Il camice del medico, un ricettacolo di pericolosi batteri

Redazione DottNet | 13/09/2011 15:11

Oltre il 60% dei camici indossati da medici e infermieri è positivo ai test per la rilevazione della presenza di batteri potenzialmente pericolosi per la salute umana. Lo rivela uno studio pubblicato sull’American Journal of Infection Control, riportato dal Corriere della Sera, a firma di esperti del «Shaare Zedek Medical Center» di Gerusalemme, e condotto in Usa e Israele. Secondo l'Organizzazione mondiale della sanità, in alcuni Paesi in via di sviluppo il rischio di infezioni contratte in ospedale è fino a 20 volte superiore rispetto alle nazioni sviluppate. Ma anche in Paesi avanzati come gli Stati Uniti o Israele, conferma lo studio, il pericolo è in agguato.  

 

IL METODO —  Per l'indagine, gli esperti hanno eseguito dei tamponi sulle divise di 75 infermieri e 60 medici premendoli sulla zona addominale, sulle maniche e sulle tasche. Ne è emerso che la metà di tutte le culture eseguite, più precisamente il 65% di quelle eseguite sulle uniformi degli infermieri e il 60% di quelle sui camici bianchi, ospitava agenti patogeni, alcuni dei quali resistenti a più farmaci come lo Staphylococcus aureus resistente alla meticillina, lo Pseudomonas e l’Acinetobacter.

LE CONCLUSIONI — «Anche se le divise non possono rappresentare un rischio diretto di trasmissione di malattie - evidenziano gli autori dello studio - questi risultati indicano una prevalenza di ceppi resistenti agli antibiotici in prossimità di pazienti ospedalizzati». Gli stessi però ammettono che non è chiaro se e in quale misura le divise di medici e infermieri siano responsabili della trasmissione di agenti patogeni ai pazienti e dello sviluppo di infezioni ospedaliere. Perchè? «Di fatto trovare dei germi nella tasca del camice non vuole dire automaticamente che c’è l’infezione di per se - spiega Giovanni Rezza, direttore del Dipartimento malattie infettive dell’Istituto Superiore di sanità —. Trovare i germi nella tasca può essere pericoloso se l’operatore dopo essersi lavato le mani le rimette in tasca oppure ha dei guanti sterili, li mette in tasca e quindi viene a contatto con i germi. Ci può essere un ruolo ma indiretto e per questo non è possibile quantificarlo, nè valutarlo». 

 DA REPARTO A REPARTO — Lo studio ha però il merito di rilanciare il tema dell’igiene nell’abbigliamento dei professionisti della sanità. Capita ancora di vedere medici e infermieri in camice o con la divisa a due pezzi magari al bar interno dell’ospedale. «Ci sono direzioni sanitarie che hanno dovuto fare dei veri e propri editti ai medici e infermieri, per impedire che andassero a mangiare col camice fuori dall’ospedale addirittura — ammette Rezza —. Un po’ di malcostume può esserci, ma non bisogna generalizzare perchè un conto è un reparto di rianimazione o una chirurgia, dove si usa materiale monouso o che viene lavato alla fine di ogni seduta. Un altro, se si tratta di reparti di medicina generale in cui le infezioni ospedaliere sono meno pericolose. Chiaro che in questi ultimi si utilizzano camici comuni». 

 I CONTROLLI —  Esistono procedure di verifica interna ai reparti, sulla carica batterica degli indumenti di medici e infermieri? Chi ha la responsabilità? «In realtà c’è tutta una catena che parte dalla caposala e passa dal primario fino alla direzione sanitaria e all’Asl di riferimento — aggiunge Rezza —. Anche nei reparti a rischio ci sono forme di monitoraggio degli eventi, per cui degli eventi sentinella devono far scattare precauzioni particolari. Se uno vede un aumento dell’Acinetobacter in una rianimazione, sa che potrebbe esserci qualcosa che non va anche se il germe di per sè potrebbe non essere molto pericoloso ma potrebbe essere un indicatore che ci sono procedure che non funzionano, c’è una contaminazione a livello ambientale di qualche germe che circola, e allora occorre investigare e verificare le procedure»

 LA PREVENZIONE, PRIMA LE MANI — Per evitare queste infezioni in molti casi basterebbe lavarsi correttamente le mani. Lo ricorda ogni anno l' Organizzazione mondiale della sanità (Oms) nella giornata sul tema dell' igiene delle mani. Frizionare con il sapone per 20-30 secondi e lavare, sfregare e asciugare per un totale di almeno 40-60 secondi: tanto basta per lavarsi correttamente le mani ed evitare le pericolose infezioni «ospedaliere» legate all'assistenza sanitaria. Anche le nostre istituzioni sanitarie continuano a lanciare programmi di prevenzione e a proporre materiali su quella che deve essere la preoccupazione primaria di chi lavora a contatto con i pazienti. Basta dare un’occhiata al sito del Centro nazionale per la prevenzione e il controllo delle malattie

LE "COLPE" DEGLI ANTIBIOTICI — Dallo studio dei ricercatori statunitensi e israeliani emerge che alcuni dei ceppi trovati sui camici sono batterio-resistenti. «Sappiamo che ciò è dovuto soprattutto ad un abuso o ad un cattivo uso degli antibiotici, sia a scopo profilattico che terapeutico — dice Rezza —. Da qualche anno si sta portando avanti una campagna di sensibilizzazione a livello europeo, ma anche da parte di ministero della Salute, Aifa e Istituto superiore di sanità, per ridurre l'uso degli antibiotici. Abuso e cattivo uso provocano non solo un aggravio di costi, ma anche un pericolo maggiore di insorgenza appunto di ceppi resistenti»

 I NUMERI — In Europa, ogni anno, più di 4 milioni di pazienti sono colpiti da circa 4,5 milioni di episodi di infezioni ospedaliere legate alla cura, che provocano 16 milioni di giorni di ulteriore permanenza in ospedale, 37 mila decessi e costano 7 miliardi l' anno. E in Italia? I dati più attendibili arrivano da un’ indagine in 50 ospedali condotta dal microbiologo Antonio Cassone per l' Istituto superiore di sanità. Ogni anno circa 400 mila persone vengono colpite da infezioni ospedaliere: polmoniti, setticemie e infezioni da catetere le più comuni. Il 2 per cento dei pazienti che contraggono un' infezione in corsia muore. Uno studio del dipartimento di Sanità pubblica dell’ Università di Firenze ha stimato che su 9 milioni e mezzo di ricoveri all’anno, si registrano 450-700 mila infezioni entro 48 ore dall’ingresso nei reparti, oppure durante la degenza o ancora dopo le dimissioni. Tradotto in possibili decessi, significa settemila morti l’anno con un costo annuo tra i 400 e i 500 milioni di euro. Nel 30% dei casi, dicono gli esperti dell’ateneo fiorentino, queste morti potrebbero essere evitate, risparmiando 1350-2100 morti in 12 mesi e 135-210 mila infezioni, tra i letti di corsia e di sala operatoria.