Professione (e cittadino) in pericolo

Professione | Martino Massimiliano Trapani | 09/05/2011 09:57

Bollettino Ordine Provinciale Medici Chirurghi e Odontoiatri Milano Gennaio-Marzo 2011

Di Ugo Garbarini

Un problema importante, che si affaccia all’orizzonte del mondo sanitario ma che già era previsto come una incombente minaccia, è quello della progressiva carenza di personale medico. Recentemente è stato rilevato che, a tutt’oggi, mancano 47.000 medici. Questa carenza è stata sino ad ora fronteggiata con l’assorbimento dei laureati della bolla degli anni ’80 ma il futuro si prefigura drammatico.  E’ prevista l’uscita dalla professione attiva entro il 2025 del 38% dei medici che oggi hanno un’età tra i 51 e i 59 anni e di poco cambiano le prospezioni se si aumenta di due anni l’uscita dal servizio attivo.

Si prevede un’uscita nei prossimi 10-15 anni di 115.000 medici: lascerà la professione il 48% dei medici della dipendenza, il 62% dei medici convenzionati per la Medicina Generale, il 58% dei pediatri di libera scelta, il 55% degli specialisti ambulatoriali. Nel contempo, si allarga sempre più assurdamente la forbice tra le iscrizioni all’Università ed il fabbisogno di medici. Questo è il frutto di un’incapacità di previsione e quindi di programmazione: dalla liberazione degli accessi a Medicina con la legge Codignola e la conseguente pletora con la dequalificazione dei contenuti formativi alla carenza di fatto già presente a dimostrazione dell’incapacità dei reggitori della cosa pubblica di pensare molto, molto avanti spinti solo dal quotidiano: la politica delle pezze applicate qua e là ove si rendono necessarie.
Ci si verrà a trovare come l’Inghilterra con la necessità di chiamare medici da ogni dove per operirne la mancanza. Il momento critico è previsto a partire dal 2015 ma, già oggi, mancano radiologi e anestesisti per non parlare dei pediatri, degli ortopedici, dei ginecologi.
Questo è stato l’argomento dibattuto nel corso del Convegno romano indetto dalla FNOMCeO nei giorni 2-3 dicembre. Il punto nodale è la riqualificazione della professione soprattutto dal punto di vista “umanistico” ma si è focalizzata l’attenzione sull’urgenza di ribaltare, modificandola, la politica di ingresso alla Facoltà, eliminando o riducendo quegli assurdi test nozionistici, sostituendoli magari con test psicoattitudinali che potrebbero dare più qualità alla professione.
Ma a poco servirebbe aumentare il numero degli accessi a Medicina, solo modestamente aumentato in questi ultimi tempi, se non si dilata il collo di bottiglia dell’accesso alle specializzazioni. E’ necessario togliere quell’assurda disposizione per cui solo specialisti possono entrare negli ospedali formando gli stessi, piccoli numeri comunque, nelle corsie universitarie. Occorre che l’Università faccia qualche passo indietro e nulla togliendo delle loro competenze, consentire che gli Ospedali , avendone i requisiti, diventino centri di formazione degli specialisti affiancando le scuole di specializzazione. Si eliminerebbe il buco temporale e il vuoto assistenziale nell’attesa che dalle Scuole di Specialità escano i pochi specialisti formati premessa obbligatoria per entrare nel ruolo ospedaliero. A fronte dell’indebolimento del comparto medico abbiamo segnali preoccupanti da altre parti: nel momento in cui si parla di abolizione degli Ordini professionali, ne sono in gestazione cinque nuovi con ventidue albi di professioni sanitarie indipendenti.
La sovrapposizione di queste con gli ambiti lavorativi propriamente medici prefigura scenari di conflitti soprattutto laddove i medici siano carenti.  In alcune regioni quali la Toscana e l’Emilia con il progetto “see and treat” e con il “fast and track surgery” già si invade violentemente l’ambito medico della diagnosi e della cura, attribuendo ad infermieri pur “adeguatamente formati” decine di funzioni di pertinenza medica.  Ci siamo opposti, aderendo alla denuncia alla Procura fatta dall’Ordine di Bologna prefigurandosi n capo ai medici, comunque considerati responsabili, ipotesi di prestanomismo e agli esecutori, di abusivismo.  Non mancano segnali anche nella nostra regione. Si sta inserendo in Lombardia, si direbbe quasi alla chetichella, qua e là in qualche provincia, un’operazione di riforma del servizio del “118” che prevede la scomparsa del medico sostituita dall’infermiere ovviamente “adeguatamente formato”.  Queste operazioni non sono esenti da evidenti criticità: da un punto di vista della difesa del cittadino e, perché no, della nostra categoria che vede molti medici del tutto disoccupati o sotto-occupati con paghe orarie indegne.
La medicina è professione, lo si riconosca, difficile che richiede tanto sapere e tanto saper fare. Il medico è formato per questo e non a caso la facoltà medica è quella che, da sempre, ha richiesto più anni di studio, anni che ora sono ancor più aumentati quando si pensi ai corsi di specializzazione e a quelli di formazione per il medico di medicina generale, vera e propria nuova specialità.
E’ anche evidente che, nell’emergenza e nell’urgenza, non si tratta solitamente di fare diagnosi di difficili e rare patologie ma si tratta, pur sempre, di essere in grado di operare una tempestiva valutazione delle condizioni per attuare un’ altrettanto tempestiva terapia di supporto e di stabilizzazione delle condizioni. Qual è per tutto questo l’adeguata formazione di qualche mese peraltro di figure diverse da quella del medico? Perché non è poca cosa quella che si richiede agli infermieri dei Msi nel momento in cui si parla di effettuare la “valutazione dell’evento e del paziente (diagnosi!) incluso il riconoscimento di condizioni complesse (!!) che vengono rilevate e trasmesse al medico presente nella centrale operativa attraverso la telemetria e le telecomunicazioni…”. Su questa base si afferma, ciò non di meno, che il medico della Coeu (acronimo di centrale operativa emergenze-urgenze) è “responsabile della formulazione dell’ipotesi diagnostica e dell’eventuale prescrizione farmacologica”.  L’Ordine ha preso una posizione netta contro il documento “ruoli e funzioni del medico nelle equipe multi professionali” con un forte richiamo e altrettanto forte richiesta di intervento della Federazione sul tema dalla quale ci si aspetterebbe una maggior forza di intervento.  La clinica non esiste più, la semeiotica a seguire, la medicina, come andrebbe praticata, anche. Ipotizziamo, così tanto per fare un esempio, il caso di un paziente affetto da una pur rara angina di Prinzmetal in cui l’onda lesionale patognomonica, al momento della registrazione elettrocardiografica, si è già riportata all’isoelettrica. Il tracciato, che può essere del tutto normale, trasmesso in telemetria al medico responsabile (in realtà semplice lettore) non potrà che indurlo a formulare un giudizio di normalità. Cosa succederà?
Sono tutte fughe in avanti sottese da motivazioni anche, all’apparenza, etiche: aumentare gli stazionamenti di pronto soccorso, ridurre i costi, in sostanza dare di più in quantità spendendo di meno. Ma, come da sempre sosteniamo, la strada perseguita può essere fonte di molti dispiaceri.
Non parliamo poi delle farmacie assunte al rango di punto centrale dell’assistenza sanitaria con la fornitura di molti servizi anche diagnostico-strumentali. Si comincia sempre da qualche esperienza nata in altre realtà geodemografiche che vengono poi trasferite, pari pari, nel nostro contesto. Su un recente numero degli Archives of Internal Medicine (170:1634-1639) si esperimenta il coinvolgimento dei farmacisti nel trattamento e nella gestione dell’ipertensione arteriosa con possibilità di aggiustamento anche della terapia.  L’Ordine ha fatto sentire la sua forte (ma flebile nel contesto del silenzio altrui) voce contro il D.Lgs 153/2009 sulla centralità delle farmacie nel coordinare l’attività di infermieri e medici del territorio.  Questa è una situazione che impone tempestivi e robusti interventi da parte della Federazione e da parte dei singoli Ordini per la difesa della Medicina, del cittadino e degli iscritti già sin troppo penalizzati ed umiliati.

 

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