Informatica e dolore

Maurizio Massetti | 19/01/2011 09:54

Nel nostro Paese una Legge piuttosto recente (n° 38 del Marzo 2010) regolamenta la gestione della terapia del dolore e delle cure palliative, obbligando il Medico alla registrazione del dolore con scala dedicata e, quando necessario, ad intervenire per lenire la sintomatologia algica. Si potrà dire che il nostro Paese è all’avanguardia nella gestione del dolore grazie a questa Legge,  ma tutti sappiamo che così non è… Innanzitutto l’Italia è il fanalino di coda europeo per il consumo pro-capite di oppiacei (che l’O.M.S. considera un importante parametro di “buona-sanità”), ma se non bastasse possiamo ricordare che la semplificazione della prescrizione, già in atto dal Giugno 2009, non ha effettivamente migliorato di molto lo stato delle cose. Se poi ci concentriamo sull’articolo 7 della Legge, che ci obbliga a registrare il dolore in tutti i pazienti ospedalizzati, ci accorgiamo che esso ci reso praticamente quasi tutti… fuorilegge. Infatti, in quanti ospedali si procede effettivamente alla misurazione e alla cura del dolore nei pazienti ricoverati? Quante Regioni hanno recepito la Legge di cui sopra e hanno stanziato i fondi necessari? A quanti pazienti, operati a migliaia ogni giorno nelle nostre sale operatorie, viene chiesto: “hai dolore”? Se avessimo i numeri reali forse potremmo (e dovremmo) preoccuparci dell’enorme ritardo di parecchie Aziende ospedaliere.

La prima domanda da porsi è: “cosa cosa è necessario per misurare il dolore in una corsia, ad esempio in una chirurgia”? Io credo che alla base di tutto ci sia la necessità della formazione di tutti gli operatori sanitari. Nella mia esperienza pur breve di gestione del dolore postoperatorio (DPO) mi sono reso conto che le cose cominciano a funzionare soltanto quando tutti hanno capito di cosa stiamo parlando. All’inizio, termini come “dose-rescue”, “protocollo antalgico, “schema ad orari fissi”, etc. possono sembrare ai più un esercizio di stile, se non una forma elegante di pubblicità per questo o quel farmaco. E sarebbe già da considerare un successo se alcune cattive abitudini sparissero dalle nostre corsie: decidere noi quanto dolore ha il paziente, pensare che bambini ed anziani non sentano il dolore, eseguire le terapie per via intramuscolo, applicare uno stesso protocollo a tutti gli operati, non considerare il dolore come un vero e proprio segno vitale (il quinto, per la precisione). Una volta “formati” medici ed infermieri tramite un corso certificato e serio, bisognerebbe creare uno strumento di misurazione del dolore: una scheda medico infermieristica che, seguendo il paziente nel suo iter chirurgico, possa testimoniare l’accuratezza del protocollo applicato, la misurazione del dolore, la somministrazione delle dosi-rescue già prescritte dall’anestesista. La scheda di cui stiamo parlando è solo l’interfaccia, o meglio la punta dell’iceberg, di una nuova mentalità: la si può fare bellissima e colorata, magari copiandola dal sito web che ci è piaciuto di più, ma non funziona se medici ed infermieri non hanno capito. E dunque, cosa c’è da capire? Primo: la gestione del dolore inizia in sala operatoria. L’anestesista applica il protocollo X in “quel” paziente su cui il chirurgo sta eseguendo un determinato intervento. Gli interventi differiscono per grado di invasività, per cui non potremo applicare lo stesso protocollo alla tonsillectomia e alla protesi d’anca… Oltre all’applicazione del protocollo personalizzato l’anestesista imposterà anche la somministrazione di farmaci ad orari prestabiliti (ad esempio: paracetamolo 1 gr. ogni 8 ore) e allo stesso tempo indicherà (cioè prescriverà firmando) la dose-rescue. Se in una scala che va da 0 a 10 il paziente riferisce 4 o 5 di intensità di dolore l’infermiere di corsia, senza dover telefonare al medico anestesista o alla guardia del suo reparto (invariabilmente troverà il primo molto occupato ed il secondo abbastanza seccato, o viceversa), potrà tranquillamente somministrare il farmaco. L’infermiere si preoccuperà anche di rilevare e registrare il dolore ogni 4-6 ore (bisogna segnalare anche lo 0, che testimonia il benessere assoluto del nostro paziente). Insomma, il problema è soprattutto mentale, ma nelle corsie dove viene applicato rigorosamente l’utilizzo di una scheda per il controllo del DPO gli infermieri ammettono una diminuzione dei carichi di lavoro e un miglior approccio al problema-dolore.

A questo punto, ammettendo di aver già formato i colleghi delle corsie chirurgiche e di avere una scheda “funzionante” possiamo andare un po’ oltre: possiamo pensare anche l’informatica può essere utile per i nostri scopi. Come? Semplicemente trasferendo su un dispositivo mobile e di semplice utilizzo la stessa scheda del dolore. Nulla di particolarmente difficile: abbiamo creato un’applicazione per iPad che rende possibile la registrazione del dolore “a letto del paziente”. Tale applicazione può “comunicare” con dispositivi fissi (ad esempio il computer della sala operatoria) scaricando i contenuti che ci interessano (ad esempio l’elenco dei pazienti operati). Una volta che nel dispositivo sono inseriti i dati che ci interessano (generalità del paziente, intervento eseguito, anestesia eseguita, protocollo applicato, dose-rescue, etc.) il dispositivo potrà essere utilizzato per il controllo del DPO da parte dell’anestesista del pomeriggio oppure potrà essere trasferito in corsia ed essere utilizzato dal personale di quel reparto (in questo caso ogni reparto chirurgico dovrà essere dotato del proprio dispositivo mobile). L’accesso all’applicazione sarà possibile solo per l’Amministratore e gli utenti abilitati con password. Tutti i dati immagazzinati quotidianamente (o settimanalmente) potranno essere ritrasferiti in un computer fisso e/o nel Centro Elaborazione Dati dell’Azienda, che provvederà alla memorizzazione e protezione dei dati digitalizzati. Questi dati potranno essere richiamati in ogni momento e sarà possibile verificare l’intensità del dolore in determinate fasce d’età, in determinati interventi chirurgici o in determinati tipi di pazienti; inoltre sarà possibile verificare l’efficacia, ad esempio, di un determinato protocollo applicato in un determinato intervento, oltre ad evidenziare l’incidenza degli effetti avversi come la PONV (nausea-vomito postoperatori). Periodicamente la mole di dati sarà sottoposta a revisione critica all’unico scopo di migliorare i protocolli applicati.

Dott. Maurizio Massetti

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