Biotestamento, l’ultima parola spetterà ai medici. Nelle rianimazioni si muore perché vengono sospese le cure

Medicina Generale | Silvio Campione | 01/03/2011 18:46

A chi spetterà l'ultima parola in tema di biotestamento? Al paziente, attraverso le dichiarazioni anticipate di trattamento (dat) che riterrà di redigere, o al medico al quale rimarrà comunque la decisione finale sui trattamenti da somministrare a pazienti ormai non più coscienti? Resta acceso il dibattito su uno dei nodi più 'caldi' del provvedimento, alla vigilia dell'approdo in Aula a Montecitorio del ddl, previsto per il prossimo 7 marzo. E sul 'peso' e grado di vincolatività che il Legislatore deciderà di riconoscere alle volontà del paziente, ovvero le dat, medici e ordine si confrontano in queste ore.

 Proprio ieri, la commissione Affari sociali ha dato mandato al relatore Domenico Di Virgilio di portare in aula il ddl votando i cinque emendamenti proposti dal relatore. Tra questi, anche quello in base al quale in caso di controversie tra medico curante e fiduciario, il parere espresso dal collegio di medici non sarà vincolante per il medico curante. Dunque, secondo tale versione, l'ultima parola spetterebbe appunto al medico. Una prospettiva, quella delineata dall'emendamento Di Virgilio, che vede d'accordo il presidente dell'Associazione degli anestesisti-rianimatori ospedalieri italiani (Aaroi) Vincenzo Carpino, secondo il quale la responsabilità della decisione finale dovrebbe appunto spettare al medico ed alla famiglia. Ma tutto, precisa Carpino, ''dipenderà dal peso giuridico che il Legislatore deciderà di riconoscere alle dat''. Stesso orientamento anche per il presidente della Federazione degli ordini dei medici (Fnomceo) Amedeo Bianco, che sottolinea come per il medico ''non può mai esserci alcun 'vincolo', dal momento che egli agisce in scienza e coscienza". In assoluto e sulla base del Codice deontologico, affermato Bianco, ''per il medico non ci può essere alcun vincolo. Il medico, infatti, può sempre sottrarsi ad una determinata relazione di cura se non la ritiene giusta in scienza e coscienza". Tant'é, precisa, che "anche leggi come quella sull'aborto o sulle sperimentazioni prevedono che il medico possa sottrarsi alla relazione di cura in questi casi optando per l'obiezione di coscienza". Ma, a parte il ruolo del medico, anche secondo il presidente Fnomceo "il problema di fondo rispetto alla legge sul biotestamento, sul quale è necessario trovare un equilibrio, è il valore giuridico da dare alle dichiarazioni anticipate di trattamento'', ovvero ''quale forza giuridica riconoscere alle volontà del paziente". Nel merito, la Fnomceo si era già pronunciata sull'ipotesi di una legge sul biotestamento in un documento del 2009: ''Su queste delicate ed intime materie - si affermava nel documento - il legislatore dovrà intervenire formulando un diritto mite''. Un diritto, cioè, che si limiti esclusivamente a definire ''la cornice di legittimità giuridica sulla base dei diritti della persona costituzionalmente protetti, senza invadere l'autonomia del paziente e quella del medico, prefigurando tipologie di trattamenti disponibili e non disponibili nella relazione di cura''. Ogni decisione, afferma la Fnomceo, non può dunque che essere ''l'espressione dell'unicità di quella singola alleanza terapeutica, che contiene in se' tutte le dimensioni per legittimare e garantire la scelta giusta nell'interesse esclusivo del paziente e nel rispetto delle sue volontà''. Ma che cosa accade nelle rianimazioni? Il 62% dei decessi nei reparti di rianimazione italiani è provocato da un intervento attivo del medico definito 'desistenza terapeutica', ovvero uno stop alle cure che potrebbero essere considerate un accanimento terapeutico e che non ha nulla a che vedere con l'eutanasia. E' il dato che emerge da uno studio del 2008 condotto in 84 unità di rianimazione italiane dall'epidemiologo Guido Bertolini, dell'Istituto Mario Negri di Milano, che fa luce sulle scelte che quotidianamente vengono fatte dai medici ed alle quali fa riferimento il chirurgo e senatore del Pd Ignazio Marino nell'ambito del dibattito sulla legge per il biotestamento. Nello studio si sottolinea come l'intervento del rianimatore si traduca in vari casi nella sospensione del sostegno alle funzioni vitali o nella mancata attivazione di ulteriori aiuti, come la dialisi, ma in ogni caso, aveva tenuto a precisare Bertolini, non si tratta di eutanasia. Nella ricerca sono state analizzate 3800 schede di pazienti deceduti nelle terapie intensive ed è stato eseguito un approfondimento su 6 unità di rianimazione in cui sono state indagate le dinamiche decisionali che hanno portato i medici ad optare per l'interruzione delle cure. Nella quasi totalità dei casi riferiti, secondo lo studio, la decisione di interrompere la cura avviene in pieno accordo con la famiglia del paziente e, in rarissimi casi, con il paziente stesso. Rari i casi in cui il medico valuta autonomamente di non continuare nelle cure prestate perché questo non cambierebbe l'evoluzione naturale della malattia. Secondo le statistiche italiane, nelle rianimazioni muore il 20% circa dei pazienti ricoverati. Clicchi qui per partecipare al poll.

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