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Le reti oncologiche sono attive solo in sei regioni

Oncologia | Redazione DottNet | 20/02/2019 13:26

Tumori: meno 3,8 miliardi la spesa l'anno in Italia migliorando il sistema

 "Devono essere realizzate in tutto il territorio le Reti oncologiche regionali, la cui completa attivazione procede con estrema lentezza". E' questa una delle azioni prioritarie da mettere in atto indicata da Gianni Amunni, vice presidente di Periplo e direttore generale dell'Istituto per lo studio, la prevenzione e la rete oncologica (Ispro), in occasione della presentazione della piattaforma internazionale All.Can. Le Reti oncologiche, ha affermato Amunni, "oggi sono operative solo in sei Regioni: Toscana, Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Piemonte e Liguria. Il problema della loro istituzione è stato affrontato nel Piano Oncologico Nazionale, ma è rimasto embrionale. Solo le reti oncologiche regionali - sottolinea - permettono invece un collegamento reale fra i centri e lo sviluppo integrato dei percorsi diagnostico terapeutici assistenziali. Offrono al paziente la garanzia di ricevere le cure migliori negli ospedali più vicini al domicilio, con significativi risparmi. Senza considerare l'eliminazione degli esami impropri e la riduzione delle liste di attesa e delle migrazioni sanitarie".

Basta pensare, rileva l'esperto, che oggi "il 12% dei cittadini colpiti da tumore del colon retto e residenti nel Meridione si reca al Nord per sottoporsi all'intervento chirurgico". Una migliore organizzazione del sistema delle cure e dell'assistenza in un'ottica anti-sprechi è anche la richiesta di Antonella Cardone, direttore della European Cancer Patient Coalition (Ecpc): "Ogni anno, si stimano 2,5 milioni di nuovi casi di cancro in Europa e si stima che il 20% della spesa sanitaria è sprecata in interventi inefficaci che possono danneggiare il malato con ritardi evitabili. Per questo motivo la Ecpc, in rappresentanza di circa 450 associazioni di malati di 46 Paesi - spiega - è impegnata nell'iniziativa internazionale All.Can e ne è tra i soci fondatori". Il punto, conclude, è che "non è possibile avere accesso all'innovazione nei trattamenti farmacologici, chirurgici e radioterapici senza l'eliminazione di sprechi e di procedure curative superate con la contestuale riallocazione delle corrispondenti risorse".

Ogni anno, in Italia, il 20% dei costi per la cura del cancro, pari a circa 3,8 miliardi di euro, potrebbe essere risparmiato migliorando l'efficienza complessiva del sistema. È infatti necessario far fronte a criticità urgenti che rischiano di compromettere la qualità dell'assistenza: almeno il 15% degli esami (in particolare radiologici e strumentali) è improprio, vi sono terapie di non comprovata efficacia che costano ogni anno al sistema circa 350 milioni di euro e il peso delle visite di controllo è pari a 400 milioni. La denuncia arriva dalla piattaforma europea All.Can, presentata oggi a Roma. All.Can è una coalizione internazionale che include associazioni di pazienti, clinici, università e industria, con l'obiettivo di ridefinire il paradigma di gestione del cancro, adottando un'ottica anti-sprechi interamente centrata sul paziente ed è promossa in 19 Paesi. Tra le criticità segnalate anche le liste di attesa troppo lunghe, l'adesione ai programmi di screening insufficiente soprattutto al Sud, le reti oncologiche regionali attive solo in alcune aree e i percorsi diagnostico-terapeutici assistenziali (PDTA) non uniformi nelle varie Regioni con conseguente spreco di risorse.

"La riduzione delle inefficienze è la precondizione per velocizzare l'accesso all'innovazione - spiega la senatrice Emilia Grazia De Biasi, portavoce di All.Can Italia -. Non servono tagli lineari, ma soluzioni in grado di allocare le risorse garantendo il miglior risultato per i pazienti, facendo crescere la qualità del sistema pubblico della salute". Inoltre, afferma Paolo Marchetti, direttore Oncologia Medica del Policlinico Umberto I di Roma e Ordinario di Oncologia all'Università La Sapienza, "molti esami non rispondono al criterio dell'appropriatezza. Il problema riguarda, in particolare, i marcatori tumorali poichè il loro uso sta diventando eccessivo rispetto al numero dei pazienti oncologici, perché sono impiegati a scopo diagnostico in persone non colpite da cancro. La soluzione - conclude - è data dalla uniformazione nazionale delle indicazioni per un uso appropriato".