Trapianto di fegato, trent’anni di terapia ufficiale

Redazione DottNet | 20/06/2011 19:04

Vent'anni dai primi tentativi al riconoscimento dello status di terapia, e altri trenta per espandersi in tutto il mondo a partire da pochi centri a tutto il mondo. Bastano gia' queste due date a spiegare le difficolta' dell'intervento chirurgico piu' complesso del mondo, che quest'anno 'festeggia' le tre decadi dell'inizio dei lavori della commissione che porto' al 'consensus' dell'Nih americano che diede il via al boom dei trapianti. "L'elemento determinante e' stato la scoperta della ciclosporina come farmaco antirigetto, che ha portato la sopravvivenza a un anno sopra il 70% - spiega Bruno Gridelli, direttore dell'ismett di Palermo - questo ha fatto si' che l'Nih decidesse di iniziare a rimborsare questa terapia".

  L'epicentro dell'attivita' in questo campo in quegli anni era nell'istituto fondato a Pittsburgh da Thomas Starzl, il primo a tentarlo nel 1963 in Colorado, dove sono passati diversi chirurghi italiani e del resto del mondo che poi hanno disseminato la tecnica: "Chi come me e' passato di li' in quegli anni e' stato 'segnato' inesorabilmente - conferma Vincenzo Mazzaferro, che dirige il centro trapianti di fegato di Milano - tutti noi lo ricordiamo come un momento che ha segnato la storia della medicina. Da li' poi ognuno ha proseguito la strada per conto proprio, noi ad esempio abbiamo approfondito le linee guida sui trapianti in campo oncologico, di cui quest'anno ricorre il quindicesimo anniversario, altri invece si sono dedicati ai trapianti pediatrici e cosi' via". Il centro di Pittsburgh passo' in quegli anni da pochi interventi a piu' di 500 l'anno: "Oggi sarebbe impossibile raggiungere quei numeri, perche' ci sono molti piu' centri - ricorda Ignazio Marino, oggi senatore ma che ha passato con Starzl 15 anni - allora invece poteva succedere di andare a prelevare un organo a Portland, dall'altra parte degli Usa". In Italia, dove oggi si fanno circa mille trapianti di fegato l'anno, l'intervento e' arrivato nel 1985: "All'inizio ci furono tre autorizzazioni che sono via via aumentate - spiega Mauro Salizzoni, che dirige il centro di Torino, uno dei piu' grandi d'Europa con circa 150 interventi l'anno - ora siamo all'avanguardia nel mondo, sia per numero di interventi che per qualita', ad esempio nella tecnica dello split che consente di dividere in due il fegato per impiantarlo in due pazienti". Il problema principale da affrontare adesso e' la mancanza di donatori: "Questa e' una questione mondiale, e non solo italiana - ricorda Gridelli - da noi la media di donatori, 22 per milione di abitanti, e' buona, ma ci sono troppe differenze fra nord e sud. Questo e' il problema piu' importante, perche' con piu' donatori si ha anche una maggiore qualita' dell'intervento, che invece ora e' fatto su pazienti che sono in condizioni critiche". Per i prossimi 30 anni invece si guarda alle staminali e al 'tissue engineering': "Non credo si raggiungeranno risultati con i trapianti da organi animali - afferma Salizzoni - mentre qualche risultato valido si otterra' dalle staminali, usate sia per ripristinare singole funzioni del fegato, sia per ottenere organi interi a partire da 'impalcature'. Queste pero' sono applicazioni del futuro, mentre ora sarebbe importante sconfiggere il virus dell'epatite C, che si trasmette attraverso l'organo donato".

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