Cassazione, no alle operazioni su pazienti senza speranza. Condannati per omicidio colposo tre medici che hanno provocato la morte di una donna

Silvio Campione | 09/04/2011 17:00

Violano il codice deontologico i medici che sottopongono ad interventi pazienti 'inoperabili' e afflitti da patologie che lasciano loro solo poco tempo di vita, anche nel caso in cui sia stato proprio il paziente a dare il suo consenso informato all'operazione. Lo sottolinea la Cassazione confermando la condanna per il reato di omicidio colposo nei confronti di tre medici dell'ospedale San Giovanni di Roma che avevano operato, provocandone la morte, una donna di 43 anni che aveva solo 6 mesi di vita per un tumore al pancreas con metastasi diagnosticate e già diffuse ovunque.

La Suprema Corte, con la sentenza 13746 della IV Sezione penale, specializzata in colpa medica, ha confermato la responsabilità del chirurgo Cristiano Huscher, già finito nelle polemiche per altri interventi 'disperati' e i 'camici bianchi' Andrea M. e Carmine N.. I supremi giudici hanno condiviso 'il prioritario profilo di colpa' individuato a carico dei sanitari dalla Corte d'Appello di Roma, con sentenza del 28 maggio 2009, per aver violato oltre alle regole di prudenza, anche le disposizioni 'dettate dalla scienza e dalla coscienza' di chi abbraccia la professione medica. 'Nel caso concreto - spiega la Cassazione - date le condizioni indiscusse ed indiscutibili della paziente (affetta da neoplasia pancreatica con diffusione generalizzata, alla quale restavano pochi mesi di vita e come tale da ritenersi inoperabile) non era possibile fondatamente attendersi dall'intervento un beneficio per la salute e/o un miglioramento della qualità della vita'. Anche se l'intervento, prosegue la Cassazione, era stato 'eseguito in presenza di consenso informato della donna 44enne, madre di due bambine e dunque disposta a tutto pur di ottenere un sia pur breve prolungamento della vita'. 'I chirurghi pertanto - sottolinea la Cassazione - avevano agito in dispregio al codice deontologico che fa divieto di trattamenti informati a forme di inutile accanimento diagnostico-terapeutico'. Il dottor Huscher, infatti, è stato tratto a giudizio non solo per l'omicidio colposo della paziente, provocato dalla lesione della milza durante l'inutile tentativo di asportarle le ovaie, ma anche per aver preso la decisione 'di voler effettuare l'intervento chirurgico'. La signora, Gina L., morì all'ospedale San Giovanni di Roma la notte dell'11 dicembre 2001, in conseguenza dell'emorragia letale della quale il primario Huscher non si era nemmeno accorto di aver provocato. Poche ore dopo essere uscita dalla sala operatoria, Gina inizio a stare male e fu necessario addirittura tentare di rianimarla. Nella concitazione della manovra le fratturarono anche lo sterno e due costole. Ad Huscher è stata inflitta la pena ad un anno di reclusione, a Carmine N. quella di dieci mesi e di 8 ad Andrea M.. Il reato però si è prescritto perché sono passati più di 7 anni e mezzo dal delitto. La Suprema Corte, però, ha confermato la colpevolezza dei tre dottori che dovranno, almeno, provvedere al risarcimento civile dei danni morali inflitti ai familiari della paziente privata anzitempo della pur breve vita che le rimaneva. 'Non entro nel merito della vicenda, ma la sentenza della Cassazione documenta ancora una volta la pericolosità del fatto che non ci sono, in Italia, leggi specifiche sull'atto medico. E' assurdo che siamo ancora fermi al codice Rocco'. Lo afferma il professor Rocco Bellentone, segretario della Società Italiana di Chirurgia: 'Se le perizie sul caso specifico dimostrano che l'atto non è stato compiuto per fini non terapeutici ma di altro tipo - prosegue - non può che essere positiva'. Ma la sua 'interpretazione' rischia di essere 'devastante, perché toglie al chirurgo la possibilità del rischio calcolato in situazioni disperate' andando a 'ledere la vita di migliaia di persone che si sono salvate proprio grazie a interventi temerari. Interventi che si sa, possono anche andare male'. Se così fosse, 'nessun chirurgo andrebbe più a operare in situazioni al limite tra il rischio di morte' 'sotto i ferri' e 'la salvezza' afferma il sottosegretario alla Salute Eugenia Roccella. Si tratta, ha commentato Roccella, di una sentenza 'ragionevole'. Il punto, ha sottolineato il sottosegretario, è che 'comincia ad esserci un'idea dell'autodeterminazione del paziente che può finire per 'squilibrare' l'alleanza terapeutica medico-paziente, tra l'latro a danno del paziente stesso'.La sentenza cioè, ha rilevato Roccella, 'ci dice che il consenso informato del paziente non è tutto e che il medico non può essere solo esecutore della volontà del paziente, ma ha un margine di responsabilità elevato'. In altre parole, ha proseguito, 'il medico deve agire valutando in modo autonomo e non limitandosi ad eseguire ciò che il paziente chiede, dal momento che quest'ultimo non dispone di tutti gli strumenti per una valutazione corretta del suo caso clinico'. Emerge dunque, secondo Roccella, 'la delicata questione del rapporto tra consenso informato da parte del paziente e alleanza terapeutica medico-paziente'. Uno 'squilibrio' in tale alleanza, ha concluso il sottosegretario, 'potrebbe appunto risolversi paradossalmente in un danno per il paziente stesso'. Il 'richiamo' della Corte di Cassazione, dopo aver rilevato la responsabilità professionale tra la morte di una paziente e un errore medico, al codice deontologico è 'giusto', ma le valutazioni ora 'spettano all'ordine professionale' spiega Amedeo Bianco, presidente della Federazione degli Ordini dei Medici (Fnomceo), sottolineando che 'prima di dare un giudizio definitivo bisogna leggere il dispositivo' e che 'bisogna fare attenzione alle sentenze e leggerle bene'. 'Non è la Cassazione, che infatti si limita a richiamare il codice - prosegue - che determina il giudizio disciplinare, che invece compete all'ordine'. Se un atto medico sia 'utile e proporzionato' ricorda Bianco va rilevato secondo 'le leggi delle arti mediche e secondo la responsabilità tecnica ed etica del medico' che deve 'sempre agire in scienza e coscienza sulla base delle migliori evidenze tecniche'. Non bisogna dimenticare però 'che si tratta di equilibri molto delicati' e che 'ogni relazione di cura e' un evento unico e irripetibile'. Bisogna allora indagare 'quale obiettivo si era dato il medico e quale obiettivo aveva illustrato alla paziente' per valutare se l'intervento 'era utile e proporzionato'. Succede spesso, aggiunge, 'che in casi di tumore al pancreas si facciano interventi di palliazione, come la derivazione biliare per evitare l'ittero'. E se a una paziente giovane si prospetta un intervento del genere, che potrebbe allungare di qualche mese la vita, interventi certo, 'su orizzonti molto arditi', è il ragionamento di Bianco, 'si tratta di intervento sproporzionato?'.

Ecco come si è consumato il drammatico intervento chirurgico della donna romana di 43 anni che sperava, così, di poter prolungare fino a tre anni il breve orizzonte di sei mesi di vita che le era rimasto dopo la diffusione di metastasi in tutto l'addome, polmoni compresi:

1) 10 dicembre 2001 - Sulla paziente, ricoverata nell'ospedale capitolino 'San Giovanni-Addolorata' viene eseguita dal primario Cristiano Huscher una laparoscopia per esplorare la cavità addominale della donna. L'equipe pensa di poter individuare nelle ovaie l'origine del tumore e di asportarle, allungando il margine di vita. Ma la situazione è drammatica, il male è ovunque. Per laparatomia, cioè aprendo l'addome, si decide comunque l'asportazione delle ovaie per calcolare il livello di invasività del tumore. Vengono lesi la milza e il legamento falciforme, senza che nessuno se ne accorga. A fine mattinata la donna viene riportata in corsia.

2) In serata, attorno alle 22.30, la paziente inizia a sanguinare nel drenaggio, accorre un altro dottore, Carmine N.. Interviene chirurgicamente su di lei poco dopo la mezzanotte, sul letto in corsia, senza anestesia e senza avvisare la guardia medica chirurgica. Non capisce che la milza è da suturare. I valori dell'emoglobina scendono drasticamente. Sopraggiunge l'arresto cardiovascolare. Per venticinque minuti si tenta il massaggio rianimatorio. Invano. Con il solo risultato di fratturare lo sterno e due costole.

3) All'una del mattino dell'11 dicembre la donna muore.

L'autopsia appurerà che aveva una neoplasia pancreatica con diffusione generalizzata. La lesione alla milza era di 1,5 centimetri e nell'area ristagnavano 200 cc di sangue. Se si fossero tamponate le ferite provocate durante l'intervento, la paziente sarebbe potuta sopravvivere il breve tempo che le era stato pronosticato.

''Ho piena fiducia e totale rispetto nella magistratura ma credo sia difficile concepire la medicina senza interventi particolarmente difficili che possano garantire nel tempo importanti vantaggi ai pazienti in termini di sopravvivenza e di qualità di vita. E che sono stati sperimentati sempre su pazienti giudicati da tutti come inoperabili. A partire dal primo trapianto di cuore al mondo e dai primi tre trapianti di fegato al mondo. Senza dimenticare che la sperimentazione un certo signor Pasteur l'ha effettuata addirittura su suo figlio, regalando al mondo come sappiamo una delle più importanti scoperte scientifiche della storia''. Lo afferma in una nota il chirurgo Cristiano Huscher, in relazione alla sentenza della Cassazione che ha confermato la colpevolezza di tre medici dell'ospedale S. Giovanni di Roma. Riferendosi al caso in particolare Huscher aggiunge: ''Non ho effettuato alcun intervento chirurgico sulla paziente poi deceduta ma un intervento diagnostico in laparoscopia per capire l'origine del tumore che poteva essere alle ovaie oppure al pancreas''. ''La paziente - afferma nella nota - e' deceduta a causa di un'emorragia a seguito dell'asportazione dell'ovaio, non dalla milza la cui rottura si e' verificata durante il massaggio cardiaco, che può avvenire in situazioni di emergenza. Non ho operato la paziente a testa in giù, nessun intervento al pancreas e in generale all'addome superiore viene eseguito facendo assumere al paziente quella posizione''. Inoltre il chirurgo sottolinea che ''Il marito della paziente non lo ha mai denunciato ed è sempre stato dalla sua parte''.

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