
Uno studio durato undici anni ne dimostra la validità per i tumori indolenti
Per un tumore della prostata su tre, quelli cioè poco aggressivi, si possono evitare cure radicali come chirurgia o radioterapia, limitandosi a quella che viene chiamata 'sorveglianza attiva'. Lo dimostra uno studio, in corso da 11 anni, condotto dai ricercatori dell' Istituto dei Tumori (INT) e dell'Università di Milano. Studio che ha permesso di verificare come a distanza di 5 anni dalla diagnosi un paziente su 2 sia ancora sotto controllo, avendo quindi evitato o almeno ritardato di 5 anni tutti gli effetti indesiderati di un trattamento quanto meno non urgente.
"Si tratta di uno dei più ampi studi condotti da un singolo istituto a livello europeo - dice Riccardo Valdagni, Direttore della Radioterapia Oncologica 1 e del Programma Prostata dell' INT, oltre che docente dell'Università di Milano. - È la più grande casistica italiana di pazienti con tumore della prostata a basso rischio, attraverso la quale abbiamo potuto identificare un approccio alla malattia molto diverso rispetto al passato".
Quello della prostata è il tumore più frequente tra gli uomini a partire dai 50 anni, con 36mila nuove diagnosi ogni anno. Di questi, almeno il 30% potrebbe avere caratteristiche tali da entrare in un programma di sorveglianza attiva. "Nessuno mette in dubbio la validità delle strategie terapeutiche disponibili - chiarisce Giovanni Apolone, Direttore Scientifico dell'INT - Ma nel caso dei tumori indolenti esse potrebbero essere evitate per tutta la vita oppure posticipate seguendo il paziente in un programma di sorveglianza attiva". In questo programma i pazienti vengono sottoposti annualmente a due controlli clinici e a 4 analisi del Psa. Al termine del primo anno e periodicamente durante il programma di sorveglianza attiva è necessario anche ripetere la biopsia.
fonte: ansa
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