I medici fuggono dagli ospedali per non rimanere invischiati nelle finestre della manovra. Come cambia la previdenza per i camici bianchi

Silvio Campione | 10/01/2012 19:55

È fuga dagli ospedali. Ad andar via non sono i pazienti ma medici e infermieri. In diverse città italiane la sanità pubblica – e non solo – si sta svuotando di professionalità. Da Siena a Bari (più di mille quelli che tra provincia di Bari e della Puglia, hanno maturato il diritto alla pensione) centinaia di sanitari piuttosto che rimanere invischiati nelle "finestre" delle manovre finanziarie hanno preferito chiudersi definitivamente alle proprie spalle le porte della Asl.

Da una parte questa fuga ha consentito grossi risparmi alle casse pubbliche, dall’altra ci sono state gravi ripercussioni sulla qualità del servizio con reparti accorpati, attività ambulatoriale ridotta, turni massacranti nelle rianimazioni, sale operatorie chiuse. Ma come e quando si potrà andare in pensione secondo la manovra Monti? Il provvedimento firmato dal premier fissa per tutti sei anni di lavoro in più e sei anni di pensione in meno. Questo vuol dire che se prima si facevano circa 40 anni di lavoro e 20 di pensione, ora saranno rispettivamente 45 e 15, passando dunque da un rapporto 2 a 1 a un rapporto 3 a 1. E saranno i più giovani a pagarne le conseguenze: chi  entra a 30 anni dopo la specialità, dovrà restare al lavoro fino a 70 anni. In pratica non ci sarà più la pensione d’anzianità  anche perché i giovani non sono più spinti a riscattare gli anni di laurea, visto che questo ha un costo elevato e che produce anche un altro paradosso: se tu riscatti passi dal contributivo al misto e dunque non puoi più usare la clausola che consente per chi ha il contributivo puro di andare in pensione anticipata a 63 anni. Per un medico lavorare fino a 70 anni significa sottostare ancora  a turni, reperibilità, sale operatorie. Anche nel resto dell’Europa non esistono le pensioni di anzianità ma il lavoro in ospedale è facilitato perché dopo i 55 anni non si fanno più le guardie, il part time non è penalizzato, i medici più anziani possono assolvere a funzioni didattiche stabili, per insegnare ai giovani. E poi c’è da dire che il passaggio al calcolo contributivo ha ulteriormente penalizzato i pensionanti, soprattutto in presenza di un elevato tasso dell’inflazione: questo perché nel contributivo la rendita si rivaluta sulla base degli ultimi 5 anni di Pil, ma in questo periodo il Pil ha segni meno. Tradotto in termini pratici a fronte di un pagamento degli interessi del 7% sui Btp da parte dello Stato, sulle pensioni si paga meno danneggiando quindi i più giovani. Inoltre col contributivo il calcolo è individuale: nell’arco della  sua carriera un medico arriva ad accantonare circa un milione di euro ma li potrà utilizzare solo dopo i 70 anni, uno scenario che per i sindacati diventa surreale. Tornando ai più giovani, sarà giocoforza per loro ricorrere alla previdenza integrativa, visto che con quella  statale non raggiungerà più del 50% dell’ultima retribuzione. L’Anaoo scende, dunque, in campo con una serie di richieste, tra cui: rivedere le condizioni di lavoro per la sicurezza delle cure, ripristinare una qualche forma di quota che valorizzi anzianità e contribuzione, consentire il pensionamento anticipato per chi opta per il contributivo puro, garantire una rivalutazione annua dei contributi legata all’inflazione o agli interessi pagati dallo Stato sul debito pubblico, eliminare le discriminazioni tra pubblico e privato, consentire ai giovani la ricongiunzione di tutti i contributi versati. E poi, favorire la previdenza integrativa.

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