Quale futuro per i giovani medici

Sanità pubblica | Martino Massimiliano Trapani | 27/09/2011 14:06

Secondo lo schema di Piano Sanitario Nazionale per il triennio 2011-2013 uno dei capitoli più critici è quello delle risorse umane: si stima, infatti, che entro il 2015 diciassettemila medici lasceranno ospedali e strutture territoriali per raggiunti limiti di età; di questi, una parte non verrà rimpiazzata a causa della crisi economica e tagli del personale, ma anche a causa della carenza di nuovi professionisti. La crisi, secondo il Ministero della Salute, avrà origine a partire dal 2012, anno in cui si registrerà il primo “saldo negativo tra pensionamenti e nuove assunzioni”. Ma c’è una correlazione tra la carenza di nuovi medici e il numero chiuso per l’accesso alla Facoltà di medicina e chirurgia?

Per Martino Massimiliano Trapani, Vice Presidente del Segretariato Italiano Giovani Medici (S.I.G.M.), “non è corretto parlare di numero chiuso, ma ci si dovrebbe riferire più correttamente alla definizione di numero programmato nel settore sanitario, che dovrebbe essere funzione del fabbisogno di salute espresso dalla popolazione. È infatti su queste basi che si dovrebbe effettuare una corretta programmazione delle nuove professionalità mediche da formare per soddisfare le carenze di organico. Un discorso a parte meritano le modalità di selezione per l’accesso alle Facoltà Mediche, che dovrebbero mirare a valutare oltre che il livello di preparazione anche le attitudini alla medicina: i test di ingresso, dovrebbero essere ri-tarati, soprattutto in sostituzione della parte di cultura generale, che dovrebbe invece essere sostituita con quesiti più affini ai contenuti che sono oggetto di studio nel corso di laurea in Medicina e Chirurgia. Un’altra criticità da rimuovere è rappresentata dalla spesso non ottimale capacità professionalizzante del corso di laurea, a fronte invece di un eccessivo apporto contenutistico, il che induce il giovane medico a recuperare sul campo le lacune, una volta avuto accesso al mondo del lavoro. Il quadro appare più sconfortante se si pone un confronto a livello europeo: uno studio, pubblicato nel 2004 sul Journal of Medicine & the Person, evidenziava come l’attesa media di occupazione per uno studente italiano che si iscriveva al primo anno di Medicina era pari a 15-16 anni, con una tendenza ad un ingravescente allungamento dei tempi di accesso all’esercizio della professione, soprattutto nelle Regioni sottoposte alle limitazioni introdotte dai Piani di Rientro in ossequio al Patto della Salute sancito nel 2006 tra Governo e Regioni. Un pari età del Regno Unito, invece, ha già acquisito una piena maturità ed autonomia professionale. Tornando al contesto Italiano, dopo la laurea la strada si biforca: da una parte, troviamo il percorso della formazione specialistica, della durata di cinque o sei anni, cui si accede per concorso annuale a numero programmato, bandito dalle singole Università in maniera coordinata e congiunta sulla base delle direttive del MIUR, peraltro soggetto annualmente a ritardi nell’espletamento a causa di uno stato di deroga connesso ad una deriva burocratico-normativa, al punto che in funzione della sessione in cui si consegue il diploma di laurea si può “perdere” anche più di un anno per essere ammessi al concorso: qui il paradosso è che la programmazione del fabbisogno viene definito dal Ministero della Salute di concerto con le Regioni, mentre i posti da mettere a concorso sono decisi dal MIUR, che adotta quale criterio le capacità formative delle scuole di specializzazione che spesso non corrispondono con le esigenze programmatorie del SSN; dall’altra, si può optare per l’accesso al corso triennale specifico di medicina generale, anch’esso a numero programmato, ma gestito dalle singole Regioni. Entrambi il diploma di specializzazione che quello di medicina generale, in ossequio alle Direttive Comunitarie sono requisiti indispensabili per accedere alla dirigenza medica, nel primo caso, ed al rapporto convenzionato di medicina generale, nel secondo”.

Il S.I.G.M., in risposta delle predette criticità, si è fatto latore di proposte volte a migliorare la condizione dei Giovani medici:

adozione di un sistema a graduatoria unica su base nazionale e di criteri di valutazione quanto più possibile oggettivi ed uniformi, ai fini dell’accesso alle scuole di specializzazione (da estendere per il Corso di Laurea in Medicina e Chirurgia).

- anticipazione nel contesto del corso di laurea in medicina e chirurgia del tirocinio professionalizzante dell'esame di stato (laurea professionalizzante) e rendere abilitante il concorso di accesso alla specializzazione (ed il concorso annuale per l’accesso al corso specifico di medicina generale): i vincitori del concorso ed i non vincitori, purché superino una soglia minima, conseguirebbero l’idoneità all’esercizio della professione. Tale sistema permetterebbe di abbreviare i tempi medi di accesso alla professione medica in Italia.

Altro problema riguarda la rete formativa delle scuole di specializzazione che, ai sensi della normativa vigente, dovrebbe aprirsi anche alle strutture non universitarie, pubbliche e private, in modo da offrire un numero di prestazioni atte a soddisfare una soddisfacente formazione tecnico-pratica. Purtroppo, molto scuole si sono adeguate soltanto sulla carta a tali incombenze e, laddove invece si fossero adeguate in concreto, non risultano chiare le modalità di impegno dello specializzando che, a nostro avviso, dovrebbe essere posto nelle condizioni di ruotare all’interno della rete formativa secondo un programma ben definito. Questo aspetto andrebbe quindi regolamentato per fare sì che lo specializzando non si “nutra” solo di teoria, ma possa fare la pratica richiesta, che è fondamento di una reale professionalizzazione. Gli specializzandi, di contro, spesso vengono trattenuti nei Policlinici universitari per vicariare la carenza di personale strutturato.

Al fine di superare le predette criticità, il S.I.G.M. chiede che si provveda ad una reale implementazione della rete formativa, che dovrebbe aprirsi tanto alle aziende ospedaliere, quanto ai vari presidi di cura del territorio: in tal modo si avrà un incremento dell’offerta formativa con un ottimale rapporto tra casistica e medici in formazione, oltre che mettere nelle condizioni il giovane medico di essere preparato ad operare in tutte le articolazioni del SSR, a cominciare dal territorio che, in risposta all’incremento del bisogno di salute ascrivibile alle patologie croniche, cronico-degenerative ed invalidanti, offrirà maggiori sbocchi occupazionali.

Ingresso nel mondo del lavoro dopo la formazione post lauream.

E’ il momento in cui i nodi vengono al pettine per i giovani medici.  – prosegue Trapani – La tendenza che si sta consolidando è quella di offrire contratti a tempo determinato o rapporti di lavoro che alimentano un vero e proprio regime di precariato; ciò per consentire alle Aziende Sanitarie di risparmiare e restare nei budget assegnati. L’errore concettuale è proprio quello di non investire sui giovani, che rappresentano invece il futuro del sistema sanitario nazionale”. Il momento attuale infatti vede l’adozione di contratti libero professionali molto flessibili, contratti limitati a sei mesi, uno o due anni al massimo, mentre si registra una sola assunzione a tempo indeterminato a fronte, mediamente, di tre pensionamenti. Siffatta gestione delle risorse umane, oltre a non dare stabilità esistenziale ai giovani medici che hanno affrontato enormi sacrifici ed investimenti per la loro formazione, crea l’effetto paradosso di non favorire il trasferimento delle conoscenze tra i professionisti più attempati, che presentano un prezioso bagaglio di esperienze, ed i giovani. Martino Massimiliano Trapani ricorda che “Stato e regioni dovrebbero porgere maggiore attenzione al fenomeno della disoccupazione/sotto-occupazione giovanile trattenendo i migliori, anche se in alcune regioni c’è il blocco delle assunzioni e in altre ci sono difficoltà economiche; quando infatti il sistema scoppierà, le regioni, a fronte dei pensionamenti, prima o poi dovranno assumere qualcuno (salvo affidare tutto ai privati), con il rischio di privilegiare la quantità a scapito della qualità”.                                    

“Il SIGM, per evitare il ripetersi di questi fenomeni, punta sulla corretta programmazione, quali-quantitativa, del fabbisogno di professionalità specialistiche e specifiche di medicina generale. In risposta alla prospettiva di una carenza di professionalità mediche, il Ministero della Salute, dopo aver concordato col MIUR un incremento dell’offerta formativa delle Facoltà Mediche, applicato in itinere nel corrente anno accademico, ha adoperato l’unico strumento di cui dispone a tal proposito, predisponendo al punto 1.6 “Risorse Umane del SSN” dello schema di Piano Sanitario Nazionale (PSN) 2011-2013, l’innalzamento dell’attuale contingente dei contratti per la formazione specialistica dei medici, pari a 5000, che si può realizzare solo attraverso un aumento delle risorse”, peraltro in recepimento delle esigenze prospettate dalle Regioni negli ultimi tre anni. Il nostro Segretariato, pur riconoscendo la validità di tale iniziativa, ritiene che sia indispensabile, al contempo, dotare da subito gli Assessorati Regionali della Sanità di strumenti ulteriori, utili ad esercitare una piena governance della dotazione di professionalità mediche, superando il ricorrente stato emergenziale, e magnificando la dimensione regionale alla luce delle innovazioni introdotte dalla devoluzione in ambito di Sanità. Il S.I.G.M. ha avanzato nelle sedi Istituzionali la proposta di istituzione di un Osservatorio Nazionale sulla Condizione Occupazionale dei Giovani Medici, e di omologhi Osservatori Regionali che insistano presso gli Assessorati Regionali della Sanità, con il compito di rilevare e analizzare quantitativamente e qualitativamente il fabbisogno di professionalità mediche, svolgere attività di monitoraggio sull’andamento occupazionale dei medici e proporre interventi ai Policy Makers. L’idea si fonda sul portare a regime un sistema integrato di flussi informativi occupazionali, che metta insieme il dato rilevato nel SSN attraverso le Regioni e le banche dati FNOMCeO e delle Casse previdenziali (ENPAM, INPDAP, INPS), nonchè un ulteriore dato relativo al flusso di professionisti in incoming and outgoing. Gli obiettivi sono ambiziosi: ottenere un quadro completo ed aggiornato dei medici in attività sul territorio nazionale, documentare eventuali carenze di professionalità e pianificare azioni adattative in funzione del bisogno di salute, che è in continuo divenire. Inoltre, tale sistema, se opportunamente messo a rete, potrebbe espletare una funzione di raccordo tra le Regioni al fine di monitorare le eventuali carenze o eccedenze di professionisti sulla base delle quali definire politiche di mobilità a garanzia di un maggior equilibrio a livello nazionale”.

Altro settore in cui sarebbero opportuni degli interventi è quello del privato. Circa l’occupazione nelle strutture sanitarie private, si dovrebbe avviare, su base regionale, un monitoraggio dell’impiego dei giovani medici: è noto, infatti, che esistono dei casi di prestazioni professionali mediche sotto retribuite. “Si tratta di segnalazioni provenienti da giovani colleghi, i quali lamentano l’assenza di un tariffario ben definito per le prestazioni erogate nel privato. Siamo a conoscenza di retribuzioni pari anche a sette euro l’ora! Si tratta di cifre scandalose, se si tiene conto dell’investimento dei giovani medici in anni di formazione, a cui si sommano i costi per la copertura assicurativa. A tal proposito chiediamo che sia la Regione che l’Ordine dei Medici prendano una posizione”.

Il quadro prima rappresentato rende ragione del trend in ascesa del numero di giovani medici italiani, tra questi i più motivati, che decidono di trovare asilo professionale presso altri Paesi, e talora di completare o addirittura intraprendere il percorso formativo post lauream. Quadro che viene confermato dai  dati preliminari di un questionario sulla condizione occupazionale dei giovani medici, che il SIGM sta somministrando attraverso il Portale dei Giovani Medici (www.giovanemedico.it). Si stanno delineando i contorni di una vera e propria fuga di cervelli in sanità. Altri sistemi sanitari, infatti, peraltro in sofferenza per carenza di medici, garantiscono il raggiungimento in tempi molto più brevi di maturità ed autonomia professionale, unitamente a maggiori possibilità di progressione di carriera quanto di arricchimento sociale ed umano. Altri Paesi, dunque, in mancanza di interventi urgenti, si avvarranno di professionalità mediche formate a spese dello Stato Italiano e delle rispettive famiglie. Non si tratta, quindi, di una mera questione economica, per quanto gli stipendi per i medici in Paesi quali la Francia, il Regno Unito e la Germania siano molto più sostanziosi. È lecito peraltro interrogarsi sulla provenienza delle professionalità mediche a cui il nostro Paese dovrà ricorrere in futuro, a fronte della carenza prospettica di medici italiani. 

Affrontare i cambiamenti nella sanità

Martino Trapani- ribadisce che “la sanità sta cambiando e, cambiando la sanità, noi giovani medici possiamo essere l’opportunità per approdare a questo cambiamento, anche sotto il profilo culturale; il passaggio principale non è saper solo fare la propria professione, ma bisogna anche essere mentalmente aperti, più disponibili alle conoscenze informatiche e al cambiamento della società. Il vecchio management  di una volta non c’è più e, almeno a livello ospedaliero, tutti si interfacciano con la tecnologia sempre più avanzata che offre la possibilità di diagnosi più certe e di terapie migliori. A livello di Medicina di base, quindi territoriale, si sta iniziando un percorso simile e già se ne vedono i risultati con i certificati medici on line e, a breve, anche la ricetta on line. Si tratta in parte di un progetto in fieri che andrà ampliato sul territorio. I nodi centrali che la politica deve affrontare sono le risorse destinate alla salute pubblica, la promozione di salute e prevenzione, l’assistenza agli anziani e ai cronici, la medicina territoriale, la motivazione e il ruolo dei medici. La strategia è quella del cambiamento graduale, del “miglioramento a piccoli passi, evitando inutili e pericolose decisioni di vertice e ‘riforme’ dei sistemi, spesso utopiche, mal studiate e mal gestite”. Quindi nessuna rivoluzione azzardata, basata su “grandi e repentini cambiamenti senza una accurata valutazione preventiva dei vantaggi e degli svantaggi”, ma piuttosto un percorso ponderato e serio.

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