Fazio, non c’è carenza di medici. Marino: troppi camici bianchi in pensione, è una strategia per indebolire la sanità pubblica. Inpdap: oltre 4000 le fuoriuscite dal settore. Che cosa ne pensate?

Redazione DottNet | 08/11/2011 00:25

''Sappiamo che molti medici stanno andando in pensione ma, comunque, non soffriremo di alcuna carenza''. Cosi' il ministro della Salute, Ferruccio Fazio, a margine della seconda conferenza nazionale sulla ricerca sanitaria, a Cernobbio. ''L'Italia parte infatti da un livello di medici superiore a quello della Media Ocse - spiega -, abbiamo dunque calcolato che con i 10 mila studenti che ogni anno entrano nella facolta' di medicina dovremmo essere in grado di tenere e non soffrire di carenza''.

Fazio ha precisato che nel piano sanitario nazionale e' stato segnalato che ''ci sara' una riduzione di medici nei prossimi anni - conclude - che pero' non significhera' una carenza, perche' l'Italia e' sopra la media Ocse''."Il dato sui pensionamenti dei medici non e' una sorpresa e si ricollega al progetto scientificamente studiato di indebolimento della sanita' pubblica a favore di quella privata". Questa la risposta di Ignazio Marino, presidente della commissione d'inchiesta del Senato sul Ssn, su quanto detto dal ministro della Salute Fazio a proposito dei pensionamenti dei medici. "E' tutto legato - spiega Marino - a quanto fatto strategicamente dal Governo nei confronti della sanita' pubblica: chi lavora nel sistema pubblico e' stato penalizzato in vario modo a cominciare dal ritardo nel rilascio del tfr, che sono soldi accumulati dal lavoratore, fino alla ulteriore tassazione per chi ha un reddito sopra i 90 mila euro e al blocco del turn over che ha messo alcuni specialisti in grave difficoltà. Immaginiamo una terapia intensiva che abbia un 10-15% di personale che va in pensione e non viene sostituito con assunzioni: questo vuol dire che ci sara' un 10-15% di carico di lavoro in piu' in termini di guardie e turni per chi continua a lavorare". Ma vediamo i dati: nel 2010 oltre quattromila medici che lavoravano nelle strutture pubbliche hanno appeso il camice al chiodo e sono andati in pensione. È quanto risulta dalle tabelle dell'Inpdap. I medici in fuga, per l'esattezza, sarebbero 4.144, di cui 3.337 uomini e 807 donne. Un vero boom di uscite, se si considera che nel biennio precedente (2008-2009) il numero dei pensionamenti tra i medici si era sempre mantenuto stabile intorno ai 2.700 l'anno. Il dato, già di per sé clamoroso, assume una rilevanza maggiore anche per la sua distribuzione omogenea in tutte le regioni. I dati Inpdap dimostrano infatti che, con la sola eccezione della Valle d'Aosta, l'impennata si è registrata in tutte le regioni. A spiegare le dimensioni di questo "esodo", che in prospettiva fa temere per una carenza di medici, sono diversi elementi. Il fatto, però, che la fuga si sia concentrata nell'arco degli ultimi 12 mesi tira in ballo le scelte del governo negli ultimi anni, spesso denunciate dai sindacati di categoria: contratto bloccato, retribuzione congelata, nuove norme penalizzanti sulle pensioni. E ancora, il blocco del turnover che porta a turni sempre più pesanti e l'assegnazione di compiti "burocratici" sempre più ingombrante. Che sia questo clima a giocare un ruolo decisivo nella fuga dagli ospedali è confermato dai principali sindacati di settore, Anaao Assomed e Fp Cgil medici. Per il segretario nazionale dell'Anaao, Costantino Troise, le "condizioni  di lavoro più gravose e più rischiose, anche per l'aumentare del contenzioso medico-legale, spingono i medici del sistema sanitario nazionale ad abbandonare il posto di lavoro all'età di 61-62 anni, o anche prima se la situazione previdenziale lo consente". Dello stesso avviso il segretario nazionale della Cgil medici, Massimo Cozza: "Questi dati sono la prova del disagio e del malessere che c'è nella categoria, continuamente attaccata. E allora per molti l'unica via di uscita è la pensione". Secondo il presidente nazionale del Cimo, Riccardo Cassi, "è arrivato il momento di cambiare lo stato giuridico della professione, per restituire al medico un ruolo centrale nel sistema sanitario, di modificare la formazione e l'accesso al servizio, di ricreare una carriera professionale e meritocratica, di adeguare la responsabilità e la colpa professionale alla nuova realtà sociale". "La politica - aggiunge Cassi - fino ad oggi non ha risposto o ha risposto in modo sbagliato, come con il Ddl sul governo clinico; da oggi, a fronte di questa fuga in massa dal servizio pubblico, il recupero della professione medica entra con forza tra le riforme delle quali il nostro Paese ha bisogno con urgenza

 

 

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