Temi basilari di salute. Omeopatia Hahnemanniana: Medicina Integrata

Fulvio Toso | 20/12/2011 10:49

(Non dovremmo impiegare il termine “classico”,perché questa parola è recente, ma piuttosto “Omeopatia  hahnemanniana”, vale a dire “Omeopatia basata sui principi su cui Hahnemann fondò l’Omeopatia)

(Medicina integrata cioè che considera l’essere umano come“un tutt’uno integrato” che agisce sempre attraverso distinti livelli:mentale,emozionale,fisico i quali  sono interdipendenti e non frammentati in parti separate. Se consideriamo l’individuo come una totalità, è chiaro che lo squilibrio, di uno di questi livelli, disturberà l’intero individuo a tutti i livelli dell’esistenza di vario grado).

L’Omeopatia è stata fondata dal medico tedesco Samuel Christian Hahnemann (1755-1843). Il termine Omeopatia deriva dalle parole greche “omoios” e pathos”. L’intero sistema si basa sul principio che la terapia di una malattia si ottiene con sostanze che hanno la possibilità di provocare, in un organismo sano, sintomi molto simili, “un omoios pathos”, a quelli della malattia che devono curare. Questo principio terapeutico fu enunciato da Hahnemann con il termine latino “similia similibus curentur” cioè: “i simili vengano curati con i simili”. L’idea fu descritta inizialmente da Ippocrate e ripresa successivamente da altri medici, come Paracelso.

 Il principio sul quale è basata l’Omeopatia è il seguente: ogni sintomo che sviluppa l’organismo è espressione del sistema di difesa dell’organismo stesso e del suo sforzo di affrontare il disturbo. L’intera sintomatologia, quindi, non è nient’altro che espressione dell’intera difesa che l’organismo mette in moto. Se, di conseguenza, somministriamo ad un paziente un medicamento che può sviluppare una sintomatologia analoga, in sostanza gli rinforziamo questo suo sforzo di difesa. Si tratta dunque di liberare l’energia contenuta nella sostanza (ogni sostanza, come è ampiamente noto, ha un proprio campo elettromagnetico) in modo che sia più disponibile all’interazione con il piano dinamico dell’organismo.

    Per studiare le caratteristiche delle sostanze farmaceutiche, Hahnemann suggerì la sperimentazione (proving) di tali sostanze su persone sane di entrambi i sessi, con posologie progressivamente più alte, però non oltre i livelli di ipotossicità. Inoltre, prese in considerazione anche i sintomi che fino ad allora erano stati provocati da dosi tossiche delle sostanze farmaceutiche. Le manifestazioni della reazione alle sostanze farmaceutiche su organismi sani, che derivano dal metodo succitato, furono riportati con estrema accuratezza e formarono un’opera di molti volumi della farmacologia omeopatica chiamata “Materia Medica”.

Alcuni dei più importanti principi dell’Omeopatia, che completano la Legge dei Simili, sono:

- Non esistono malattie, bensì malati. Quindi la terapia deve avere come fine la guarigione dell’intero organismo e non solo della malattia di per sé.

- Il medicamento che è indicato per un determinato paziente deve combaciare non solo con la sintomatologia della malattia, ma anche con tutti i sintomi generali del paziente, compresi quelli mentali ed emozionali In un caso di colite ad es. si devono prendere in considerazione anche il tipo di ansia, la frettolosità oppure l’irritabilità del carattere del paziente etc. per somministrare il farmaco adatto a questo  tipo di paziente.

- La dose necessaria del medicamento per ottenere la terapia sotto questi principi è una dose infinitesimale.

- I sintomi della malattia, durante l’inizio della terapia, presentano un aumento della loro intensità (aggravamento terapeutico) e successivamente scompaiano in senso contrario alla loro comparsa.

Gli omeopati sostengono che la reale causa di malattia non è dovuta all’attacco dell’organismo da parte di un agente patogeno, bensi è dovuto ad una debolezza intrinseca del meccanismo di difesa dell’organismo che diminuisce la capacità di affrontare e di neutralizzare il fattore nocivo. Di conseguenza tramite la medicina omeopatica viene rinforzato il meccanismo di difesa dell’organismo in modo che possa neutralizzare l’agente patogeno.

Rinforzando il meccanismo di difesa, gli omeopati constatano che contribuiscono in modo più efficace al ristabilimento della salute.

Molti medici credono che i risultati ottenuti dagli omeopati non sono nient’altro che effetto placebo.

Gli omeopati tuttavia hanno i loro migliori risultati in casi pediatrici e anche veterinari. In tutti questi casi l’autosuggestione è evidentemente difficile.

1)    Prima di rispondere al contenuto del titolo, vorrei citare delle testimonianze ricavate dal volume”Yoyage dans la pensèe mèdicale”: 1300 pagine; 200 referenze; 200 autori provenienti dalle discipline più diverse che operano sotto la direzione di Dominique Lecourt, professore di filosofia all’Università di Paris VII. Una premessa rapida. “Sostiene che la medicina occidentale soffre oggi una delle più gravi crisi della sua giovane storia è appena un  eufemismo”:cosi comincia il servizio di Jean-Yves Nau. Segue una dettagliata analisi delle cause:galvanizzata da “una biologia trionfante”, è apparsa incapace di gestire le conseguenze dei grandi progressi realizzati nella seconda metà del secolo passato. “L’attuale sfiducia – traduco alla lettera - è dovuta in gran parte alla onnipotenza annunciata dalla genetica come alla emergenza di una medicina che andando oltre l’atto del curare e del guarire, si sente autorizzata a predire i mali che colpiranno l’uomo nel futuro”. Cosi inizia il viaggio nel pensiero medico e si conclude nella esortazione di Lecourt – ripeto le sue parole – “Una tale cultura, precisa, dovrebbe sicuramente essere oggi quella dei medici e degli studenti di medicina”. Commento dell’articolista:”vuol dire che essa non lo fu mai?”. La verità è, sostiene Lecoutr, che “la medicina è stata portata ai vertici dalla filosofia del progresso che ha dominato fino a ieri il pensiero occidentale moderno. Essa sembrava accreditare l’idea che, al di là di ogni contestazione, gli sviluppi della conoscenza dovessero tradursi immancabilmente nel benessere di una quota crescente di popolazione”.

 

Ma sfortunatamente “la filosofia del progresso non gode più oggi dello stesso favore. La medicina ha la sua parte di responsabilità e ne subisce ora  il contraccolpo”.

Medicina Ufficiale e Omeopatia hahnemanniana: possibilità di compatibilità tra   due diversi modelli e ipotesi di lineamenti per la ricerca clinica comparata

 

Ho citato questo episodio solo perché testimonia come una ragione forte del diffondersi dello stato di disagio nei confronti delle istituzioni sanitarie è costituita dal lamentato isolamento della medicina, un isolamento forse “splendido” nella fase delle grandi conquiste delle scienze biologiche, ma che viene appannandosi in tempi più recenti.

2)  Detto questo, vi ricordo che è ancora in corso l’iter parlamentare per il riconoscimento legislativo di medicine “altre”, altre rispetto alla medicina ufficiale. Aggiungo che sono stati già approvati i primi articoli dello schema di legge e che questi articoli fanno specifico riferimento ad indirizzi medici che vengono denominati “non convenzionali”.

 Questo termine “non convenzionali” non appariva in una precedente stesura dello schema di legge che definiva tali medicine”complementari”. La differenza, per quanto ci riguarda, è sostanziale. L’idea di medicine “complementari” mantiene implicitamente la centralità della medicina ufficiale e assume le “altre” medicine o indirizzi medici come eventualmente integrativi, ferma restando la rilevanza primaria della medicina ufficiale.

 Il termine “non convenzionali” incrina la segnalata centralità e pone il problema non eludibile né rinviabile, per la medicina ufficiale, di compiere una valutazione, se posso dire, comparativa con le medicine “altre” allo scopo di vedere se e fin dove tali medicine possono considerarsi alternative e/o sostitutive rispetto ai canoni della medicina ufficiale. Che spetti alla medicina ufficiale questo compito è del tutto comprensibile perché in fondo esso è richiamato dalla stessa struttura del sistema sanitario. Basti considerare che il riconoscimento delle medicine non convenzionali non sembra accompagnarsi con una revisione di tale sistema. E’ perciò a partire dal sistema sanitario come è che vanno avviati i confronti anche per proporre se del caso modifiche istituzionali.

Può sembrare una questione di rilievo secondario, in realtà è decisiva quando si affronti il problema della praticabilità sociale delle medicine “altre” o della regolazione degli accessi a tali medicine, tenendo conto che ciò che sto chiamando “regolazione” degli accessi” non è solo o semplicemente un dato organizzativo, ma coinvolge la formazione culturale della utenza, la capacità di scelta tra mezzi terapeutici differenti una volta che se ne sia verificata l’affidabilità.

Tra gli indirizzi medici che trovano legittimità legislativa ne compare uno che si differenzia dagli altri, ed è per appunto l’omeopatia Hahnemanniana, perché esso esibisce una visione dell’organismo, una concezione delle condizioni che regolano la salute, perfino una filosofia della vita che identificano un ordine o un sistema globale con comparabile o non immediatamente comparabile con gli orientamenti che connotano la medicina ufficiale. Non è a caso che l’omeopatia consideri la medicina ufficiale come allopatica(allopatia:identifica la malattia nei sintomi della malattia stessa. Di conseguenza, somministra all’organismo dei fermaci, detti sintomatici, che cercano di eliminare i sintomi dall’organismo( da qui il nome, deriva dal greco allos=diverso/pathos=malattia). La somministrazione di questi farmaci porta all’eliminazione dei sintomi ma non la malattia in quanto tale:spesso non si ottiene una reale guarigione), fermando in tal modo una differenza, almeno in apparenza, irriducibile. Se questa differenza sussiste e il modo in cui sussiste , non di valutazioni teoriche peraltro difficilmente conciliabili, ma attraverso osservazioni empiriche clinicamente fondate: è precisamentesu questo punto che si concentrano le osservazioni che dovrebbero scaturire dalle indagini.

Questa, dunque, di avviare un confronto è una ragione occasionale.

3)  Torno al tema e aggiungo la linea in questa prospettiva.

Anzitutto non si può dare per scontata la disponibilità della medicina ufficiale ad aprirsi al confronto con la medicina omeopatica. Il punto da chiarire è anzitutto se sussistono le condizioni di questa apertura, e come e da che, nel caso si tenga che sussistano, sarebbero motivate. Oltre tutto le disponibilità non possono essere previste o dedotte, vanno se mai verificate sul campo. E’ possibile, questo si, differenze ed affinità registrare somiglianze e divergenze ed in base ad esse ipotizzare aperture  possibili al confronto, ossia intravedere linee di comunicazione in grado avvicinare mondi – di  culture, di idee, di pratiche – diverse e per molti aspetti lontani.

A differenza che in altri campi, in questo della medicina ufficiale gioca un fattore decisivo: l’intrasferibilità, se posso dire, delle responsabilità. Il punto è piuttosto:possono i convincimenti sulla gestione della malattia raggiungere lo stadio di certezze inoppugnabili, ossia una condizione di certezza che sfugga ad ogni dubbio e si sottragga a ogni rilievo critico? Da un lato il poderoso sviluppo tecnologico supporta questa certezza, ma nello stesso tempo la incrina non fosse che per il mutamento di scenario conseguente appunto alle innovazioni che tale sviluppo comporta. Sempre dunque queste certezze sono a dir poco problematiche.

4)  Ora mi proverò a dimostrare che il problema non è tanto di verificare le condizioni della compatibilità, quanto di riflettere su alcuni aspetti direi sintomatici dei potenziali evolutivi della medicina ufficiale. E’ all’interno di queste potenzialità che può, se mai, essere colta la disponibilità a riscontri con medicine alternative o con procedure terapeutiche che prescindano da specifiche culture organiche. Ma, oltre le intenzioni, c’è comunque un problema obbiettivo di compatibilità da intendersi come attitudine da parte delle due medicine,ufficiale e omeopatica Hahnemanniana, ad interagire tra loro, ossia il problema delle soglie di accettazione di apporti che richiamano rispettivamente concezioni diverse della organizzazione del sistema – soggetto e del rapporto salute – malattia. In termini operativi questo problema si traduce nella ricerca di moduli che armonizzino istanze di origini diverse e rendano più agevole l’accesso a livelli più elevati di benessere.

Guardando alle direzioni del processo emergono tendenze che aiutano a capire come si orientano i potenziali evolutici. Mi limito a segnalare due tendenze: a) una orientata a privilegiare le cause rispetto ai sintomi, e b) l’altra a contenere gli effetti negativi degli interventi terapeutici riducendo soprattutto i tassi di tossicità del farmaco.

5)  Vengo al sintomo. Le distanze nella lettura del sintomo si contraggono: non è che da parte della medicina tradizionale cresca il livello di attenzione al sintomo, accade piuttosto che muta la valutazione del suo ruolo sia nel quadro della eziogenesi dell’evento patologico, sia nella impostazione del progetto terapeutico. E ciò lascia intravedere un itinerario che deborda di quel tanto il rapporto esclusivo di causazione diretta della malattia e investe più compiutamente l’organismo come totalità: ma se il rapporto sintomo – malattia supera lo stadio della causazione diretta a circolo chiuso, si apre un ampio ventaglio in cui ciò che chiamiamo causa è solo un momento di una concatenazione di sinergie che coinvolgono l’intero sistema – soggetto. Si fa strada insomma la trasformazione di questo  rapporto in un sistema di con-causa, indipendentemente dal diverso peso delle singole variabili nelle differenti fenomenologie patologiche. Ciò che chiamiamo causa si rivela allora il momento critico delle interconnessioni dell’insieme delle sinergie. E questo vuol dire anche andare oltre la logica dell’imputazione esclusiva a determinare variabili- microbo, batteri, virus o che altro – e forme patogene come categoria strategica nella interpretazione e nel trattamento di tali forme. Donde il problema,primario,della individualizzazione degli interventi terapeutici, che, come è noto, è un postulato imprescindibile del pensiero omeopatico. E’ chiaro, rilevo per inciso, che allargando la prospettiva il problema delle variabili che influenzano la segnalata suscettibilità variabili che coinvolgono ovviamente l’intera ecologia, fisica sociale culturale, in cui è collocato il soggetto.

6)  Certo, la medicina ufficiale è molto lontana dall’idea di organismo come campo energetico che è alla base del pensiero omeopatico. Ma non tanto lontano da impedire possibili, anche se ancora deboli,rimandi: l’idea delle interazioni dinamiche che investono come tali l’intero impianto del soggetto, ossia l’orientamento al rifiuto della malattia come evento isolato, scisso dall’equilibrio totale dell’organismo, intanto de-reifica l’evento morboso, lo de-reifica proprio in quanto lo inscrive nell’intero contesto della realtà del soggetto come espressione di uno stato di squilibrio il cui recupero esige forme di riaggiustamento a livello globale.

Ma come si attingeil livello globale? Questo è un problema che segna differenze non irrilevanti. Differenze, tuttavia, che possono quanto meno contrarsi se si riesce a prendere atto che esse sono spesso influenzate da suggestioni dettate da matrici ideologiche, o da prese di posizione che testimoniano prospettive meta–empiriche o decisioni teoriche non controllabili.

Dunque: il livello globale è notoriamente assunto nella medicina ufficiale in termini di interazione tra stadi diversi: fisico,mentale,emotivo. I modi di interazione e le implicazioni ch vi sono connesse ubbidiscono a una logica che mantiene la distinzione non fosse che per esplorare la direzione e gli esiti dei flussi. Ma la risposta al problema come di fatto questa logica si declina e l’incidenza reciproca tra i vari stadi non va oltre costrutti ipotetici, sfugge a puntuali riscontri empirici. Vediamo allaomeopatia: la distinzione non scompare, ma le differenze non concernono tanto stadi quanto modalità espressive, che a loro volta – sembra, ma a ben vedere, non è un paradosso – non si offrono in orizzontale, ma in verticale, ossia secondo un ordine gerarchico che vede in cima il piano mentale ma in un disegno caratterizzato, se posso dire, da variazioni modali e di intensità delle correnti elettro-magnetiche.

E’ difficile proporsi il problema delle compatibilità se non si riesce a enucleare dai diversi quadri concettuali quanto vi è di residuale in termini di abitudini mentali culturalmente condizionate, se non ci interroghiamo sul perché dei convincimenti che regolano la nostra routine, se non problematizziamo ciò che si rivela di immediata e cogente evidenza, in una parola, se non  mettiamo in discussione le nostre certezze.

Che segnare le differenze sia più agevole che cogliere le affinità è perfino banale. Questo vale sempre; nel caso della medicina la questione è più complessa. Se ci poniamo il problema  della compatibilità non si tratta semplicemente di scegliere tra differenze ad affinità e regolarsi in conseguenza, ma di prefigurare percorsi in cui differenze e affinità si compongono dando vita a modelli di intervento che assecondino, se posso dire, le vocazioni specifiche che sono espresse  dal sistema-organismo.

7)  Vengo alla seconda tendenza. L’attenzione crescente agli effetti negativi dei farmaci, soprattutto alle implicazioni tossiche, è qualcosa di più di una mera linea di ottimizzazione terapeutica. Segna una impostazione del rapporto con la malattia in cui l’evento morboso è assunto come il segno di un disagio che investe il soggetto nella sua totalità e in conseguenza il trattamento viene inquadrato guardando al complesso delle reazioni e, si deve aggiungere, delle attese e delle potenzialità dell’organismo. Per certi aspetti è una svolta tesa a superare radicalmente quel processo che oserei definire monocratico per la centralità e la dominanza attribuite all’evento morboso e la conseguente lamentata tendenza alla sua reificazione.

E’ superfluo sottolineare come questa linea di tendenza abbia un riscontro forte con una istanza direi fondativa della omeopatia: dico fondativa non a caso, perché il rifiuto della medicina ufficiale nasce dal bisogno di liberare le tecniche di guarigione dalla grossolanità di espedienti in voga  all’epoca che non andavano oltre il tentativo di neutralizzare l’evento morboso, isolandolo dal contesto, con interventi violenti ed invasivi. Non sto dicendo che la medicina ufficiale si stia convertendo al credo omeopatico, ma solo che su questo terreno emergono coincidenze non irrilevanti. Ed è su queste coincidenze che dobbiamo riflettere se vogliamo avviare buon discorso organico sulle compatibilità.

8)  Certo , può capitare di chiedersi: ma perché poi impegnarsi in una indagine tesa a verificare possibili convergenze ed eventualmente a favorirle? Perché rischiare di rinunciare alla autonomia dello statuto della medicina ufficiale in cerca di nuovi approdi che possono peraltro rivelarsi illusori? In fondo sono queste le domande che ci stiamo ponendo: ma la risposta, a ben vedere, viene di dentro,viene dalla circostanza che il sapere medico è come dianzi, costantemente soggetto a revisioni, a ripensamenti, a mutamenti di rotta. L’eziogenesi del evento morboso percorre itinerari le cui direzioni cambiano via via che la ricerca e la sperimentazione clinica offrono nuovi dati conoscitivi, che a loro volta incidono sulle scelte terapeutiche. L’ultima stagione della medicina è segnata da successi straordinari, a cui fanno seguito dubbi, incertezze, delusioni, se non proprio battute d’arresto. Per fare un solo esempio, la batteriologia, innestata nella forma moderna da Louis Pasteur, sembrava in grado di svelare in modo radicale, esauriente, le origini dell’evento morboso rafforzando, se posso dire, una concezione materialista o meccanicista che assecondava il disegno della fisica e della cosmologia newtoniana. Ma restava e resta sempre  quanto meno il problema della specificità individuale della risposta all’attacco del microbo, a parte da un lato l’incidenza delle variabili ambientali, dall’altro la peculiarità irrelativa del vissuto soggettivo: resta sempre, voglio dire, accanto al problema della malattia, il problema del malato, della identità del malato, del modo e del mondo in cui emerge e in cui il malato gestisce la sua malattia.

9)  Ho tentato solo di capire quali ragioni suggeriscono una eventuale marcia di avvicinamento e quali tipi di difficoltà sono prevedibili. Mi rendo conto piuttosto che la competenza di orientamenti diversi è un dato intrinsecamente positivo: sempre il confronto stimolando la competizione produce ricchezza informativa e cresce il livello critico. Lo dico anche se mantengo il convincimento che la medicina va declinata al singolare e non aplurale. Non c’è contraddizione tra le due cose o, se c’è, è solo apparente. Ilsingolare vale come linea di tendenza, come impegno, come tensione verso: richiama la unicità dell’obbiettivo che si chiama salute. E la salute è la qualità globale della vita, è armonia nell’organizzazione del pulviscolo delle esperienze, è, se mi si passa la frase, diversificata irripetibilità. Il plurale attiene le procedure, le modalità quantitative con cui si prefigura l’accesso a condizioni plausibili accattabili di equilibrio e che rifluiscono in conseguenze nell’obiettivo unico che si chiama salute. Proprio nel passaggio della medicina dal singolare al plurale sono componibili e armonizzabili orientamenti e stili diversi. Non c’è dubbio che la differenza più forte e soprattutto di maggior rilievo è costituita dal diverso tipo di concettualizzazione della rimozione dell’evento morboso. Qui le distanze hanno una evidenza immediata: il diverso e il simile identificano a questo livello, rispettivamente, due alternative: azione dall’esterno e/o azione dall’interno; intervento diretto sul processo morboso, e/o intervento indiretto teso ad attivare le difese endogene alle quali si demanda la funzione di ristabilire l’equilibrio. Due alternative o due approcci. La seconda alternativa – se il sistema delle garanzie fosse pari – assecondando, se si può dire, il processo di natura(con tutte le ambiguità e i fraintendimenti che gravano su questo termine) riabilita l’attitudine dell’organismo ad auto – correggersi, a recuperare la rotta.

 

10)  Ma bisogna abbassare il livello di astrazione. Intanto, appunto, ho detto, credo a ragione, se il sistema delle garanzie fosse pari: e notoriamente non lo è. Non solo bisogna saperne di più sui meccanismi che attivano le difese ma le stesse nozioni di interno e di esterno non vanno oltre la descrizione di tendenze, di orientamenti preferenziali, non propriamente o esaurientemente di processi reali. I due modelli – bio-chimico: medicina ufficiale; bio – energetico: medicina omeopatica, non sono, per cosi dire, modelli puri, esclusivi, alludono  mai a combinazioni diverse della variabilità che entrano in campo, a cominciare da quelle chimico – molecolari.

11)    Attribuendo alla medicina ufficiale il modulo bio – chimico e ala omeopatia il modello bio – energetico, non è che ho inteso eliminare il fattore energetico dalla medicina ufficiale, e il fattore chimico della medicina omeopatica. A prescindere dal diverso peso delle due variabili, energetica e chimica, nei rispettivi contesti, esse sono entrambe compresenti: la reazione chimica è ovviamente un processo energetico, come il flusso energetico si attiva nella reazione chimica e attiva la reazione chimica.

Nell’ottica della medicina ufficiale – richiamano l’approfondimento dello status energetico dell’organismo risponde oramai a una istanza non più eludibile o rinviabile: un indagine, oso credere, che non ha costi biologici o ha costi minimi, può solo offrire indicazioni per la messa  a punto di terapie non solo dolci non invasive, ma addirittura globali: asseconderebbe quell’istanza di equilibrio sulla quale si fonda l’idea di salute, non fosse che per la pervasività del coinvolgimento della totalità dei processi.

Che la prospettiva campo energetico abbia una ricaduta non irrilevante sul piano delle scelte terapeutiche non credo possa essere messo in dubbio: il problema continua ad essere come controllare il campo energetico. Sono convinto che se non si affronta questo nodo il rischio che il confronto, si svolga nelle periferie e risulti di fatto improficuo non è solo una congettura. Dopo tutto le procedure terapeutiche non sono mere scelte tattiche, conseguono a puntuali quadri valutativi del sistema dinamico dell’organismo. La nozione di campo energetico non solo mette in discussione l’eziogenesi dei processi, configura soprattutto una prospettiva che rimescola il gioco delle interferenze tra i vari livelli, modifica il quadrante che segna i tempi biologici. Si impone un tipo di indagini che richiede anzitutto la costruzione di una teoria metodologica in grado di integrare apporti di vari versanti, dalle scienze fisiche a quelli biologiche, attraversando l’esperienza tipica della ricerca clinica non fosse che per i risvolti che la patologia è in grado di offrire. Ed anche perché è solo sul campo che vanno disegnate e via via aggiustare coerenti linee ermeneutiche.

12)     Sto cercando di dimostrare che prima di verificare le compatibilità occorre descrivere i connotati del diverso, vedere fin dove e come il diverso è realmente diverso e fin dove il diverso è solo l’esito di usi semantici artificiosi delle nozioni di cui ci serviamo nel concettualizzare scenari conoscitivi di grande quadro. Non intendo con questo minimizzare le differenze, ma solo mettere in guardia dal rischio di irrigidirle in schemi chiusi non comunicanti.

 

Questa, a me pare, è la via da percorrere; lungo  questa via si andrà fatalmente scoprendo che le somiglianze prevalgono sulle dissomiglianze, ma soprattutto – questo è il punto forte – che somiglianze e dissomiglianze sono anche l’esito di architetture orientate, di assunti teorici i cui riscontri non sono, non possono essere, mai esauriti.

Tutto ciò alla fine ci viene a dire – consentitemi questa divagazione – che se assumiamo la “medicina” come un tutto concluso, come un ambito segnato da confini certi, si dovrà sempre distinguere e a un tempo associare due linee di accostamento: un a interna tesa ad esplorare i percorsi che si snodano in tale ambito, una esterna tesa a collocare nel più ampio universo dei valori saputi le dimensioni specifiche dell’area coperta da ciò che conveniamo di chiamare medicina. Linee che non vanno tenute separate, ma che devono poter comunicare e interagire tra loro non fosse che per evitare il rischio di una medicina al plurale che indebolirebbe i sistemi terapeutici. Senza dire che l’isolamento del sapere medico, o la pretesa della sua esaurienza rischiano di rompere la continuità dell’evento vita, o di attribuire alla malattia uno statuto autonomo dissociandolo dal contesto in cui insorge e rispetto al quale si costituisce come una emergenza che chiede di dissolversi.

13)    Vorrei concludere questa breve nota con un’osservazione. Nessuno può mettere in dubbio che la “medicina” goda di un suo autonomo statuto: ma per ogni statuto, quindi anche per quello della medicina, si pone il problema della sua legittimazione. La tendenza alla auto-legittimazione anche se risponde a criteri di sicurezza, ed asseconda un piano di garanzie, segna sempre un punto a sfavore: all’intrinseca problematicità delle scelte non si può sostituire la inflessibile durezza dell’impatto tecnologico con il rischio di reificare ciò che per natura è mobile e creativo, sfuggente a etero–definizioni. Ma è proprio nello statuto della medicina l’orientamento al confronto continuo, la messa in discussione dei propri paradigmi, l’attitudine a  verificarsi aprendosi ad esperienze altre saggiando, se posso dire, ildiverso attraverso l’analisi del simile.

         

Sono neccesarie entrambe le due metodiche terapeutiche?

Certamente, lo sono. Qui devo dire che c`è stato un malinteso in relazione coi limiti terapeutici di ognuno dei  due metodi. Questo è avvenuto per molti motivi ma principalmente a causa del tentativo degli omeopati di passare il messaggio di un nuovo approccio terapeutico, per il quale ingrandiscono i risultati terapeutici creando in questo modo maggiore impressioni sull`opinione pubblica. Ma anche per un altro motivo che io ritengo molto più serio. Poichè attualmente il quadro dell`esercizio del omeopatia è più o meno poco definito, permette a molti di approfittarne per interessi personali, promettendo di curare tutte le malattie.

Il grande malinteso che c`è stato fin ad oggi è dovuto al fatto che le due parti non sono arrivate ad ottenere un reale e sostanziale comunicazione tra di loro. Questo ha come risultato l`incomprensione tra le due parti e l`incapacità di capire che un metodo terapeutico non può entrare nel campo dell` altro e di conseguenza questi due metodi terapeutici in realtà si completano e non sono in antagonismo.

L`omeopatia interviene là dove la medicina convenzionale non può offrire quasi nulla, cioè all`inizio della malattia, quando il disturbo ha ancora solamente carattere funzionale. A questo punto quando l`omeopatia interviene col farmaco giusto blocca il successivo sviluppo della malattia. Di conseguenza possiamo dire che l`omeopatia ha la caratteristica di essere principalmente una medicina preventiva.

Formazione   

 Il problema è che non esiste ancora la possibilità che i medici imparino l` omeopatia in un modo giusto e completo,perché attualmente il quadro dell’esercizio dell’omeopatia è più o meno poco definito e il campo è offuscato e ciascuno fa quello che ritiene meglio. Purtroppo nemmeno gli omeopati stessi non sono sicuri delle possibilità terapeutiche dell`omeopatia. Cosi molte volte sopravvalutano la loro capacità terapeutica e altre volte finiscono per somministrare farmaci chimici là dove avrebbero potuto dare soluzione con l`omeopatia se avessero avuto la preparazione adeguata.

Quello che è importante è che i pazienti devono rivolgersi al medico omeopata all`inizio della loro malattia, nel momento cioè che la cura omeopatica ha i suoi risultati migliori. Contemporaneamente però, ancora più importante è la scelta di un medico omeopata molto preparato. A questo livello l’intervento dello Stato è necessario per poter dare norme istituzionali sufficienti per garantire il corretto esercizio dell`omeopatia hahnemanniana.

L`omeopatia purtroppo non è una prassi di routine. Ogni nuovo caso è realmente uno stimolo per il medico. È molto difficile che diventi una prassi ripetitiva dato che ogni organismo presenta la sua specifica idiosincrasia (risposta dell`organismo alla malattia) e necessita il suo farmaco specifico anche se il suo quadro sintomatologico assomiglia a quello di un altro. Questo fatto, cioè che il medico deve studiare separatamente ogni caso rende l`omeopatia difficile nell`apprendimento e nella sua applicazione, e per questo ci sono omeopati che hanno studiato molto e sono competenti, altri che sono mediocri ed altri che hanno ben poca o affatto preparazione. Questo avviene poichè come abbiamo detto, il campo e offuscato e ciascuno fa quello che ritiene meglio.

Omeopatia e spese sanitarie   

Curarsi con l’omeopatia ha due vantaggi : a) le persone tendono di ammalarsi di meno in quando il rimedio rinforza il meccanismo di difesa e b)permette un notevole risparmio sulle spese sanitarie, in quando il costo del rimedio è molto basso.

L’importanza della clinica in omeopatia

La clinica è la cosa più importante in omeopatia; potremmo discutere per delle ore di un rimedio, ma se non abbiamo la conferma delle sua reale essenza dalla clinica rimangono solo parole vuote. La clinica è la verità dei nostri casi guariti. Solo con la clinica l’allievo può impadronirsi dell’essenza dell’omeopatia. La clinica è, in definitiva, lo specchio di ogni insegnante. Purtroppo se ne fa ancora molto poca. Gli studenti di omeopatia che finiscono i loro corsi avendo una buona preparazione teorica trovano spesso uno scoglio nell’affrontare il paziente, perché talvolta la capacità di afferrare l’essenza di un rimedio dalle sue manifestazioni cliniche.

Quali sono le prospettive?

(L’intervento dello stato è necessario per poter dare norme istituzionali sufficienti per garantire il corretto esercizio dell’Omeopatia hahnemanniana)

Se i professori dell’Università di medicina possono capire realmente di questo differente approccio terapeutico e se questa disciplina può essere insegnata correttamente dentro le vari Università, allora sicuramente possiamo garantire una più completa cognizione, che mette le basi  per un efficace e di alto livello esercizio professionale.

Perché possa avvenire qualcosa di simile dovrebbero essere istituiti, secondo la mia opinione, seminari di ricerca clinica comparata tra i professori della medicina ufficiale e l’omeopatia che è rappresentata dall’Accademia Internazionale di omeopatia hahnemanniana “Pieria” di Pisa, la quale possiede prove scientifiche. I seminari per una ricerca clinica comparata devono rispettare la seguente premessa:

1)    Il termine comparata che compare nella dizione di questo documento è improprio e tuttavia opportuno. La comparazione postula infattti dati di realtà diversi ma omogenei e non si può dire che tale condizione si verifichi nel rapporto tra la medicina ufficiale e la medicina omeopatica. Nondimeno la proposta di legge, riconoscendo la legittimità delle medicine alternative che dichiara complementari rispetto alla medicina ufficiale, pone il problema di stabilire come e in che misura può realizzarsi tale complementarità all’interno delle pratiche diagnostiche e terapeutiche tradizionali. L’elaborazione di una risposta congrua a tale problema spetta alla medicina ufficiale la quale è tenuta a promuovere indagini tese a controllare gli esiti di pratiche eterodosse e di verificare se e come esse possano essere ricondotte nell’alveo dei propri modelli come variabili in grado di integrare aspetti rilevanti della pratica clinica.

2)   Il gruppo di ricerca: a) reputa prioritaria la valutazione degli apporti della omeopatia hahnemanniana in quanto essa richiama una condizione globale della struttura dell’essere umano e delle condizioni che regolano la salute; e b) ritiene preliminare la individuazione di aree a rischio per avviare in quelle sedi controlli clinicamente fondati.

 Pertanto l’intendimento non è tanto di trasferire nella pratica clinica ordinaria gli imptus    di provenienza omeopatica, ma di verificare l’incidenza di tali imptus – stante anche la penuria di dati protocollari dovuta alla mancanza a tutt’oggi di banche – dati organiche e attendibili-; ossia di tradurre nei termini della esperienza clinica ordinaria procedimenti affidati a scelte private ed escluse finora dalla cultura medica ufficiale. Se assumiamo la clinica come modello teorico – operativo della medicina tradizionale, l’iniziativa del gruppo di ricerca è di trascrivere procedure eterodosse nei termini di tale modello.

Cosi la stessa nozione di complementarità si svuota; l’altra medicina diviene un modo di riflettere su come esplicitare il complesso della potenzialità presenti nella cultura medica. Una prospettiva che rifiuta il concetto di alternatività che oltre tutto metterebbe in forse la stessa base istituzionale della cultura medica e accoglie l’idea di integrazione nei propri quadri di riferimenti di modelli eterodossi.

3)    L’intendimento del gruppo di ricerca è soprattutto di proporre una linea di metodo il cui percorso favorisca la comunicazione e il confronto tra prospettive dissimili con la conseguenza di riconoscere nei termini del linguaggio clinico la legittimità sostanziale di approcci che riflettono tipi di cultura diversi da quella della medicina ufficiale. Questo intendimento testimonia la convinzione che in ciò che chiamiamo “cultura medica tradizionale” sussistano già, costitutivamente, tutti gli ingredienti che rifluiscono nelle cosiddette medicine alternative le quali infine risultano dalla rielaborazione di tali ingredienti nella forma di riassetti per lo meno nelle apparenze sistematici e totivalenti.

Certamente la omeopatia segna una differenza forte proprio nella opzione del simile che oppone al diverso della medicina tradizionale. Le preoccupazioni espresse dalla omeopatia circa l’impiego eccessivo del dissimile nella pratica clinica meritano attenzione; pongono soprattutto un problema di dosaggio, di riaggiustamento, non fosse che per ridurre l’effetto spesso devastante dei cosiddetti effetti laterali.

4)   Per dare avvio ad una coerente impostazione di una prericerca si propone di individuare tre tipi di situazioni:

a)    uno in cui il trattamento allopatico non ha alternative in quando blocca un processo patologico in fase avanzata.

b)    un altro in cui il processo patologico è nelle fasi iniziali e in cui l’intervento omeopatico è in grado di intervenire contribuendo a bloccare il corso;

c)    infine un terzo che consenta o imponga interventi misti.

Verificare: per quanto riguarda

a) se l’intervento omeopatico è in grado o meno di offrire un supporto  e come;

 per quanto riguarda b) se e quale apporto venire dall’intervento omeopatico;

per quanto riguarda c) come i due tipi di intervento possono essere combinati e coordinati.

Va ulteriormente precisato che la prospettiva del gruppo di ricerca, nella relazione con le pratiche omeopatiche, si configura come una sperimentazione tesa a legittimare sostanzialmente quegli aspetti di tali pratiche che potranno rivelarsi conformi alle specifiche istanze cliniche.

L’obiettivo è solo di proporre indicazioni atte ad avviare studi comparati, ossia di individuare comuni denominatori anche e soprattutto a livello semantico stante la difficoltà di comunicazione conseguente a concezioni diverse dell’organismo.

Se si riuscisse, con riferimento specifico a situazioni empiricamente controllabili, a costruire i presupposti di un linguaggio comune, si sarebbe compiuto un passo in avanti sulla strada di possibili e forse necessaria integrazioni, comunque si sarebbe saggiata quanto meno la disponibilità a reciproche aperture.

Trattamenti “Omeopatici”diversi dall’Omeopatia Hahnemanniana

                                                                                                                                                          La prima è stata l’isoterapia, secondo la quale la cura di tutte le malattie non avviene somministrando il simile, ma lo stesso agente patogeno. Dopo la sua nascita, nel 1820, fu subito dimenticata e attualmente non è quasi più impiegata.

La branca di Schuessler si basa sull’impiego di Sali biochimici tissutali, impiegati a fasi alterne e che oggi non è considerata una branca principale.

L’Omeopatia ad orientamento antroposofico fu sviluppata da William Goodman, medico seguace delle teorie  di Rudolph Steiner.  Fu il primo negli anni ’30 ad introdurre la visione antroposofica dell’Omeopatia, nel tentativo di dare ai rimedi un’ immagine che facilitasse la comprensione della Materia Medica. Per esempio, paragonava es. Calcarea carbonica(rimedio) ad un’ostrica, morbida all’interno e dura esternamente. Concetti del genere,  ignorando il metodo induttivo alla base della medicina di Hahnemann, hanno provocato una profonda distorsione dell’Omeopatia.

I fiori di Bach  hanno un effetto fondamentalmente primario: non stimolano la risposta del paziente e neppure un effetto curativo, ma solo un cambiamento del quadro.

L’Omeopatia pluralista e l’Omotossicologia operano con sostanze multiple. I medici di queste discipline trattano i pazienti cercando di modificare i sintomi ma non con il rimedio unico più simile: in tal modo non viene stabilita alcuna direzione della cura, nessun principio di base. Praticamente queste due discipline,da un lato eludono la Legge dei Simili nell’atto stessoin cui dichiarano di osservarlo, dall’altro rendono impraticabile il principio della risonanza, stante l’impossibilità di cogliere la risposta specifica dell’organismo a una data sostanza. Il cambiamento dei sintomi provocato da queste sostanze multiple impedisce una chiara valutazione dei risultati.  La confusione del quadro clinico che ne deriva rende difficile identificare quei sintomi fondamentali, la cui identificazione è il presupposto per una corretta prescrizione del rimedio omeopatico unico. L’Omeopatia Classica,(unicista=un rimedio alla volta,cioè quello che corrisponde alla totalità dei sintomi del momento di un malato), si basa sulla prescrizione del rimedio giusto(simillimum) che corrisponde alla totalità dei sintomi del momento del paziente da curare.

 

Dr. Ioannis Konstantos

Medico omeopata unicista

Direttore dell’ Accademia Internazionale di Omeopatia Classica “Pieria” di Pisa

info@konstantos.com

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