La fenomenologia sinestesica nell’organizzazione biologica strutturale

Enrico Venga | 22/03/2011 18:07

La sinestesia viene definita come il mescolamento di  percezioni pertinenti a due o più sensi. Alcuni studiosi ritengono che le persone affette stiano semplicemente rivivendo ricordi e associazioni infantili. Tale ipotesi teorica ci conduce alla corrente di pensiero dell’Associazionismo che ha fatto scuola non soltanto nella teorica Freudiana. Altri AA. hanno rivolto la loro attenzione allo studio del senso della “metafora”:  la sostituzione di un lessema con un altro. Tale opinamento, a nostro avviso, può essere esteso  anche a livello del pensiero ( litote, antifrasi …), della dizione ( dieresi, contrepèterie …) e della costruzione ( paratassi, ellissi, etc.).

Tuttavia, per essere conformi alla realtà della formazione della designazione di una qualsiasi figura o tropo dobbiamo tener presente che tutte queste forme hanno “senso” soltanto quando sono creatrici di “senso”: ossia quando vengono rappresentate e vissute come un “senso”. E’ chiaro che al di là di tutte queste figure rappresentative ci deve essere un’ isotopia di base che non può tener conto della post-differenziazione, poiché ciò che determina è la mera struttura biologica. Potremmo dire che lo stesso lessema è in sinestesia col morfema e col semema, se abbiamo l’obiettivo di studiare il percorso dialogico rappresentativo. Tutto questo ci pone, però, nella condizione di poter ben osservare e rapportare il gesto al linguaggio con la conseguente espressione linguistica. E’ stato anche studiato se la sinestesia è autentica. Noi siamo un po’ perplessi nel considerare tale ipotesi, poiché riteniamo che nella rappresentazione fisio-patologica è ciò che si percepisce che diventa sintomatologico. E’ chiaro anche che essendo lo stesso sintomo una rappresentazione sinestesica, per la correlazione sintomatica, può essere o meno  determinante, ai fini strutturali, per cui  il “vero” ed il “falso” non sono differenziabili. Sotto questo aspetto, la “psicosomatica” dovrebbe essere rivisitata nella propria  considerazione strutturale diagnostica. Bisogna,altresì, chiarire che la ricerca strutturale non è indirizzata alla fisiologia o alla fisiopatologia – non vi è dicotomia –dell’organo o apparato, ma alla struttura biologica-individuale. Allo studio della sinestesia sono state indirizzate anche ricerche per comprendere i fattori neurobiologici. Infatti, è stato analizzato il meccanismo con il quale il cervello elabora l’informazione visiva in collegamento con altre aree cerebrali come l’area V4 – giro fusiforme del lobo temporale – e la regione situata in un settore corticale chiamato TPO ( acronimo che indica la giunzione del lobo temporale, parietale e occipitale). In tal senso, possiamo raffigurare, anche con aree diverse, una stessa interpretazione-fenomenologica. A nostro avviso, lo studio rivolto a rilevare od eleggere una struttura cerebrale per rappresentare la fenomenologia sinestesica è utile, ma non necessario, poiché è l’intera struttura biologica che partecipa e determina ogni minima soglia percettiva. Il problema che qui ci occupa è un altro: ovvero perché, pur avendo la stessa struttura anatomica, ci rappresentiamo con fenomenologie difformi ? A tal proposito ci viene in aiuto l’origine monocellulare da cui andremo a differenziarci anche e soprattutto nella poligenesi funzionale. Questo ci lascia intendere che la stessa struttura può essere diversamente organizzata. Sotto questo aspetto, potremmo ricercare e trovare, ai fini rappresentativi, qualsivoglia fenomenologia che può rappresentarci, poiché ogni organizzazione strutturale sarà così fenomenologicamente differenziata. Lo studio della sinestesia ci ha fornito, altresì,anche un interessante spunto per l’approfondimento di tutta la diagnostica nosografica. Ed è la stessa ricerca diagnostica ad illuminarci per indirizzarci in forma mirata allo studio della rappresentazione sinestesica, a prescindere dalla ratio-interpretativa etiopatogenetica.   

Enrico Venga

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