Il biotech avanza, 350 milioni i pazienti trattati nel mondo. Bene anche l’Italia, ma i medici conoscono poco la materia. Assogenerici risponde all'indagine

Silvio Campione | 23/05/2011 15:11

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Possono rappresentare il futuro e nuove opportunita' terapeutiche per molte malattie, sono gia' utilizzati per curare 350 milioni di pazienti nel mondo, ma in Italia sono ancora poco conosciuti: si tratta dei farmaci biotecnologi. Un comparto che nel nostro Paese si e' sviluppato negli ultimi 20 anni con risultati promettenti, ma su cui pero' molti italiani hanno informazioni parziali e frammentarie. A fare il punto sulla situazione e' stata la Farmindustria, con un seminario sul tema. Dai dati presentati e' emerso che nel mondo i farmaci biotecnologici sono pari al 40% dei prodotti registrati in commercio e al 50% di quelli in sviluppo.

Il livello di conoscenza sui farmaci biotecnologici, tuttavia ''è inadeguato non solo nella popolazione, ma anche tra una parte di medici'', come spiega  Bruno Dallapiccola, genetista e direttore scientifico dell'ospedale Bambino Gesù.  ''Tra gli stessi medici - accusa Dallapiccola - c'e' un po' di paura quando parla il genetista''. C'è una mancanza di ''informazione corretta - continua - anche perche' i ricercatori o non sanno comunicare i risultati del loro lavoro in modo appropriato o li usano per mettersi in mostra, come dimostra ad esempio la prossima commecializzazione in Inghilterra di un test che misura quanto resta da vivere. Se questi risultati non si spiegano in maniera corretta e non sensazionalistica, si rischia di creare confusione e ansie nella popolazione''. Vi e' quindi la necessita' ''di un'alleanza - conclude il genetista - tra mondo della ricerca e comunicazione per diffondere informazioni corrette e non sensazionalistiche''. Le  applicazioni dei farmaci biotecnologici  vanno da malattie genetiche, infezioni virali, leucemie a rigetto dei trapianti, vaccini e alcuni tipi di tumore. Anche in Italia, nonostante alcune criticita' congiunturali, il settore e' in crescita per gli investimenti in ricerca, fatturato, numero di imprese e addetti. Il nostro Paese infatti e' il 3/o in Europa per numero di imprese, tra i primi tre paesi al mondo per pubblicazioni per ricercatore e tra i primi 10 per numero di citazioni per articolo scientifico. Attualmente in Italia sono 237 i progetti e i prodotti biotech in fase di sviluppo pre-clinico e clinico con applicazione nell'oncologia e neurologia, cui vanno aggiunti altri 59 progetti in fase di cosiddetta 'early-stage'. E secondo il presidente di Farmindustria, Sergio Dompe', nel prossimo futuro ''la crescita dei farmaci biotecnologici oscillera' tra il 5% e il 10% l'anno''. Eppure il biotech applicato alla salute continua a rimanere poco conosciuto, almeno per meta' degli italiani. Una ricerca di Gfk Eurisko, condotta su un campione di mille persone dai 14 anni in su e su 336 giovani fra i 15 e i 24 anni, ha rilevato che circa il 50% della popolazione e quasi il 60% tra i giovani ha sentito parlare di biotecnologie e sa darne una definizione, anche se molto generica e spesso associata al settore agricolo-alimentare (complici ogm e clonazione). Se pero' gli si spiega cosa sono effettivamente le biotecnologie, dandogli la definizione corretta, allora la percentuale di chi si riconosce informato scende al 39% della popolazione e al 43% dei giovani. In ogni caso la quasi totalita' degli italiani che conoscono le biotecnologie gli attribuisce vantaggi e aspetti positivi, soprattutto in riferimento alla ricerca medica e farmaceutica, da cui si aspettano terapie piu' efficaci e migliore qualita' di vita. In riferimento alle applicazioni mediche, sono stati espressi dubbi in pochi casi (15%), centrati soprattutto sulle idee di manipolazione genetica e di interventi contro natura. "E' in atto un tentativo di screditare i farmaci biosimilari, cosi' come e' avvenuto per i medicinali generici. Un errore, in quanto questi prodotti rappresentano l'unico modo possibile per tenere sotto controllo la spesa farmaceutica". Lo dice il presidente di AssoGenerici, Giorgio Foresti in risposta alla presentazione di Farmindustria dell'indagine sulle biotecnologie:  "E' stata l'occasione per riproporre dubbi sulla qualità e l'efficacia dei farmaci biosimilari. Spiace vedere che ancora si attua un paragone improprio con i farmaci equivalenti, chiamando in causa il concetto di bioequivalenza. Da sempre, per legge, i biosimilari non sono considerati bioequivalenti rispetto agli originator, ma sono considerati farmaci con le stesse indicazioni e lo stesso meccanismo d'azione dell'originator e, di conseguenza, per essere registrati e immessi in commercio devono sottostare alle stesse prove di sicurezza ed efficacia richieste a qualsiasi nuovo farmaco. Mettere in discussione l'iter di registrazione dei biosimilari significa, dunque, mettere in discussione le procedure di registrazione di qualsiasi farmaco".Per il presidente di AssoGenerici, poi, "si continua a sottovalutare il fatto che se e' innegabile la delicatezza del processo di produzione dei farmaci biotecnologici, i biosimiliari prodotti oggi possono contare su decenni di progressi nelle metodiche di produzione, affinamenti delle tecnologie - evidenzia - che non erano ovviamente disponibili quando inizio' la produzione dei farmaci originali".
"Il biosimilare, di conseguenza, presenta semmai un valore aggiunto e non inferiore: sara' il medico a decidere quale farmaco usare in scienza e coscienza, sulla base anche della risposta clinica del paziente, come da sempre accade quando si hanno a disposizione diverse opzioni terapeutiche".