Reumatismi in crescita, ma in Italia la cura è 'old style'

Redazione DottNet | 15/10/2008 17:05

Cinque milioni di italiani, quasi uno su 10, soffrono di malattie reumatiche. Un problema in crescita in una società che invecchia, complici fattori di rischio sempre più diffusi come vita sedentaria, sovrappeso e obesità. Ma a dispetto della 'modernità' di questi disturbi - spesso peggiorati dall'uso frenetico di pc, mouse, sms e da altre abitudini figlie delle nuove tecnologie - nella Penisola la terapia delle patologie reumatiche è ancora 'old style'.
 

Dati OsMed (Osservatorio nazionale sull'impiego dei medicinali) alla mano, infatti, "nel 2007 si registravano ancora 5 milioni di confezioni vendute in un mese per i farmaci antinfiammatori tradizionali non steroidei (Fans), almeno un milione e mezzo di confezioni di nimesulide e poche centinaia di migliaia di confezioni di antinfiammatori di moderna generazione, quelli chiamati Coxib".
A fare il confronto è Ovidio Brignoli, vice presidente della Società italiana di medicina generale (Simg), intervenuto oggi a Milano a un incontro promosso da Merck Sharp & Dohme (Msd) per fare il punto sul rapporto rischi-benefici degli antinfiammatori vecchi e nuovi. Focalizzando l'attenzione soprattutto sui Coxib (in gergo tecnico inibitori selettivi dell'enzima Cox-2), dopo la bufera che tra il 2004 e il 2005 ha travolto il settore sulla scia dello 'scandalo Vioxx*'. E' infatti recente il pronunciamento del comitato tecnico Chmp dell'agenzia regolatoria europea EMEA, che ha completato la revisione dell'etoricoxib (Arcoxia*) per il trattamento dell'artrite reumatoide e della spondilite anchilosante, concludendo che se l'impiego del medicinale è attento e controllato i benefici della terapia superano i rischi di cardiovascolari. Il messaggio generale, sintetizzano gli esperti, è che lungi dal demonizzare un prodotto piuttosto che un altro, contro l'emergenza patologie reumatiche "il futuro del trattamento farmacologico è una terapia personalizzata.
Ossia scelta su misura in base al profilo di rischio del singolo paziente".

 

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