Generici, una filiera dalla difficile tracciabilità: così funzionano gli approvvigionamenti tra le varie aziende

Redazione DottNet | 11/01/2012 23:48

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A giudicare dai commenti degli iscritti al nostro social, il farmaco generico attira molte discussioni. Soprattutto sulla provenienza del prodotto che a volte resta un mistero. Mistero che tuttavia interessa anche il farmaco griffato, i cui ingredienti a volte sono un mix di tante aziende farmaceutiche. Come ha accertato il settimanale Panorama nella sua inchiesta – che ha analizzato anche i dati del nostro Centro Studi che facevano emergere una chiara diffidenza dei medici nei confronti dell’equivalente - seguire le tracce di una medicina è quasi una missione impossibile.

 “E i percorsi dei principi attivi, che siano gli originatori, ossia di marca, o gli equivalenti, si intrecciano in modo inestricabile. Dati ufficiali precisi non ce ne sono”, sottolineano gli autori dell’inchiesta. Secondo l’Aschimfarma, il 75-80 per cento di quelli usati per produrre farmaci a brevetto scaduto in Europa proviene da fuori, specie dai paesi asiatici. Per l’Italia sarebbe il 40-45 per cento. Sia Farmindustria sia Assogenerici dicono di non avere queste informazioni. L’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) le possiede, perché ogni azienda deve dichiarare nel dossier per l’autorizzazione alla vendita dove produce o acquista il principio attivo, ma dopo vari solleciti afferma di non avere i dati in forma statistica. E alla richiesta di fornire informazioni almeno su singoli prodotti, tanto per farsi un’idea, glissa. Almeno le aziende sanno dove si riforniscono? Si chiedono gli articolisti: «Sono notizie non facili da reperire» risponde Roberto Teruzzi, presidente della Biologici Italia srl. In realtà, qualche notizia arriva. E conferma che non c’è distinzione tra firme e generici nella provenienza degli ingredienti. La italiana Doc generici dichiara di produrre l’antiulcera negli stabilimenti del gruppo Esteve, vicino a Barcellona, dove viene fabbricato anche il principio attivo. Lo stesso gruppo produce le compresse che finiranno nelle confezioni di Mylan o Pensa Pharma, aziende di generici ma anche di scatole di marca. Per prodotti diversi, la stessa azienda può seguire strade differenti. Sempre la Pensa Pharma ottiene il suo lorazepam, il Tavor generico, dalla Doppel di Rozzano, con principio attivo fornito dalla Cambrex Profarmaco di Milano. Mentre l’antibiotico amoxicillina più acido clavulanico in compresse viene prodotto dalla Elpen in Grecia se in compresse, dalla Reig Jofré in Spagna se in bustine. Lo stesso intreccio emerge se si fa la verifica inversa. La Mipharm di Milano, specializzata in produzione di farmaci conto terzi, ha tra i clienti sia colossi del generico, Teva, Doc, Sandoz, Eg, sia multinazionali come Novartis o Schering-Plough. Tra i suoi prodotti ci sono sia le bustine che poi finiranno nelle confezioni di Aulin sia quelle di nimesulide generico. E ancora, come esemplifica Laura Filippucci a Panorama, esperta in economia sanitaria di Altroconsumo: «La Novartis delega anche altre aziende a fornire il Voltaren». Mentre la GlaxoSmithKline produce l’antibiotico Augmentin in Gran Bretagna e Francia: l’amoxicillina, uno degli ingredienti, viene da uno stabilimento Gsk di Singapore se in compresse e da uno svizzero e uno italiano se in forma iniettabile; mentre il secondo ingrediente, l’acido clavulanico, viene o da uno stabilimento britannico o da uno coreano. Insomma, multinazionali di Big pharma come colossi del generico fanno la politica per loro più conveniente: a volte producono nelle loro officine, che possono essere situate in varie parti del mondo, più spesso utilizzano terzisti, cioè aziende che producono nello stesso sito, con le stesse macchine, lo stesso personale, e a volte anche la stessa materia prima, la pasticca o lo sciroppo che poi finirà in confezioni diverse e a volte prezzi diversi. Il fatto che il principio attivo di un farmaco sia prodotto in Italia, in Europa o in Cina incide sulla sua sicurezza? «L’Aifa» ricorda Paolo Siviero, direttore del Centro studi dell’agenzia «fa monitoraggio annuale per verificare che i farmaci siano prodotti secondo gli standard. È a sorpresa e vale per tutti i farmaci, generici e di marca». Con quali risultati? «Mai trovata un’anomalia». Si controllano le officine in Italia e le verifiche in Europa sono costanti. Fuori dall’Europa le garanzie appaiono meno convincenti. Solo l’americana Fda manda i suoi funzionari a ispezionare i siti produttivi in zone remote cinesi. Un’inchiesta del New York Times racconta un viaggio dell’assurdo di ispettori Fda in Cina: raggiungevano l’impianto di produzione in mezzo al nulla, solo per scoprire che il farmaco si faceva da un’altra parte. «La direttiva europea approvata la scorsa estate è un passo avanti, ma non rende obbligatorie le ispezioni da parte di autorità europee ai siti extra Ue» sottolinea Gian Mario Baccalini, presidente dell’Aschimfarma. «È un dato di fatto che l’eccessiva pressione sui prezzi porta le aziende a cercare soluzioni fuori dall’Italia e dall’Europa perché i costi di produzione sono più bassi» chiosa Teruzzi incalzato dai giornalisti del settimanale milanese.