La bioinformatica nella lotta alla malattia di Fabry

Miriam Paola Agili | 24/06/2011 11:23

farmaci oncologia

Un nuovo farmaco sperimentale, in grado di curare alcune forme della patologia genetica, frutto di una ricerca condotta dagli Istituti di calcolo e reti ad alte prestazioni e di chimica biomolecolare del Cnr insieme con l’Università Federico II. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Orphanet Journal of Rare Diseases.

Può manifestarsi in forme molto diverse, sia per la gravità, sia per gli organi che colpisce, provocando anche danni renali e cardiaci con possibili rischi di ictus o infarto. Insorge durante l’infanzia, ma anche in età adulta quando, a causa della sovrapposizione dei sintomi con quelli più comuni, può essere sotto-stimata e sotto-diagnosticata. È la malattia di Fabry, una rara patologia genetica.

I ricercatori dell’Istituto di chimica biomolecolare del Consiglio nazionale delle ricerche (Icb-Cnr) con alcuni colleghi degli Istituti di calcolo e reti ad alte prestazioni (Icar) e di biostrutture e bioimmagini (Ibb) del Cnr di Napoli e del Dipartimento di bioinformatica dell’Università Federico II, hanno proposto una nuova terapia per via orale e potenzialmente più economica di quella tradizionale.
La ricerca è stata pubblicata su Orphanet Journal of Rare Diseases.

“La malattia di Fabry è caratterizzata dalla mancanza o dalla scarsa attività dell'enzima alfa-galattosidasi lisosomiale - spiega la dottoressa Giuseppina Andreotti ricercatrice dell’Icb-Cnr - I sintomi possono essere vari: i più frequenti ed evidenti sono crisi dolorose e acro parestesie permanenti, ovvero mani e piedi si addormentano, ed angiocheratoma che è una forma di massa tumorale di carattere benigno, che si diffonde nella cute. A oggi l’unica possibilità di cura è la somministrazione dell'enzima deficitario prodotto mediante biotecnologia, una terapia purtroppo ancora costosa che prevede frequenti infusioni per via endovenosa”.
La nuova terapia è uno “chaperone farmacologico” cioè un farmaco in grado di migliorare la stabilità e la maturazione dell'enzima mutato, che può essere assunto per via orale e potenzialmente più economico rispetto alla terapia tradizionale.
“Abbiamo cercato di selezionare le forme mutate dell’enzima che rispondono allo “chaperone famacologico” - prosegue il dottor Mario Guarracino ricercatore Icar-Cnr - e con l'aiuto degli strumenti matematici è stato messo a punto un metodo per predire la rispondenza di tali mutazioni”. Lo studio del Cnr prevede una simulazione della proteina al computer “per valutarne stabilità e grado di conservazione dell’amminoacido presente nella forma normale della proteina” spiega ancora la Andreotti. “Sulla base di queste considerazioni, cerchiamo poi di predire se la proteina indebolita da una particolare mutazione possa essere stabilizzata da piccole molecole chimiche assunte per via orale dal paziente”.
La terapia è ancora in fase di sperimentazione ed efficace solo per alcune forme della malattia. “Il nostro metodo è il primo “chaperone farmacologico” proposto ed è relativamente accurato - conclude la ricercatrice dell’Icb-Cnr -; i suoi risultati vanno però considerati solo come indicativi per aiutare i clinici a scegliere per i pazienti di Fabry la terapia più appropriata tra questa meno invasiva e la sostituzione enzimatica”.
La reale incidenza di questa malattia non è conosciuta. “Se si considerano solo le forme che si manifestano nella prima infanzia, potrebbe essere di uno su centomila, ma se si considerano quelle che si manifestano nell'adulto, l'incidenza potrebbe essere almeno 10 volte più alta” conclude il dottor Domenico Talia direttore dell'Icar-Cnr di Rende. Da qui l’importanza di una diagnosi precoce prima che i danni agli organi diventino irreversibili: “Abbiamo la possibilità di migliorare qualità e aspettative di vita dei pazienti attraverso un semplice prelievo di sangue – hanno concluso i ricercatori - che viene consigliata soprattutto quando un familiare risulta già affetto”.