Tbc, per Rezza (Iss) non sarà facile rispettare la decisione del Tar. Marino: le linee guida esistono da anni

Redazione DottNet | 30/09/2011 09:28

Pone ''non pochi problemi'' la decisione del Tar che, accogliendo la richiesta del Codacons, ha stabilito di estendere il test per verificare la positività alla tbc a tutti i bimbi nati nel reparto di neonatologia del Policlinico Gemelli durante la permanenza dell'infermiera affetta da tubercolosi, forse a partire dai primi mesi del 2010. E' questa l'opinione del direttore del dipartimento Malattie Infettive dell'Istituto Superiore di Sanita', Giovanni Rezza, il quale rileva come sia complesso risalire alla causa effettiva di una eventuale infezione in bimbi piu' grandi.

 ''Si e' andati indietro fino ai bambini nati nel 2011 - spiega Rezza - perche' si e' ritenuto che difficilmente l'infermiera sarebbe stata contagiosa oltre tre mesi prima della comparsa dei sintomi. Estendendo invece il test per la tbc anche ai bambini nati nel 2010, come dice il Tar, si pone un grande problema: se si trovassero infatti bimbi positivi al test, sarebbe molto difficile risalire alla causa effettiva del contagio dal momento che, essendo i bambini piu' grandi, potrebbero essere venuti a contatto con il micobatterio della tbc anche all'esterno e comunque non necessariamente in ospedale''. Dunque, prosegue Rezza, ''in questo caso bisognerebbe fare indagini piu' ampie poiche' l'esposizione al batterio potrebbe essere avvenuta anche fuori dall'ospedale''. La decisione del Tar, dunque, commenta Rezza, ''pone problemi dal punto di vista tecnico e non ha tenuto in conto i criteri considerati dalla Regione e dalle strutture interessate''. Altro aspetto, non trascurabile, e' poi anche quello del costo che tale operazione comporterebbe, coinvolgendo un numero molto elevato di bambini. Ad ogni modo, resta aperta anche la questione relativa alla scelta del test da utilizzare per rilevare la positivita' alla Tbc: ''Le linee guida in vigore - precisa Rezza - prevedono l'utilizzo del test cutaneo, ovvero della tubercolina. Tale test, pero', non e' molto sensibile se usato in neonati. Per questo si e' deciso di utilizzare il test sul sangue, ovvero il quantiferon, molto piu' sensibile, anche se ad esso e' connesso il rischio di possibili falsi positivi''. Ma proprio per un principio di precauzione, rileva Rezza, ''si e' ritenuto opportuno procedere al quantiferon e trattare con profilassi, ovvero con un farmaco specifico per sei mesi, i neonati risultati positivi a tale test''. Proprio tale ''discordanza'' tra i test, prosegue l'esperto, ''impone di interpretare i risultati con cautela''. Per i bambini piu' grandi e gli adulti, invece, il test di riferimento resta la tubercolina. Al momento, ha infine ricordato Rezza, ''al ministero della Salute sono allo studio linee guida piu' stringenti per il controllo della tbc, soprattutto in reparti ospedalieri 'a rischio' perche' con pazienti particolarmente fragili''. 'Esistono da anni linee guida universalmente riconosciute dalla comunita' scientifica internazionale sugli screening per la tubercolosi. Non comprendo percio' la necessita' di indugiare oltre per la scelta degli screening da effettuare sui bambini nati al Policlinico Gemelli''. E' la presa di posizione di Ignazio Marino, senatore del Pd e presidente della Commissione d'inchiesta sul Servizio Sanitario Nazionale, che interviene cosi' sui dubbi di ministero della Salute e regione Lazio su quali test adottare per tutti i bimbi nati al Gemelli durante la permanenza dell'infermiera affetta da tubercolosi. Le linee guida, precisa Marino, ''sono attuabili subito e assolutamente attuali. Le hanno delineate e approvate autorevoli organismi come l'Organizzazione mondiale della sanita', l'Istituto superiore di sanita', la European Respiratory Society. Non esistono recenti scoperte scientifiche che le abbiano messe in discussione o abbiano determinato cambiamenti nella natura o nell'efficacia dei test che vi sono indicati''. Marino spiega di non voler entrare nel merito della sentenza o delle richieste del Codacons. ''Non ritengo pero' che un parere del Consiglio Superiore di Sanita' possa influire sulle richieste di un tribunale, che peraltro mi sembrano ragionevoli da un punto di vista scientifico. Mi sembra logico allargare gli screening al momento in cui possono essersi verificati i primi contatti con il bacillo della tbc: gli screening effettuati sui piccoli nati nel 2011, infatti, hanno chiarito che i bambini sono entrati in contatto con lo stesso tipo di bacillo che ha contagiato l'infermiera. Infine, credo che se il ministro della Salute volesse contestare la sentenza dovrebbe rivolgersi al Consiglio di Stato e non certo al Consiglio Superiore di Sanita'''.

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