Aritmie, 400mila pazienti a rischio ictus per cure inadeguate

Redazione DottNet | 16/05/2011 10:00

I farmaci per prevenire l'ictus, previsti nel trattamento dei pazienti con fibrillazione atriale vengono prescritti solo a poco più della metà dei malati. Così oltre 400mila persone non ricevono il trattamento più efficace. 'Mancate terapie' che arrivano al 50% tra i pazienti provenienti da reparti di medicina interna e si attestano a oltre il 30% fra quelli dimessi dalle cardiologie. Lo rivela uno studio realizzato dall'Associazione nazionale medici cardiologi ospedalieri (Anmco) e dalla Federazione delle Associazioni dei dirigenti ospedalieri internisti (Fadoi), presentato in occasione del congresso dell'Anmco (a Firenze dall'11 al 14 maggio) e di quello Fadoi (dal 15 al 18 maggio sempre nel capoluogo Toscano).

Le ragioni che spingono i medici a non prescrivere gli anticoagulanti orali sono molteplici: difficoltà nella gestione dei farmaci a disposizione, problemi organizzativi, scelte del paziente o controindicazioni al trattamento. Ma anche la paura degli effetti collaterali, le difficoltà a rispettare la regolarità delle analisi del sangue e l'età avanzata dei pazienti, che aumenta il rischio di complicazioni. "Si tratta della prima fotografia della gestione della fibrillazione atriale scattata nel nostro Paese - spiegano i coordinatori dello studio, Giuseppe Di Pasquale dell'Anmco e Giovanni Mathieu della Fadoi - Abbiamo coinvolto 7.148 pazienti curati in 164 centri cardiologici e 196 centri di medicina interna, registrando come venivano trattati per capire anche se esistono margini per un miglioramento terapeutico". A conti fatti "è senza dubbio così - dicono gli esperti - visto che in questa patologia le prescrizioni 'inadeguate' sono molto frequenti". La fibrillazione atriale è l'aritmia cardiaca più diffusa: in Italia i pazienti sono circa 800mila. Il pericolo maggiore connesso a questa patologia è il rischio di ictus: le 'turbolenze del cuore' associate alla fibrillazione aumentano la probabilità di formazione di trombi a livello cardiaco che possono staccarsi e, quando accade, nel 90% dei casi arrivano al cervello provocando un ictus.Il rischio aumenta del 5% per ogni anno di 'convivenza' con la fibrillazione atriale. E si stima che un caso di ictus su quattro (addirittura uno su tre nell'anziano) dipenda in qualche modo dalla presenza dell'aritmia. Per ridurre il pericolo si possono utilizzare gli anticoagulanti orali, che mantengono il sangue fluido riducendo la probabilità di trombi. I farmaci disponibili, tra gli effetti collaterali prevedono emorragie e richiedono perciò uno stretto monitoraggio del paziente attraverso regolari analisi del sangue. "Circa 800mila pazienti con fibrillazione atriale hanno l'indicazione al trattamento perché soffrono di malattie valvolari cardiache o presentano fattori di rischio come la pressione alta, il diabete, lo scompenso cardiaco, l'età avanzata: tutti elementi che, se associati all'aritmia, aumentano molto il pericolo di ictus - spiega Di Pasquale - I nostri dati dimostrano che soltanto il 56% di questi riceve davvero i farmaci: ad altri 400 mila non vengono prescritti. Accade soprattutto nei reparti di medicina interna, rispetto alle cardiologie. La spiegazione di questa differenza è dovuta al fatto che nei reparti di medicina interna arrivano pazienti in media cinque-sei anni più anziani, spesso con più patologie associate che espongono a un elevato rischio di emorragie o con scarsa collaborazione nella gestione di terapie per deficit cognitivi. E' quindi frequente - aggiunge Di Pasquale - la rinuncia a prescrivere gli anticoagulanti orali per il timore degli effetti collaterali, la cui probabilità cresce all'aumentare dell'età". Ma la difficoltà di garantire un monitoraggio assiduo ha il suo peso; si riscontra anche un preciso gradiente nord-sud, con le Regioni meridionali meno in grado di garantire esami regolari e quindi più 'restie' a concedere cure che richiedono un attento controllo da parte dei medici. Il paradosso è che il 50% dei circa 100mila pazienti che non hanno un'indicazione alla terapia perché a basso rischio riceve invece la cura: "Trattarli è più facile - commentano Marino Scherillo, presidente nazionale Anmco e Carlo Nozzoli, presidente nazionale Fadoi - perché sono mediamente più giovani e a minor rischio di emorragie". Nel settore però sono in arrivo delle novità. "Entro un anno - aggiungono - dovrebbero arrivare anche in Italia i nuovi anticoagulanti orali che comportano un minor rischio di emorragie, si assumono in dose fissa riducendo il pericolo di errori di somministrazione. Inoltre hanno meno bisogno di monitoraggio stretto. Contiamo che con un farmaco più maneggevole la quota di pazienti esclusi possa finalmente scendere".

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