Parenti dei pazienti a lezione per accorciare i ricoveri in ortopedia. Sempre più giovani i portatori di protesi

Redazione DottNet | 03/10/2011 18:20

Grazie a un Progetto di educazione dei pazienti che devono sottoporsi a un intervento di artroplastica, è possibile ridurre da 10 a 6 giorni la degenza dopo l'operazione. I pazienti, a cui viene spiegato tutto ciò che accade prima, durante e dopo l'intervento, sono più consapevoli e collaborano attivamente, consentendo nella maggior parte dei casi il rientro direttamente a casa anziché in una struttura per la riabilitazione. Accade grazie al Progetto "Ricovero breve", i cui primi risultati sono presentati in occasione del congresso nazionale della Società Italiana di Ortopedia e Traumatologia, in corso a Rimini.

Il Progetto sta coinvolgendo tre reparti di ortopedia sul territorio nazionale: l'ospedale di Monfalcone in Friuli Venezia Giulia, l'ospedale di Jesi nelle Marche e l'ospedale Vallo della Lucania in Campania. Finora hanno partecipato all'esperienza circa 3500 pazienti e altrettanti familiari. "Le "classi" sono infatti aperte anche ai parenti di chi sarà sottoposto all'intervento, perché sappiamo quanto il supporto familiare sia importante per affrontare nel modo migliore l'operazione e per una ripresa più rapida possibile, dopo - spiega Nicola Pace, co-presidente del Congresso e coordinatore del progetto - I pazienti arrivano in ospedale pieni di speranza, spesso con un bagaglio di informazioni frammentarie e talvolta inesatte. Per questo abbiamo pensato che mettere a disposizione dei candidati ad artroplastica una "scuola" in cui imparare in modo corretto tutto ciò che è davvero importante sapere potesse migliorare il rapporto medico-paziente e in ultima analisi avere un effetto positivo anche sull'esito dell'operazione. Una buona collaborazione e comprensione fra medici e pazienti è infatti fondamentale per facilitare tutto il percorso terapeutico, dagli esami preparatori fino alla dimissione". Il Progetto prevede incontri che si tengono due volte al mese, della durata di circa tre ore, a cui partecipano i pazienti che stanno per essere operati: in media si tratta ogni volta di 25-30 persone accompagnate da altrettanti familiari. "Proiettiamo diapositive e filmati, illustriamo tutti i passaggi del percorso terapeutico - informa Pace - Il personale spiega perché viene scelta una tipologia di anestesia invece che un'altra, perché occorre un catetere o si debba essere trasportati da un letto a un altro, quando potranno stare seduti, quando in piedi. L'esperienza si sta rivelando molto positiva: abbiamo osservato un miglioramento nella professionalità e preparazione degli operatori sanitari coinvolti e soprattutto una grande collaborazione dei pazienti, che mostrano di comprendere bene ciò che gli viene spiegato e di affrontare perciò al meglio l'intervento e le fasi successive, con maggior sicurezza e tranquillità. Tutto ciò ha effetti positivi sia per la riduzione delle spese sanitarie che, soprattutto, per la diminuzione del trauma psico-sociale legato all'intervento. Sempre piu' italiani in piedi grazie alle protesi (sono oltre 80 mila l'anno) e cresce anche il numero di quelli giovani, sotto i 30 anni, che hanno bisogno di sostituire un'anca o un ginocchio. Le ultime stime parlano circa 3500 casi di età addirittura inferiore ai 30 anni, 7000 fra i 30 e i 40 e circa 21.000 interventi vengono eseguiti fra i 40 e i 50 anni; altre 50mila protesi sono impiantate a pazienti fra 50 e 60 anni, 70mila in 60-70enni. ''Di fatto un paziente su cinque oggi ha meno di 50 anni- spiega Nicola Pace, co-presidente del Congresso Nazionale della Società Italiana di Ortopedia e Traumatologia, in corso a Rimini - uno su due non arriva ai 60, il 90 per cento ha comunque meno di 70 anni, un'età oggi non più considerata estremamente avanzata, grazie all'allungamento dell'aspettativa di vita''. Un tempo tutte le protesi erano lunghe 16-18 centimetri e richiedevano interventi che toglievano una grossa quantità di osso del femore. Oggi si inseriscono protesi dai 4.5 ai 5.5 centimetri, risparmiando una notevole quantità di materiale osseo del paziente. Un intervento "dolce" che nei giovani è fondamentale, perché lascia maggiori margini per intervenire con successo anche una seconda volta, se dovesse rendersi necessaria la sostituzione della protesi" conclude l'esperto.

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