Osservatorio nazionale sulla salute nelle regioni italiane

Sanità pubblica | Martino Massimiliano Trapani | 16/03/2011 09:48

Come tutti gli anni, l’Osservatorio nazionale sulla salute nelle regioni italiane dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, fa il punto della situazione presentando in questi giorni il Rapporto 2010. Queste le principali luci ed ombre messe in evidenza: - Un paese in crescita - I risultati del Rapporto danno conferma delle tendenze emerse negli anni scorsi: <span>si riscontra un tendenziale aumento della popolazione residente in Italia rispetto al biennio 2007-2008, principalmente imputabile alla crescita della componente migratoria</span>. Nel biennio 2008-2009 l’Italia presenta un saldo totale positivo (+6,0‰), frutto di un saldo naturale prossimo allo zero (-0,3‰), e un saldo migratorio positivo (+6,3‰), seppur in diminuzione se confrontato con quello del biennio precedente.

In altre parole, la crescita della popolazione nel Paese, è imputabile proprio al movimento migratorio registrato, pur con differenze regionali, in alcuni casi, piuttosto spiccate. Sono molte le regioni che presentano un saldo naturale negativo: tra queste vi sono la Liguria con una popolazione estremamente invecchiata e comportamenti riproduttivi molto contenuti (-5,8‰), il Friuli Venezia Giulia e il Molise (entrambe con un valore pari a -3,1‰): al contrario, i saldi naturali più elevati, si registrano in entrambe le Province Autonome del Trentino Alto Adige e in Campania.

- Cresce anche la fecondità - Il tasso di fecondità totale (Tft) si attesta, nel 2008, su un valore inferiore al livello di sostituzione (ossia quello, circa 2,1 figli per donna, che garantirebbe il ricambio generazionale) che è pari a 1,4 figli per donna in età feconda. Continua, quindi, il processo di ripresa dei livelli di fecondità che è iniziato a partire dal 1995 quando il Tft raggiunse il suo valore minimo di 1,2 figli per donna. Tale ripresa è imputabile sia alla crescita (specie nel Centro-Nord) dei livelli di fecondità delle over 30 anni che all’apporto delle donne straniere. Studi dimostrano che l’aumento del Tft registrato tra il 2001 e il 2006 è dovuto, in pari misura, alla crescita della fecondità delle donne con cittadinanza italiana e a quella delle cittadine straniere. Nel 2008 i valori del Tft più elevati si registrano nelle Province Autonome del Trentino- Alto Adige e alla Valle d’Aosta, dove tale indicatore raggiunge il valore di circa 1,6 figli per donna. Le regioni dove si registra un Tft particolarmente basso (ossia inferiore a 1,2 figli per donna in età feconda) sono Sardegna e Molise.

- L’Italia continua a invecchiare e le previsioni non sono rosee – Anche il Rapporto 2010 mostra la tendenza all’invecchiamento della popolazione italiana, la quota dei giovani sul totale della popolazione è, difatti, contenuta, mentre il peso della popolazione “anziana” (65-74 anni) e “molto anziana” (75 anni e oltre) è consistente. Complessivamente, la popolazione in età 65-74 anni rappresenta il 10,3% del totale, e quella dai 75 anni in su il 9,8 del totale. È facilmente prevedibile che si assisterà a un ulteriore aumento del peso della popolazione anziana dovuto allo “slittamento verso l’alto” (ossia all’invecchiamento) degli individui che oggi si trovano nelle classi di età centrali, che sono le più “affollate”. Al tempo stesso, si può supporre che nel futuro prossimo non si registrerà un numero di nascite e/o flussi migratori imponenti tali da contrastare il rapido processo di invecchiamento che si sta delineando visto che le nuove generazioni (ossia coloro che dovrebbero dar luogo a tali nascite) sono numericamente esigue.

- Aumentano gli anziani che vivono soli - A livello nazionale oltre un anziano ogni quattro (27,8%) vive solo (+0,7 punti percentuali rispetto al 2007). È in Valle d’Aosta che tale percentuale raggiunge il suo valore massimo (33,4%), mentre valori superiori al 30% vengono registrati anche in Piemonte, nella Provincia Autonoma di Trento e in Liguria. Al contrario, valori contenuti caratterizzano la Toscana, dove la quota di anziani che vivono soli è pari a 23,6%: seguono le Marche (25,3%), il Veneto (25,6%), la Basilicata (25,7%) e l’Abruzzo (25,9%). Solo il 14,5% (nel 2007 tale dato era pari a 13,6%) degli uomini di 65 anni e oltre vive solo, mentre tale percentuale è decisamente più elevata per le donne: 37,5%, contro il 36,9% del 2007.

- Diminuisce la mortalità – Tra gli inizi degli anni 2000 e il biennio 2006-2007, al netto dell’effetto dell’invecchiamento della popolazione, la mortalità oltre il primo anno di vita è diminuita da 103,5 a 89,8 per 10.000 negli uomini e da 61,3 a 54,5 per 10.000 nelle donne (rispettivamente 13% e 11% di riduzione). Per quanto riguarda la mortalità per le diverse malattie si evidenzia una generale riduzione dei tassi di mortalità sia negli uomini che nelle donne. Il tasso standardizzato di mortalità per le malattie del sistema circolatorio si riduce, significativamente, in pochi anni passando, tra il 1999-2001 e il 2006-2007, da un valore di 40,2 a 31,3 per 10.000 negli uomini e da 27,0 a 21,5 per 10.000 nelle donne. La riduzione dei livelli di mortalità per queste cause avviene in tutte le province e per entrambi i generi sebbene l’intensità di tale variazione sia diversificata sul territorio. Per i tumori maligni si osserva una lieve riduzione della mortalità da 33,8 a 31,1 per 10.000 negli uomini e da 17,3 a 16,6 per 10.000 nelle donne. Le aree a più elevata mortalità sia per gli uomini che per le donne, sono più frequentemente le province settentrionali del Paese.

- Gli italiani e la depressione – Continua il trend di aumento del consumo di farmaci antidepressivi. L’aumento dell’utilizzo interessa, indistintamente, tutte le regioni. L’utilizzo di questi farmaci, anche per le forme depressive più lievi di ansia e attacchi di panico, è spesso appannaggio dei Medici di Medicina Generale, più che degli specialisti, con una conseguente maggior diffusione nella popolazione. Il loro crescente utilizzo può essere spiegato con i cambiamenti culturali poiché, patologie come ansia e depressione, sono meno stigmatizzate dalla popolazione, ma bisogna tenere in considerazione che questi farmaci vengono utilizzati anche per patologie non strettamente psichiatriche, come per la terapia del dolore, nei cui confronti si sta assistendo, nel nostro Paese, ad un cambiamento culturale nella prescrizione e utilizzo dei farmaci.

- Quasi un italiano su dieci non va dal dentista, anche se dovrebbe – Il ricorso alle cure odontoiatriche è un importante indicatore delle disuguaglianze nell’accesso ai servizi sanitari, infatti varia significativamente per età e status socioeconomico, soprattutto perché in Italia il ricorso a queste cure è quasi sempre a carico delle famiglie. Infatti quasi un italiano su 10 (9,7% delle persone dai 16 anni in su) non ha potuto sottoporsi a una visita specialistica per la salute della bocca, pur presentandone la necessità.

- Tassi di ospedalizzazione – Negli ospedali italiani i ricoveri continuano a diminuire e parallelamente si riducono le giornate di degenza. Dal 2001 al 2008 il tasso grezzo di ospedalizzazione complessivo del livello nazionale si è ridotto di circa 22 punti percentuali (da 214,6 a 192,8 per 1.000 abitanti). La riduzione registrata in tale periodo è da ricondurre alla sola componente dei ricoveri ordinari passata da 161,4‰ a 133,3‰, essendo, invece, leggermente aumentata nel periodo, sebbene con andamento discontinuo, la quota di ricoveri in regime diurno (da 53,2‰ a 59,0‰). Nel 2008 il tasso standardizzato di ospedalizzazione complessivo a livello nazionale è 187,3‰, di cui 129,1‰ in modalità ordinaria e 58,2‰ in modalità di ricovero diurno. Anche nell’ultimo anno analizzato dal Rapporto si evidenzia una costante riduzione dei tassi di ospedalizzazione. Per il tasso complessivo la riduzione è del 3,0% nel 2008 rispetto al 2007 e dell’8,0% rispetto al 2006. Per la modalità di ricovero in regime ordinario la riduzione è del 2,9% rispetto al 2007 e del 6,9% rispetto al 2006; per il ricovero diurno la riduzione è del 3,3% rispetto al 2007 e del 10,3% rispetto al 2006.

- Spesa sanitaria pubblica – La spesa sanitaria pubblica corrente in rapporto al PIL a livello nazionale denuncia una crescita, dal 2001 al 2007, dal 5,95% al 6,59%. A livello regionale l’indicatore, nel 2007, mostra delle significative differenze, oscillando da un minimo di 4,90% della Lombardia ad un massimo di 10,76% della Calabria, registrando, così, un divario che raggiunge quasi i 6 punti percentuali. Si osserva un gradiente Nord-Sud, con il Nord che registra una percentuale della spesa sanitaria pubblica corrente media rispetto al PIL pari al 5,45%, il Centro pari al 6,25% e il Mezzogiorno (Sud e Isole) pari al 9,57%.

- Spesa sanitaria pro-capite - Il Rapporto mostra a livello nazionale un aumento della spesa pro capite fra il 2008 e il 2009, da 1.782 € a 1.816 € (+1.91%); la spesa è cresciuta del 27,8% dal 2003. Nel 2009 è osservabile che, generalmente, le regioni meridionali, con l’eccezione del Molise, mettono a disposizione un ammontare di risorse monetarie inferiore rispetto alle regioni del Nord (fatte salve Lombardia e Veneto) e anche alla media nazionale. Nel 2009 la spesa per cittadino presenta un valore medio nazionale di 1.816 € e oscilla da un minimo, registrato in Sicilia, di 1.671 euro ad un massimo di 2.170 € nella PA di Bolzano. Rispetto al 2008, tutte le regioni, con la sola eccezione della PA di Bolzano (-2,78%) e del Lazio (-0,35%), hanno aumentato il livello di spesa, con valori che segnano una linea crescente che parte da un minimo di 0,28% dell’Abruzzo, ad un massimo di 5,3% della PA di Trento.

-Promossa dai cittadini l’assistenza ospedaliera - <span>Gli italiani sono piuttosto soddisfatti dell’assistenza ricevuta durante un ricovero in ospedale</span>: i risultati di un’indagine condotta dall’Osservatorio evidenziano il giudizio complessivamente positivo sull’assistenza ricevuta in ospedale durante il ricovero.

-L’indagine ha preso in esame il grado di apprezzamento dei cittadini per l’assistenza ospedaliera, espresso da coloro che nei 3 mesi precedenti l’intervista sono stati ricoverati in ospedale, valutando tre aspetti legati alla soddisfazione per il ricovero ospedaliero:<span> l’assistenza medica, l’assistenza infermieristica e il vitto dell’ospedale</span>, utilizzando una scala che va da molto soddisfatto a abbastanza soddisfatto, poco soddisfatto, per niente soddisfatto e non soddisfatto. C’è una quota molto contenuta di giudizi negativi (cittadini poco o per niente soddisfatti) sull’assistenza durante il ricovero, riferibile all’assistenza medica e infermieristica, mentre un po’ più insoddisfacente è stata giudicata la qualità del vitto. A livello nazionale ben il 36,1% delle persone reduci da un ricovero si dichiara molto soddisfatto dell’assistenza medica ricevuta e il 52,8% abbastanza soddisfatto, i cittadini dichiaratisi “molto insoddisfatti” non raggiungono il 4% e quelli dichiaratisi “poco soddisfatti” sono il 7,8%. Emerge un gradiente Nord-Sud che penalizza le regioni del Mezzogiorno i cui livelli di soddisfazione sono sempre più bassi della media nazionale.

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