Chiede e ottiene dal giudice lo stop ai farmaci salvavita: ma la tutela è solo del medico curante

Redazione DottNet | 04/08/2011 09:40

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Una dichiarazione anticipata di volontà - affidata ad un amministratore di sostegno - da parte di una malata che non vuole subire cure terminali: questa la miccia che ha innescato oggi nuove polemiche sul fine vita. La vicenda riguarda una Testimone di Geova, trevigiana di 48 anni, affetta da una malattia degenerativa, la quale attraverso il marito, nominato amministratore di sostegno, ha ottenuto dal giudice tutelare di Treviso Clarice Di Tullio di poter rifiutare tracheotomia e trasfusione.

 ''La persona in amministrazione di sostegno ha gravissimi problemi motori, ma non è incapace di intendere e di volere - spiega una collega del giudice tutelare, Valeria Castagna - è perfettamente lucida ed ha espresso la propria volontà in passato tramite un atto scritto e davanti al giudice che ha esteso il provvedimento''. Dal punto di vista giuridico il provvedimento fa riferimento ''a numerosi precedenti, il più famoso dei quali in Cassazione aveva riguardato la vicenda Englaro''. La decisione del giudice risale al gennaio scorso: la paziente era ricoverata in gravi condizioni nell'ospedale di Treviso, ma poi le sue condizioni hanno consentito il ritorno a casa. Nei prossimi giorni, ha annunciato il segretario dell' associazione Veneto Radicale Raffaele Ferraro, sarà depositato alla magistratura di Treviso un analogo ricorso per affidare al fratello di Paolo Ravasin (il trevigiano da anni immobilizzato da Sla, che nel 2009 ha depositato un testamento biologico in cui chiede di non essere sottoposto ad alimentazione e idratazione forzate) l'amministrazione delle sue volontà ''quando non dovesse più essere in grado di intendere e di volere''. Per il ministro del welfare Maurizio Sacconi, ''il provvedimento del magistrato di Treviso appare, ad una prima considerazione, più ideologico che pratico''. Secondo il ministro, ''attraverso il provvedimento si vorrebbe, quanto meno oggettivamente, concorrere ad introdurre nel nostro ordinamento il suicidio assistito e programmato, che il nostro ordinamento non consente''. E ''non si tratta di un'iniziativa isolata, bensì che ha preso piede da tempo in vari tribunali al fine di introdurre forme di testamento biologico che legittimino pratiche al confine con il suicidio assistito'' incalza il sottosegretario alla Salute Eugenia Roccella. Si tratta di situazioni ''delicatissime, che non sono e non vanno confuse con l'eutanasia'', afferma di contro il senatore Ignazio Marino (Pd), presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sul Servizio Sanitario Nazionale. ''Se la legge sul testamento biologico, voluta dalla destra e approvata alla Camera, avrà anche il via libera del Senato - afferma - sarà a rischio la libertà di tutti gli italiani''. Per Francesco D'Agostino, membro del Comitato nazionale di bioetica, invece, ''è giusto che la legge affidi al medico l'assunzione delle decisioni, una legge sulle situazioni di fine vita è indispensabile l'importante è fare in modo che non siano i giudici a stabilire criteri vincolanti in situazioni così delicate''. Ma Amedeo Santosuosso, magistrato e direttore del Centro di ricerca interdisciplinare dell'università di Pavia, ammonisce che ''il diritto italiano e la Costituzione stabiliscono il principio secondo cui ognuno ha la libertà di decidere cosa può essere fatto sul proprio corpo e che nessun altro può imporlo, come hanno anche già deciso la Consulta e la Corte di Cassazione''. Quella della malata trevigiana non è ''una volontà ipotetica, ma pura e piena, che come tale rientra nella piena protezione del diritto all'autodeterminazione''. In ogni caso, la vicenda della dichiarazione anticipata di volontà da parte di una malata perfettamente in grado di intendere e volere, aggiunge, ''incombe come un macigno la legge sul testamento biologico al Parlamento''.