le altre ragioni sono il difficile accesso alla professione, lo scarso riconoscimento economico e professionale, le prospettive poco rosee in materia previdenziale". Parola di Walter Mazzucco, presidente nazionale dell'Associazione italiana dei giovani medici (Sigm), che commenta così l'indagine della Fp Cgil Medici. "Stiamo registrando - spiega Mazzucco - un aumento costante del numero di giovani camici bianchi attratti dalla possibilità di andare a lavorare oltreconfine, soprattutto in Inghilterra e in Spagna. Abbiamo richieste quotidiane di supporto informativo per formarsi o svolgere la professione all'estero. Non abbiamo dati ufficiali a riguardo - aggiunge Mazzucco - ma abbiamo chiesto al ministero della Salute, che rilascia la certificazione di conformità del titolo e dell'abilitazione, di monitorare il fenomeno". Per il presidente nazionale dell'Associazione dei giovani medici, il precariato in corsia rientra sicuramente tra le cause che stanno alimentando il fenomeno della 'fuga' dei giovani camici bianchi verso l'estero. Ma non è il solo. "Negli altri Paesi - sottolinea - i ragazzi trovano stipendi più elevati e una migliore crescita professionale, soprattutto in ambito chirurgico. Inoltre - conclude Mazzucco - c'è una maggiore facilità di accesso alla pratica professionale rispetto all'Italia". "E' necessario trovare al più presto soluzioni per risolvere il problema dei medici precari del Servizio sanitario nazionale. Soprattutto quelli che lavorano nei pronto soccorso degli ospedali italiani. Il rischio che non vengano stabilizzati, o peggio che molti di loro vengano mandati a casa esiste. Bisogna intervenire affinché questo non avvenga, altrimenti a farne le spese sarà la qualità dell'offerta pubblica di sanità", afferma Fernando Schiraldi, presidente nazionale Simeu (Società italiana medicina emergenza urgenza).  Il provvedimento, infatti, oltre a bloccare i rinnovi contrattuali e a congelare per tre anni le retribuzioni di tutti i dipendenti pubblici, richiede alle amministrazioni di dimezzare nel 2011 la spesa per tutte le forme di lavoro flessibile. Quindi, anche quella per i medici precari che prestano servizio nelle Asl e negli ospedali pubblici. "I dati che emergono dall'analisi della Cgil Medici - afferma Schiraldi - sono corretti e non mi sorprendono affatto. Purtroppo il problema dei precari, soprattutto nei reparti di emergenza-urgenza è un'inconfutabile realtà. E' un problema che va affrontato e risolto, anche alla luce di quanto stabilito dalla manovra economica estiva. Perdere forza lavoro abbasserebbe il livello dell'offerta di assistenza sanitaria ai cittadini. Mi rivolgo quindi ai governatori e agli assessori alla Sanità regionali affinché trovino le giuste soluzioni". Soluzioni che per Schiraldi non sono quelle adottate di recente in Veneto, dove è spuntata una nuova figura professionale: i cosiddetti camici rossi. Si tratta di medici che fanno capo a organizzazioni private ma che lavorano saltuariamente con contratti a prestazione negli ospedali pubblici, perlopiù nei reparti di emergenza-urgenza. "Questa è una soluzione pericolosa per il sistema", sottolinea il presidente nazionale Simeu. "Coprire il buco di un turno con un'occupazione occasionale comporta una disomogeneità nei livelli di professionalità offerti. Si rischia - aggiunge - di scendere sotto i livelli essenziali di assistenza. Senza contare che anche sul piano dei costi non si risparmia nulla. Insomma, si fa un cattivo servizio a un costo che non è vantaggioso". "Soprattutto nei reparti di emergenza-urgenza è necessario garantire organici stabili e professionalità certe. E - sottolinea Schiraldi - l'apertura ai cosiddetti camici rossi non va in questa direzione. Se si abbassa la professionalità e si riduce il numero dei medici - conclude Schiraldi - non si fa altro che far scendere il livello dell'assistenza".  "La minaccia e' reale. I dati presentati oggi dalla Cgil medici sui camici bianchi precari sono allarmanti soprattutto se associati al blocco del turn over pronosticato da Fnomceo, secondo cui nell'arco di dieci anni almeno 4 medici su 10 andranno in pensione e non saranno sostituiti.
Invito tutti i medici che perderanno il posto tra quindici giorni a scrivere alla Commissione d'inchiesta. Raccoglieremo le loro segnalazioni in modo da avere un quadro chiaro e concreto del fenomeno". Ad affermarlo e' Ignazio Marino, senatore del Pd e presidente della Commissione d'inchiesta sul Servizio sanitario nazionale. Il licenziamento di almeno 4 mila precari sull'intero territorio nazionale entro il 31 dicembre 2010 - spiega in una nota Marino - indebolira' il nostro Ssn in maniera irrimediabile. Stupisce che il ministero della Salute non comprenda che queste stime, se verificate, rappresenteranno una vera e propria emergenza. Il ministro Fazio, al contrario, per tutta l'estate dopo l'approvazione della manovra ha negato addirittura che il blocco del turn over si applichi alla sanita'". "Abbiamo notizia - conclude il presidente della Commissione d'inchiesta sul Ssn - che alcuni assessorati regionali, tra cui quello del Lazio, stanno gia' sollecitando gli ospedali affinche' licenzino il 50% dei medici precari".  L'allarme lanciato dalla CGIL Medici e dal senatore Ignazio Marino sul licenziamento di 4.000 medici precari che lavorano nel S.S.N. "appare irrealistico e eccessivo". Lo riferisce la Cisl Medici, il cui segretario generale Giuseppe Garraffo commenta: "L'allarme lanciato in periodo pre-natalizio dalla CGIL Medici stimola la commozione delle feste di fine anno, ma appare irrealistico ed eccessivo, perche' non c'e' una norma nella manovra economica che imponga tali licenziamenti, ma una indicazione di massima sul contenimento del turn over e delle forme flessibili di assunzione, senza alcun riferimento specifico alla categoria dei medici. Questi ultimi, anche se precari, stanno diventando ancora piu' preziosi e indispensabili per il mantenimento dei servizi sanitari di Ospedali e Asl e in particolar modo per i servizi di emergenza-urgenza, e renderanno necessario un provvedimento di stabilizzazione, appena possibile". In ogni caso, ha continuato Garraffo, "se le Regioni e le aziende sanitarie dovranno ridurre ulteriormente le dotazioni dei dipendenti precari, sanno bene che non possono farlo con i medici, perche' gli organici sono gia' ridotti e non possono compromettere i servizi essenziali ai cittadini". E ha concluso: "Per tranquillizzare cittadini e medici sarebbe opportuno un chiaro intervento del ministro della Salute e del presidente della Conferenza delle Regioni".
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