Si spinge sugli equivalenti, ma non tutti sono d’accordo. Novartis sotto l’incudine dei generici: la pronta risposta del colosso svizzero alla perdita dei brevetti

Redazione DottNet | 21/01/2012 17:19

farmindustria generici aziende- ssn farmaci

Infuria la polemica sui generici: il Governo punta sugli equivalenti per contenere i costi della Sanità, imponendo tra l’altro ai medici di base d’indicarli in ricetta (clicca qui per leggere le opinioni dei camici bianchi postate su Dottnet). Ma alcune della categorie interessate non ci stanno, come spiega Lucia Aleotti vice presidente di Farmindustria e vice presidente del Gruppo Menarini: ''Nessun vantaggio per i cittadini o per il servizio sanitario nazionale'' ma solo, di fatto, ''uno spostamento di milioni di confezione prodotte in Italia al mercato estero''.

''L'Italia è il secondo paese europeo per consistenza industriale e farmaceutica con 165 stabilimenti, siamo davanti a Francia e Gb, quasi 70 mila occupati e rappresenta il 30% dell'occupazione ad alta tecnologia nazionale'', ricorda Aleotti. ''Siamo molto preoccupati - aggiunge - da questa norma perché il sistema farmaceutico italiano, che è poderoso non ha possibilità di competere all'infinito con i costi e con i prezzi dei prodotti che arrivano dai paesi emergenti. Già oggi il farmaco è rimborsato al prezzo  più basso e quindi non capiamo la razionalità di questa misura che non va a favore del Ssn o dei pazienti, perché già oggi i farmacisti devono dire se c'è un'alternativa meno cara. Senza parlare delle questioni terapeutiche''. Il mercato del generico tuttavia cresce, anche se lentamente: partendo da una fetta di mercato del 1% nell’anno 2000, in dieci anni il farmaco generico è arrivato a coprire una fetta di mercato di poco più del 12% sul totale italiano (senza distinzioni di classi). Entrando più nel dettaglio e soprattutto analizzando le prime 10 ATC di classe A per spesa e per confezioni dispensate si nota che la penetrazione del generico oscilla fra il 17% e il 40% sia in termini di confezioni sia in termini di valori. Particolarmente rilevante è il dato relativo agli inibitori di pompa acida, essendo tra le categorie che generano maggiore spesa, in cui il generico raggiunge il 38% delle confezioni. La diffusione del generico sta comunque minacciando la grande industria, soprattutto per quanto riguarda l’occupazione. E così giocando d'anticipo, le industrie del ramo hanno iniziato uno snellimento degli effettivi, per preservare i loro margini, visto che il giro d’affari  dei giganti mondiali della farmaceutica è previsto in rallentamento: secondo un rapporto della banca privata ginevrina Pictet, c’informa Swissinfo.ch, nei prossimi due anni, fino alla fine del 2013, la crescita del settore non supererà il 4% a causa della  “patent cliff" (scogliera del brevetto), ossia la scadenza oltre la quale la formula di un farmaco brevettato non è più di monopolio dell'inventore, in genere dopo 20 anni. Di conseguenza altre aziende  possono  produrre farmaci generici a un prezzo decisamente più basso rispetto all'originale sul quale hanno, come si sa, inciso costi di ricerca e di sviluppo. Stando agli analisti di Pictet, in totale i medicamenti "originali", i cui brevetti scadranno entro il 2015, fatturano circa 150 miliardi di dollari. Come ad esempio  il Diovan, un farmaco contro l'ipertensione della svizzera Novartis. Con un fatturato annuo di sei miliardi di dollari resta il farmaco più redditizio del colosso basilese, a cui segue a distanza il preparato contro il cancro Glivec (4,3 miliardi). Il brevetto del Diovan è scaduto nel novembre 2011 nella maggior parte dei paesi d'Europa e negli Stati Uniti il prossimo settembre 2012. Tra due anni, la stessa sorte toccherà anche al Glivec.

 

I tagli di Novartis

 

Il 13 gennaio, Novartis ha annunciato il taglio di 1960 posti di lavoro negli Stati Uniti, con l’obiettivi di realizzare un  risparmio 450 milioni di dollari. Tra questi  vi sono 1630 rappresentanti di vendita, ossia gl’informatori destinati al  Diovan. "Con le malattie cardiovascolari e l'ipertensione, siamo in mercati di massa. Se per l'oncologia e la sclerosi multipla, ad esempio, ci si rivolge a un piccolo gruppo di medici, che esaminano attentamente gli studi clinici, nel caso di un farmaco contro l'ipertensione, è il marketing che conta. Come nel consumo in generale", spiega Odile Rundquist, dell'agenzia di intermediazione Helvea a Ginevra, a Swissinfo.ch:  "In effetti, sul mercato ci sono prodotti simili o in alcuni casi superiori al Diovan, aggiunge l'analista esperta anche in biochimica. Ma è il nome  Novartis e la sua forza di vendita che hanno permesso un  successo di tali dimensioni". Una forza di vendita ora parzialmente ridotta e che non sarà compensata con la commercializzazione del Tekturna. Infatti, il presunto successore del Diovan, per il quale Novartis aveva rilevato nel 2008 la società biotecnologica basilese Speedel (per 907 milioni), si è rivelato pericoloso per certi diabetici. Anche se Novartis decidesse di non ritirarlo dal mercato, la sua carriera potrebbe essere compromessa.

 

Il futuro di Novartis e le difficoltà di Astra-Zeneca. Bene Roche

 

Secondo gli esperti del settore la  perdita di un brevetto significa l'arrivo di generici e il declino delle vendite fino al 90% nel giro di due anni. Tuttavia, la scadenza del brevetto del Diovan non metterà in ginocchio la Novartis. Questo perché  la perdita di un brevetto non è mai una sorpresa: Odile Rundquist si dice fiduciosa "sul futuro di Novartis, che ha un portafoglio di prodotti molto completo, con medicinali piuttosto rivoluzionari, sia nel campo della sclerosi multipla – per la quale offre il primo trattamento orale – sia in quello dell'oncologia". Per l'analista, quindi, "quel che Novartis perderà con il Diovan sarà ampiamente compensato con nuovi e altrettanto validi prodotti". Per quanto riguarda le altre aziende colpite dalle prossime scadenze di brevetti, la Rundquist prevede le maggiori difficoltà per l'anglo-svedese AstraZeneca, "la cui pipeline di nuovi prodotti è piuttosto debole" e che potrebbe "perdere il 4-5% del fatturato nei prossimi anni". E Roche, l'altro gigante elvetico? Odile Rundquist vede questa società in "ottima posizione. Hanno pochi brevetti che stanno per scadere. E possiedono dei medicamenti biologici, ossia delle molecole che sono molto più complicate da produrre rispetto alle pure molecole chimiche. E si sa che in questo caso, la perdita di introiti per la scadenza del brevetto è meno rapida".

 

Il personale sarà ridimensionato

 

Alla fin fine, gli anni che si annunciano "difficili" per l'industria farmaceutica lo saranno principalmente per il personale. "Tutte le grandi case farmaceutiche hanno avviato vasti programmi di ristrutturazione negli ultimi anni per cercare di mantenere i margini", ricorda Odile Rundquist. Margini che fanno impallidire la maggior parte dei commercianti di prodotti di consumo. Novartis, per esempio, ogni anno registra vendite per 50 miliardi di dollari e consegue 10 miliardi di utili. In queste condizioni, i tagli occupazionali recenti e futuri obbediscono veramente ad una logica imprenditoriale o piuttosto a una logica finanziaria? La risposta di Paul Dembinski a Swissinfo, direttore dell'Osservatorio della finanza svizzera è ovvia: "È ormai da anni che le grandi aziende ragionano in primo luogo in termini finanziari. L'industria è un mezzo per ottenere risultati finanziari, non è la finanza che è al servizio della produzione industriale. L'inversione è stata effettuata ovunque, anche al livello di Novartis e altri".

 

Ma Novartis ci ripensa su Prangins

 

La Novartis ha annunciato che non chiuderà l’unità produttiva di Prangins, nei pressi di Nyon. Una decisione in parte sorprendente ma che lascia aperti molti interrogativi, commenta la stampa svizzera. I 320 posti di lavoro del sito di produzione vodese sono, dunque, salvi. La multinazionale farmaceutica basilese ha comunicato martedì di voler in parte rinunciare alla ristrutturazione annunciata in ottobre, perlomeno per quanto concerne la Svizzera. Anche a Basilea si sorride: i tagli concerneranno infatti 250 impieghi, circa un terzo dei 760 previsti in un primo tempo. Il dietrofront è motivato in parte dal fatto che il canton Vaud ha deciso di ridurre temporaneamente il carico fiscale che grava sull’azienda. I dipendenti dello stabilimento, dal canto loro, rinunceranno in parte agli incrementi salariali e aumenteranno il tempo di lavoro. I sindacati gridano vittoria, le autorità sono soddisfatte e la multinazionale anche.

Bristol perde il brevetto del Plavix e per compensare le perdite acquisisce la Inhibitex

 Anche il colosso farmaceutico americano Bristol-Myers Squibb (Bms) per ridurre l'impatto sui propri conti dalla concorrenza fatta dai farmaci generici al Plavix, un antiaggregante piastrinico che è uno dei best seller della Bms, ha acquisito la Inhibitex per 2,5 miliardi di dollari con l'obiettivo di rafforzare la sua posizione nel settore dei farmaci contro l'epatite C. Il via libera all'operazione è arrivato dai consigli d'amministrazione di entrambe le società. Inihibitex spingerà sui propri azionisti affinché accettino  l'offerta di Bms, pronta quest’ultima a pagare 26 dollari per azione. Il chief executive officer della società newyorchese Lamberto Andreotti ha spiegato che l'acquisizione della società biofarmaceutica di Alpharetta (nello stato americano della Georgia) consentirà a Bms di migliorare il suo posizionamento nel mercato dei farmaci contro l'epatite C, un settore che potrebbe valere 20 miliardi di dollari entro il 2020. Bms non è l'unica azienda farmaceutica ad aver deciso di investire nella cura dell'epatite c, un'infezione virale trasmessa per via sanguigna che, secondo le stime dell'Organizzazione mondiale della sanità, concorre assieme ad altre patologie connesse, alla morte di 350mila persone ogni anno. Lo scorso ottobre la svizzera Roche ha annunciato l'acquisizione per 230 milioni di dollari della Anadys Pharmaceuticals, un altro produttore di farmaci sperimentali per la cura dell'epatite C. Mentre lo scorso anno sia la Merck che la Vertex Pharmaceuticals hanno ricevuto il via libera per le prime terapie anti-epatite c in quasi un decennio. Il mercato dei farmaci anti-epatite C oggi è stimato in circa 3 miliardi di dollari all'anno.