Obiezione di coscienza: le norme che regolano il comportamento del medico

Medicina Generale | Silvio Campione | 28/02/2011 21:13

Il 7 marzo andrà in discussione in Aula alla Camera  il Ddl sul biotestamento, una legge importante all’indomani della vicenda Englaro. Non vogliamo entrare nel merito politico e medico della vicenda, ma è bene che con l’aiuto di un giurista, capirne di più sull’obiezione di coscienza e sulle norme che regolano l’attività del medico anche alla luce della somministrazione della Ru 486 e della pillola del giorno dopo. “L'obiezione di coscienza è un'eccezione alla regola generale stabilita dalla legge, che come tale è vincolante e deve essere applicata da tutti. In quanto eccezione, è strettamente tassativa e può essere riconosciuta solo per legge. Cioè è solo una legge che può derogare ad un'altra legge”.

A spiegarlo è Amedeo Santosuosso, magistrato e direttore del Centro di ricerca interdisciplinare dell'università di Pavia. In Italia attualmente sono “due le leggi che disciplinano espressamente l'obiezione di coscienza: quella sull'aborto e quella sulla procreazione assistita ed entrambe riguardano il medico, il personale sanitario e quello esercente le attività ausiliarie' connesse, 'non quindi il farmacista, per esempio”. L'obiezione di coscienza, precisa il giurista, “la può esercitare chi è direttamente coinvolto e in una situazione esplicitamente riconosciuta per legge, proprio perché si tratta di una grave eccezione alla vincolatività della legge”. Per quel che riguarda l'obiezione di coscienza del medico, gli articoli 19 e 20 del codice deontologico medico prevedono la possibilità di rifiutare prestazioni in contrasto con la sua coscienza o il suo convincimento clinico, a meno che ciò non sia di grave e immediato danno alla salute del paziente. Il medico ha però il dovere di garantire al cittadino la continuità delle cure. Quindi, in caso di indisponibilità, impedimento o del venir meno del rapporto di fiducia, deve assicurare la propria sostituzione, informandone il cittadino e, se richiesto, affidandolo a colleghi di adeguata competenza”. Fin qui il parere del giurista; ma vediamo che cosa ne pensa, per esempio, un’anestesista sulla questione del testamenti biologico. ''E’ un passo indietro per il Paese. Era certamente meglio niente di questa legge'', spiega Giuseppe Gristina, della Società italiana di anestesia, analgesia, rianimazione e terapia intensiva (Siaarti), sottolineando come non si sia tenuto conto del fatto che ''la scienza medica di questo Paese si era dichiarata contro questa legge'' e che ''è stato prodotto un corpo scientifico solidissimo che questa legge ignora''. Quella che sta per essere discussa ''è una legge dal sapore medievale che riporta indietro di cinquant'anni la qualità del rapporto medico-paziente'' e ''genera un vero e proprio danno''. Senza possibilità di dichiarazioni vincolanti ''tutto è lasciato in mano al medico'' venendo meno al concetto di ''alleanza terapeutica che ha alla base l'idea di decisioni condivise''. Perché, si chiede Gristina, ''se uno è cosciente può rifiutare di mangiare e bere, mentre se lo ha dichiarato prima e poi non è più cosciente non può farlo? E' un'aberrazione''. C'era bisogno ''semmai, di una legge cornice che indirizzasse le scelte, non di un codice rigido adatto più alla santa inquisizione''. Ma il ddl è frutto di ''scelte politiche che hanno ignorato la posizione della medicina, ancorché portate avanti da parlamentari che si dichiarano medici''. Un testo, insomma, ''che è squisitamente politico e che si inserisce disgraziatamente nella congiuntura politica del Paese. Una questione di scambio - conclude - che ha ben poco a vedere con i contenuti del provvedimento''.

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