Medici italiani sempre più precari: raddoppiati in dieci anni. Marino: aumenta l’esodo verso le strutture private. E dalla Lombardia arriva una proposta

Sanità pubblica | Silvio Campione | 20/06/2011 09:14

Il medico italiano? Sempre più precario. In 10 anni, nel nostro Paese, il numero dei camici bianchi con contratti di lavoro a termine è quasi raddoppiato: da 3.700 a 6.000. Quasi il 50% in più. Una percentuale, tra l'altro, che per quanto riguarda le donne medico è stata ampiamente raggiunta: se nel 2001 i camici rosa precari erano 1.700, alla fine del 2009 se ne contavano già 3.400. E' quanto emerge dall'analisi basata sulle tabelle della Ragioneria dello Stato sul personale del Servizio sanitario nazionale con rapporto di lavoro flessibile.

 L'indagine - una fotografia sulla forza lavoro che si occupa del bene più prezioso: la salute dei cittadini - mette a confronto due prospetti del Conto annuale, quello del 2001 e quello del 2009. Il paragone tra le due tabelle non lascia spazio a dubbi: dal 2001 al 2009 l'esercito dei camici bianchi a tempo determinato - ma vale anche per gli infermieri e fisioterapisti - è aumentato e di molto. Nel 2001 si contavano 3.527 medici (1.718 donne); 168 veterinari (62 donne); 1 odontoiatria. Alla fine del 2009, quindi dopo 10 anni, i numeri sono decisamente diversi. Per le stesse categorie professionali oggi abbiamo: 5.889 medici (3.373 donne); 90 veterinari - unica categoria in calo - di cui 29 donne; 10 dentisti. Insomma, sul nuovo millennio soffia un vento di precarietà per i medici e per tutti coloro che si occupano della salute dei cittadini. E i numeri che emergono dalle tabelle della Ragioneria dello Stato potrebbero sottostimare il fenomeno. Secondo Massimo Cozza, segretario nazionale della Fp Cgil medici, "non esistono infatti dati certi a livello nazionale. Noi stimiamo circa 8.000 medici precari'. 'Soprattutto - aggiunge - sono in aumento i rapporti di lavoro 'invisibili' di natura libero professionale, a gettone, a più basso costo per le aziende ma con minori tutele su malattia, ferie e maternità. Un fattore, questo, rilevante considerando l'alta percentuale di donne". Per Cozza, "nonostante i diktat del ministro dell'Economia Tremonti e del ministro della Pubblica amministrazione Brunetta stiamo comunque chiudendo accordi regionali almeno per la proroga dei rapporti di lavoro precari, come nel Lazio e ieri in Campania", ma a garanzia dell'assistenza ai cittadini servono "percorsi di stabilizzazione". Gli 8 mila camici bianchi precari del Servizio sanitario nazionale stimati dal sindacato rappresentano circa l'8% dei medici che lavorano nella sanità pubblica. Ma l'8% è solo la percentuale media nazionale dei camici bianchi precari. In realtà il dato varia da regione a regione. E' il caso, ad esempio, del Lazio, dove - secondo le tabelle 2007 del ministero della Salute, relative al personale medico che opera nelle strutture di ricovero pubbliche - si contano 10.658 professionisti. I 1.200 precari registrati dalla Cgil Medici rappresentano quindi circa il 12%. Stessa cosa in Abruzzo, dove su 2.287 medici, 300 risultano 'a tempo': circa il 13%. "Complessivamente - sottolinea Cozza - sono comunque sempre di meno i medici che lavorano nella sanità pubblica e con disagi crescenti a danno della qualità del lavoro e dell'assistenza e con maggiori probabilità di rischi clinici per minori riposi e più straordinari". Ma i problemi, per i medici precari, potrebbero non essere finiti. All'orizzonte si intravedono nubi sempre più minacciose. "La situazione - conclude Cozza - rischia di diventare esplosiva se dovessero avverarsi le indiscrezioni sul taglio nella prossima manovra di 6 miliardi per la sanità". "La precarietà nel mondo del lavoro è la principale emergenza del nostro Paese. Soprattutto quella che riguarda i medici e gli operatori della sanità, lavoratori che andrebbero elogiati per quello che fanno e non certo insultati come ha fatto il ministro Brunetta". Parola di Ignazio Marino, senatore Pd e presidente della Commissione d'inchiesta sul Servizio sanitario nazionale, che commenta così l'analisi sui medici precari del Ssn. "La precarietà - sottolinea Marino - è un vero dramma", che si sta diffondendo a macchia d'olio. "Proprio ieri - afferma il presidente della Commissione d'inchiesta sul Ssn - il senatore Pietro Ichino (Pd) mi raccontava un aneddoto: alcune imprese del Nord stanno iniziando a chiedere ai muratori di aprire la partita Iva, così da non assumerli. Se questo è il Paese che immagina la maggioranza di destra - aggiunge il senatore - c'è da auspicarsi che questo vento nuovo che si è fortemente sentito con il referendum porti davvero via questo Governo". Il problema della precarietà dei lavoratori, all'interno della sanità, sembra assumere contorni ancora più foschi. "Penso - sottolinea Marino - che sia uno degli aspetti peggiori. Inoltre - aggiunge - in Italia tutto questo è combinato con l'assenza totale della valutazione e del merito. Anche io quando lavoravo negli Stati Uniti ero un precario, ma sapevo che facendo bene avrei avuto l'anno successivo un salario migliore e un contratto più lungo. In Italia invece non è così. Ai medici e agli operatori della sanità precari, pure se bravi, mancano certezze". Il problema della precarietà dei medici sta contribuendo anche alla nascita di un altro fenomeno: il 'travaso' dei camici bianchi dal Ssn al settore privato. "Si sta disincentivando - conclude Marino - la permanenza dei medici nel pubblico. Da qui al 2013 il Servizio sanitario nazionale sarà talmente impoverito che il privato non diventerà più un opzione ma una scelta obbligata. Il contrario di quello che succede negli Stati Uniti, dove si sta andando verso una sanità pubblica". "Noi siamo stati sempre contrari ai contratti precari in sanità, perché sono pericolosi. A risentirne è infatti anche la qualità del lavoro. Un medico precario non inserito e strutturato lavora in un clima di incertezza, instabilità, senza prospettiva. E, seppur bravo, può anche essere demotivato", aggiunge il presidente della Cimo Asmd, Riccardo Cassi. "Nonostante il nostro impegno - sottolinea Cassi - negli ultimi 10 anni questo tipo di contratti a tempo determinato sono cresciuti. E' arrivato però ora il momento di trovare soluzioni, altrimenti il Servizio sanitario nazionale va a rotoli. Chiederemo - conclude il presidente della Cimo Asmd - al ministro della Salute Ferruccio Fazio e alle Regioni di farsi carico del problema". E dalla Lombardia arriva una proposta: niente più numero chiuso alla facoltà di medicina, e finanziamenti specifici, sia pubblici che privati. E' la 'ricetta' proposta dall'assessore alla sanita' della Lombardia Luciano Bresciani per arginare la carenza di medici, di specialisti e di infermieri. Ricetta che fa il paio con la proposta di fare della Lombardia un 'laboratorio sperimentale di questo nuovo ciclo di cultura scientifica, attraverso un proposta di legge ad hoc che presto presenteremo come Lega in Regione, per poi inviarlo ai ministeri competenti'. Questo finanziamento, in particolare, prevede 'in una logica federalista al fianco del finanziamento statale per il fabbisogno sanitario - dice Bresciani - anche il finanziamento privato per medici, specialisti e infermieri al fine di raggiungere i target produttivi della comunità regionale'. 'Ne ho già parlato con il ministro Fazio - aggiunge l'assessore -, paghiamo dazio per un'università troppo centralista che elude i fabbisogni territoriali in ambito sanitario. C'e' poi una disomogeneità a livello regionale, figlia delle scelte sbagliate a livello centralista. Così il Lazio ha più corsi della Lombardia nonostante una popolazione che e' la meta della nostra Regione'. La cultura, continua, 'non deve essere chiusa nel mortaio del finanziamento statale. Abbiamo bisogno di cultura libera e alta qualita' per creare e consegnare valori alla comunità lombarda. L'attuale sistema ha invece costretto molti dei nostri ragazzi ad andare all'estero per acquisire nuove conoscenze - conclude - di fatto impoverendo l'intero Paese che in questi anni ha visto emigrare troppi 'cervelli'. Una fuga dovuta anche alla richiesta di cultura che il nostro Paese gli sta negando'.

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