Amami, no alla copertura assicurativa obbligatoria. Malpractice, i casi arrivati in Cassazione sono raddoppiati negli ultimi dieci anni

Redazione DottNet | 15/12/2011 22:40

No alla copertura assicurativa professionale obbligatoria dei medici a partire dalla prossima estate. E' questa in estrema sintesi l'interpellanza urgente presentata in Parlamento dall'Amami, l'Associazione dei medici accusati di malpractice ingiustamente, che contesta il Dpr 138 del 13 agosto 2011 chiedendo che ''venga abrogato o modificato''. ''E' incredibile che i medici - afferma Maurizio Maggiorotti, presidente di AMAMI - per continuare a lavorare siano obbligati dalla Legge ad assicurarsi, ma le compagnie di assicurazione non abbiano obbligo ad assicurare i medici''.

Da una ricerca condotta da Amami, insieme al Dipartimento di Dermatologia Legale Isplad, risulta, infatti, ''praticamente impossibile trovare una compagnia che assicuri il danno da trattamento medico aventi finalita' estetiche ''. Tra i professionisti 'a rischio' di non trovare la copertura assicurativa ginecologi, chirurghi plastici, medici estetici e anestesisti. Il presidente dell'Amami ricorda poi che ''ogni sanitario che riceve una informazione di garanzia o una richiesta di risarcimento, anche se infondata, puo' perdere la copertura assicurativa e quindi non potra' piu' lavorare''. Sotto accusa anche i costi proibitivi delle assicurazioni. Per un ginecologo le polizze possono arrivare a 14.000 euro l'anno. La norma di Legge stabilisce che ''il professionista deve rendere noti al cliente gli estremi della polizza e il relativo massimale''. Di qui l'interpellanza ''perche' l'obbligo che hanno i professionisti di assicurarsi debba riflettersi sulle assicurazioni con pari obbligo di assumere il rischio di tutelare questa categoria, e di farlo a tariffe sostenibili''. Intanto i  casi di malpractice arrivati sul tavolo della Cassazione sono aumentati del 200% negli ultimi dieci anni rispetto ai 60 anni precedenti. Negli ultimi anni poi si è verificato un vero e proprio boom, tanto che, solo dal 2008 al 2011, la Corte di Cassazione ha deciso un numero di casi di responsabilità medica (82) pari a tutti quelli decisi tra il 1991 ed il 2000, ed addirittura superiore a quelli decisi nei quasi sessant’anni intercorsi tra il 1942 ed il 1990. Dal 1942 (anno di entrata in vigore del codice civile) al 1990 nell’archivio Italgiure della Corte di Cassazione sono state inserite 60 massime in materia di responsabilità del medico (in media poco più di una l’anno); negli anni dal 1991 al 2000 il numero  delle massime inserite in tema di responsabilità medica è salito a 83 (in media otto l’anno), per ascendere a 201 negli anni dal 2001 al 2011 (in media 20 l’anno). Il fenomeno cresce perchè c'è  una più consapevole presa di coscienza dei propri diritti da parte degli utenti del servizio “sanità”; l’attività di sensibilizzazione compiuta dalle associazioni di difesa dei diritti del malato; l’accresciuta scolarizzazione della popolazione, che produce una maggiore attenzione ai propri diritti; l’evoluzione dei mezzi di cura e diagnosi, che ha consentito sia un più approfondito controllo ab externo sull’attività del medico, sia l’esposizione di quest’ultimo al rischio derivante dal controllo e dal governo di strumentazioni assai sofisticate; l’evoluzione del concetto e delle funzioni della “responsabilità civile”, la quale, da criterio di riparto delle conseguenze sfavorevoli di un evento dannoso, è andata assumendo la natura di strumento di allocazione delle risorse del sistema; il massiccio ricorso di tutti i sanitari e le strutture ospedaliere all’assicurazione di responsabilità civile; la crescita esponenziale degli importi liquidati a titolo di risarcimento, il che ha talora alimentato istinti non proprio commendevoli da parte delle presunte vittime o dei lori consiglieri.

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