Balduzzi, intervenire sulla medicina difensiva alleando medico e paziente: “spingerò sui Lea”. Un italiano su tre è stato in ospedale

Redazione DottNet | 01/12/2011 21:36

Il neo ministro alla salute Balduzzi dà una prima indicazione sui suoi programmi, senza tuttavia fare alcun accenno a quanto proposto dal suo predecessore: ''I tempi sono maturi per intervenire sulla medicina difensiva'', un fenomeno per cui i medici prescrivono test e visite diagnostiche specialistiche per garantirsi da un giudizio di responsabilità, e che secondo uno studio del Centro Stella della Cattolica di Milano costa circa 5 miliardi l'anno.

''Bisogna garantire - ha detto il ministro - sia la serenità del lavoro del professionista sanitario, sia la salute del paziente. Evitando che un eccesso di garanzia comporti conseguenze non gradite''. Il ministro ha poi ricordato che al Senato ci sono due disegni di legge sulla responsabilità professionale. ''Potrebbe essere utile - afferma il ministro - allargare le prospettiva a metodi complementari della soluzione del contenzioso'', anche attraverso ''un'alleanza terapeutica tra medico e paziente'' che ''disincentivi le iniziative giudiziarie''. Il ministro ha poi ribadito  il suo impegno ''per quel poco che posso fare, a porre il problema'' dei nuovi Lea (i livelli essenziali di assistenza) che attendono da anni di essere approvati. ''I Lea - ha chiarito Balduzzi intervenendo alla conferenza 'Siamo rari...ma tanti' sulle malattie rare - non possono continuare a essere argomento di convegno'', sottolineando però che ''c'è un problema tecnico, perché è più facile portare alla fine il disegno complessivo dei nuovi Lea che i singoli profili, come le 109 malattie rare che attendono di essere inserite, o alcuni presidi per i disabili o l'epidurale''. Nel frattempo, comunque, ''le Regioni - ha concluso il ministro - hanno la possibilità giuridica, che politicamente si dovrebbe tradurre in un dovere, di accantonare quote da destinare alle malattie rare anche in assenza di un riparto specifico''.

Gli ospedali italiani

Intanto secondo l’Aiop un cittadino italiano su tre (29,5%), nell'ultimo anno ha usufruito dei servizi ospedalieri, pubblici o privati. Un dato in aumento rispetto al 23,8% del 2010 come certifica il IX Rapporto ''Ospedali % Salute 2011'' redatto dall'Aiop e presentato ieri mattina a Roma. Rispetto allo scorso anno è cresciuta la preferenza per l'ospedale pubblico (82,3% contro il 79,3%), si legge nel Rapporto, anche in virtu' del sensibile aumento (+2,6%) del ricorso alle strutture di pronto soccorso. In lieve flessione, di conseguenza, i numeri del privato, sia per le strutture accreditate (17,8% contro 19,6%), sia per le cliniche (4,6% contro 5,1%). L'indagine sui cittadini ha inoltre evidenziato una positiva percezione dei servizi ospedalieri. Ha infatti espresso un giudizio ''molto'' o ''abbastanza soddisfatto'' il 96,6% di chi si è rivolto alle cliniche private - cioè pagando le prestazioni -, il 95,3% dei pazienti del privato accreditato e l'87,8% di chi ha usufruito delle strutture pubbliche. Tuttavia, si legge nell'indagine, le percentuali dei giudizi ''molto soddisfatti'' sono decisamente più elevate per il privato accreditato (50,7%) rispetto al pubblico (29,0%) e alle cliniche private (46,7%). Mediamente le caratteristiche apprezzate nel privato accreditato sono la cortesia/gentilezza del personale (''molto soddisfatti'' il 53,3% degli intervistati) e la competenza/professionalità degli operatori (49,3%), mentre gli ospedali pubblici sono apprezzati soprattutto per la competenza/professionalità degli operatori (32,3%).  La crisi economica ha colpito anche la case di cura private accreditate, considerato che 3 su 4 hanno dichiarato di aver risentito della difficile congiuntura economica dell'ultimo periodo: il cambiamento più significativo si dovrebbe verificare nel corso di quest'anno, quando la quota di imprese ospedaliere private che si troveranno con un bilancio inferiore rispetto all'anno precedente sarà per la prima volta superiore (51,7%) a quelle con i conti in aumento. Scorrendo i principali problemi, il 74,2% degli imprenditori intervistati ha segnalato i rapporti con le regioni, sempre più critici a causa dei crescenti ritardi nei rimborsi, mentre l'82,3% delle cliniche private non accreditate soffre a causa della diminuzione di visite, analisi e ricoveri da parte dei pazienti. Inoltre la congiuntura economica ha determinato i problemi maggiori nei rapporti con il servizio sanitario nazionale/regionale. In particolare, secondo gli intervistati le difficoltà si sono manifestate per l'82,5% dei casi nell'abbassamento dei tetti di spesa per le prestazioni e nel ritardo nei pagamenti, per il 12,5% nella diminuzione dell'attività diagnostica e di laboratorio e per il 6,3% nella diminuzione o nella mancata autorizzazione delle attività intramoenia.

La vicenda del San Raffaele

Ci sarà un'asta per il San Raffaele. Il Tribunale ha deciso di aprire alla possibilità di altre offerte per l'ospedale sommerso dai debiti. Oltre all'offerta targata Ior - Malacalza per una cifra di 250 milioni di euro più l'accollo di tutte le passività dell'ospedale, sul tavolo ci sono altre tre proposte: da quella del gruppo  dell'imprenditore della sanità Giuseppe Rotelli alla Charity Marcus Vitruvius (rappresentante dell'Università Vita-Salute dello stesso San Raffaele) al gruppo Rocca (Humanitas). La scelta di aprire all'asta è stata decisa dal Tribunale nell'interesse dell'ospedale e dei creditori nell'eventualità che possano arrivare offerte migliori rispetto a quella presentata finora. Le nuove offerte, è stato stabilito, dovranno sopravanzare quella dello Ior di almeno 50 milioni di euro. La decisione del Tribunale a cui hanno aderito gli attuali offerenti Ior-Malalcaza che rinunceranno a sollevare qualsiasi opposizione, è la logica conseguenza del provvedimento della sezione Fallimentare di Milano che ha alla fine dello scorso ottobre aveva ammesso al concordato preventivo il gruppo, gravato da un passivo di circa 1,5 miliardi.

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