Aids, per Fazio passi avanti, ma occorrono farmaci e vaccino per tutti. In Italia molti bambini positivi

Redazione DottNet | 20/07/2011 21:00

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La battaglia contro l'Aids ha prodotto risultati straordinari in un periodo molto breve di tempo, ma restano ancora sul tappeto 2 questioni fondamentali, "la mancanza di un vaccino preventivo contro l'Aids" e "il problema dell'accesso al trattamento". Lo ha spiegato il ministro della Salute, Ferruccio Fazio, intervenendo alla conferenza Ias 2011 sull'Aids in corso di svolgimento a Roma. Per quanto riguarda il vaccino, ha proseguito Fazio, "ancora non esiste un vaccino preventivo, nonostante i miliardi di euro investiti e la convinzione che un vaccino sarebbe arrivato nel giro di 10 anni". L'altro grande problema, ha poi sottolineato il ministro, riguarda il problema dell'accesso al trattamento. "L'emisfero Sud del Mondo, dove si registra la maggior parte dei casi di Hiv - ha concluso Fazio - e' ancora molto indietro rispetto a quello del Nord. Molto e' stato fatto e molto e' ancora da fare".

 

In Italia ci sono circa 800-900 bambini e adolescenti sieropositivi, che sono seguiti, fanno la la terapia e stanno bene, pur dovendo lottare con gli effetti avversi dei farmaci antiretrovirali: ma questo numero e' destinato a crescere anche per l'arrivo di bimbi che si sono gia' infettati nel loro paese di origine i cui genitori, spesso, non sono neanche al corrente della sieropositivita' dei loro piccoli. E' il quadro tracciato da Carlo Giaquinto del dipartimento di pediatria dell'Universita' di Padova, e coordinatore della rete pediatrica europea pr la cura dell'Aids. E non ci sono solo i bimbi Hiv-positivi che si sono ammalati nel loro paese d'origine, infatti in italia, rileva l'esperto, "il numero di donne ad alto rischio di trasmissione verticale resta rilevante e inaccettabile qui da noi: ci sono circa 500-600 gravidanze l'anno di donne sieropositive, quindi a rischio di trasmettere la malattia al nascituro. I rimedi preventivi ci sono ma purtroppo - osserva - anche da noi molte donne 'sfuggono' alla prevenzione perche' spesso scoprono solo al parto di essere sieropositive, quindi non hanno fatto la terapia antiretrovirale in gravidanza, o perche' non si riesce a incanalarle nel percorso preventivo durante il periodo dell'allattamento".

L'accesso ai servizi prenatali per queste donne a rischio di trasmissione verticale, spiega Giaquinto, e' molto minore di quello delle donne italiane, per il problema della lingua che rende spesso difficile alla donne interfacciarsi col personale sanitario, ma anche per problemi culturali. Quindi, conclude il pediatra, l'accesso delle donne ad alto rischio e' molto minore di quanto potrebbe e dovrebbe essere per prevenire la nascita di bimbi Hiv-positivi.